Proserpina unisce terreno e aldilà nel dolce della ricorrenza. E quell’imprecazione che maledice i cari estinti

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Già docente e preside di area classica, Nando Romano è dialettologo e folklorista dal 1966, ricercatore in aziende del CNR (Carta dei dialetti, Atlante fonetico pugliese) fino al 1973 con riguardo ai dialetti mediani e meridionali, e del folklore pugliese, lucano e ligure per la Discoteca di Stato (Raccolta Cirese-Parlangeli). Visiting professor dell’Università di Rosario, S. Fe, Argentina, dedica da anni le sue ricerche alla toponomastica pugliese e al dialetto della Capitanata, di cui vi è testimonianza in diverse pubblicazioni. L’Attacco lo ha intervistato.

Professor Romano, quanto è sentita a Foggia la ricorrenza dei defunti?

Prima di inoltrarci nell’argomento, voglio ricordare che durante il Regno borbonico la festa dei defunti cadeva il 17 novembre e non il 2, come adesso. La notizia si desume dal diario che la famiglia Villani ha tenuto per 100 anni, dal 1801 fino al 1907, e che Pasquale Di Cicco ha trascritto nel lavoro editoriale in volumi Il Giornale Patrio. Si legge nella pagina del 18 novembre del 1861 “secondo il solito, ieri doveva riprodursi l’anniversario dei funerali in questo camposanto in suffragio delle anime dei morti dei nostri concittadini”.  E ancora, alla data del 17 novembre 1866 si legge “questa mattina ha avuto luogo nel camposanto il solito annuo funerale del suffragio commemorativo”. Se la commemorazione coincideva con la domenica, si spostava al giorno successivo. Dopo l’Unità d’Italia e col mutare dei rapporti tra Stato e Chiesa molte cose cambiarono, le autorità pubbliche smisero di partecipare alle celebrazioni commemorative, e da questo a cancellare le tradizioni anche più radicate il passo è stato breve. Anche le fanoje, che oggi sono vietate, in passato le andava ad accendere il sindaco in persona.

Qual è il vero significato del grano dei morti che non manca mai sulle tavole foggiane il 2 novembre?

Era ed è tuttora un rito: tutti sappiamo che il dolce va preparato con il grano lessato, che deve essere della varietà bianchetta per diventare tenero, a cui si unisce il cioccolato, le noci, i canditi, con l’aggiunta finale di saba, che è il vero nome del vino cotto in italiano. Immancabili devono essere i chicchi di melograno che rappresentano Proserpina, a simboleggiare il potere che la divinità siciliana aveva di stabilire un contatto tra i due mondi terreno ed ultraterreno, nel suo salire e scendere dall’Ade. Rappresentava e rappresenta un’offerta per le anime che tornavano a casa, ma aveva anche un aspetto pratico, essendo molto calorico il grano dei morti, nel passato le classi più povere mancavano di proteine e calorie e dunque per l’occasione si cercava di raggranellare quanto più possibile nel periodo che precedeva la festa, per poi dare corso alla preparazione. Nelle case delle famiglie più abbienti un’altra tradizione era quella di preparare una tavola imbandita solitamente in sala da pranzo, da lasciare durante la notte del 16 novembre con delle vivande per i morti che si credeva si sarebbero recati in casa per nutrirsi; ma attenzione, il cibo ha sempre una valenza spirituale. 

E la calza dei morti per i bambini, quali significati assume nella simbologia della ricorrenza?

La calza funge da simbolo del femminile che è indispensabile per procedere nella vita. Niente di più falso quando si afferma che la donna non fosse rispettata nelle società del passato, piuttosto c’era una divisione di ambiti, la donna rappresentava la dimensione terrena, la cura e l’organizzazione di tutto ciò che è sulla terra e all’interno della casa, agli uomini erano affidati compiti che si svolgevano all’esterno, poi sappiamo come questo modello è andato in crisi. Nella poesia Valentino di Pascoli, si legge “Oh! Valentino vestito di nuovo, come le brocche dei biancospini! Solo, ai piedini provati dal rovo porti la pelle de’ tuoi piedini; porti le scarpe che mamma ti fece” etc; il poeta mette in evidenza come la mamma abbia fatto un bel vestito ma non ha potuto spendere altrettanto per le scarpe, e così pare incombere sul povero bambino l’impossibilità di una futura evoluzione nella vita perché manca della possibilità della fecondazione, in questa visione calze e scarpe poca differenza fanno. Così la calza con i dolci va ai bambini buoni e ai cattivi il carbone, ad indicare che se ti comporti bene potrai procedere in una vita feconda e prospera.

Lei è studioso delle nostre tradizioni dialettali, le chiedo come mai l’offesa più grande che un foggiano possa rivolgere è quella che scomoda i defunti, e mi riferisco a “chi t'è mmúrtë!”?

Il turpiloquio non va visto solo negativamente poiché cela importanti fenomeni linguistici e antropologici. Considerando che la società antica era più coesa di quella odierna e specie a livello di gruppi famiglia, talora costituiti in clan, l'offesa al parente era considerata personale; figuriamoci quelle ai morti, o vävë, voce che non si usa più per 'nonno', o vavônë, l'antenato da cui il diffuso Mëchëlë vavônë 'Michele, dal latino avus. A Foggia si ha chi t'è mmúrtë! '(maledetto sia) chi ti è morto', cui si risponde, alludendo ai morti più antichi chi t'è stra-mmúrtë! '(maledetto sia) chi ti è stra-morto' con extra. Che va suggellato con a l'òssërë e u spèzzë! ‘alle ossa più spezzettate che hai'. In òssëre si nasconde un plurare in - ora latino, ossora, raro a Foggia: i pàssërë 'uva passa', diffusissimo invece nel barese è avaddërë, casërë 'cavalli, case'. C’è dunque un collegamento tra il culto dei morti e questa imprecazione. La genealogia e l’ascendenza erano molto considerate soprattutto nelle società antiche, nel passato dobbiamo immaginare che si sentiva forte l’esigenza per forza di cose di essere riuniti nei clan familiari e quindi grande importanza avevano cugini, ziii, nipoti, nonni e bisnonni poi erano venerati. Quindi rivolgere offese ai morti di individui così tanto uniti verticalmente e orizzontalmente, era quanto di peggio ci fosse.

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