Palestinesi e israeliani, la pace è possibile ma bisogna volerla. “Serve un tavolo internazionale”

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La questione palestinese trae le sue origini dalla notte dei tempi ed oggi ha trasformato la Palestina in uno scenario di guerra, sangue e morte. Martedì sera, presso la Casa del Giovane di Foggia il Coordinamento Capitanata per la Pace ha organizzato un incontro-dibattito per riflettere non solo sull’assurdità delle violenze in corso, ma anche sulle cause profonde che, con il loro carico di ingiustizie e oppressione nei confronti del popolo palestinese, sono da 75 anni alla base dei periodici conflitti.

“Come se ne esce? È una domanda difficile, certamente facendo pressione sulla comunità internazionale mentre qui a distanza col dialogo tra le parti - spiega a l’Attacco Daniel Damascelli, giovane referente romano del Laboratorio Ebraico Antirazzista (LəA) – bisogna fermare questa spirale di violenza. Da qui la necessità di chiamare in causa il Governo italiano, l’Unione Europea e la comunità internazionale e chiedere un cessate il fuoco immediato per poi ragionare sul lungo termine e porre rimedio ad una situazione strutturale molto complicata.

Al momento la volontà e la capacità di comprendere fino in fondo i dolori dell’altro”. A far registrare la propria presenza anche Azmi Jarjawi, palestinese e responsabile del Dipartimento Migrazioni della CGIL Puglia. “La comunità internazionale deve dimostrare di esistere e deve costringere le parti ad un cessate il fuoco immediatamente. Ciò che sta accadendo a Gaza è un genocidio, un crimine di guerra. Così come è un crimine di guerra l’aggressione di Hamas contro i civili.

Ogni giorno che passa muoiono vite umane. Bisogna aprire un tavolo internazionale per la pace, ma in maniera concreta e non a parole. Troppi accordi sono stati fatti finora, senza quella giusta volontà per una pace che garantisca rispetto e dignità per tutti”. “All’interno del nostro coordinamento era forte l’esigenza di un confronto che sentivamo già tempo, così abbiamo pensato di riflettere su quanto sta accadendo grazie all’aiuto di esponenti di due mondi che non sono contrapposti, non ci serviva realizzare un dibattito fra due posizioni dialetticamente inconciliabili – spiega Giuseppe La Porta, attivista del coordinamento Capitanata per la Pace – abbiamo quindi pensato a persone che possono avviare un ponte, un dialogo di pace tra posizioni compatibili. Non ci interessava mettere in atto un ulteriore scontro tra posizioni che oggi sono molto lontane tra la maggioranza dell’opinione pubblica israeliana e la popolazione palestinese.

Un confronto che sentiamo importante ed essenziale e lo abbiamo immaginato in compagnia di ospiti che ne sanno qualcosa – aggiunge La Porta. Probabilmente continueremo nei prossimi giorni con un altro incontro più interno al coordinamento e alla cittadinanza. Una cosa è certa, gli ospiti scelti in base alla propria capacità di costituire modelli di persone che possono parlarsi e trovare un dialogo vero, perché non sono posizioni irriducibilmente diverse.

A noi interessano quelli che fanno spinte, le persone portatrici di dialogo e che a volte vengono addirittura definiti come “traditori” del proprio popolo dalla rispettiva comunità. Anche perché né la posizione di Hamas né quella del governo di Netanyahu sono oggi compatibili con questa nostra prospettiva, quella dell’andare oltre i muri, le frontiere e le barriere, per riconoscere i diritti di tutti. 

È quindi importante uscire dal quadro solitamente offerto dall’informazione mainstream: durante la serata abbiamo parlato non solo della possibilità di incontro e di dialogo tra i due popoli ma finanche di esperienze poco note di resistenza non violenta che ha avuto luogo e speriamo possa continuare nei territori occupati palestinesi che dura da tanti anni e che vede spesso accanto ai palestinesi, anche attivisti israeliani o internazionali  che sostengono, come fa l’operazione Colomba da molti anni, la resistenza dei comitati popolari di resistenza non violenta palestinesi. Una storia di cui non si parla per nulla”. Sul fronte anche l’impegno delle donne israeliane e palestinesi è stato forte con manifestazioni congiunte, con imponenti cortei che hanno unito le città della Cisgiordania fino ad arrivare a Gerusalemme. “Si può ricordare la Women Wage Peace, un’associazione che mette insieme donne israeliane e palestinesi. È questo il nostro scopo – conclude La Porta - diffondere la conoscenza di queste storie di unione e non di guerra”.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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