Alle 18:09 dell’8 maggio, un soffio di bianco ha sollevato i cuori: la fumata, attesa e liberatoria, ha annunciato al mondo l’elezione del nuovo Pontefice. In una Piazza San Pietro gremita e avvolta dalla luce dorata di un pomeriggio romano, accarezzato dal sole non ancora tramontato, migliaia di fedeli hanno accolto con emozione il nome scelto: Leone XIV. Eravamo lì anche noi de L’Attacco a seguire questo momento cruciale della storia. A pochi minuti dalla fumata bianca, fiumi di persone correvano lungo Via della Conciliazione per trovare un posto utile a vivere questo momento.
I nostri occhi erano sospesi, rapiti da un punto preciso del colonnato berniniano: quel balcone maestoso da cui, di lì a poco, si sarebbe affacciato non solo un nuovo Papa, ma una nuova pagina di storia. L’aria era gravida di silenzio e speranza, mentre il sole romano — come se anche lui volesse assistere — indugiava sull’orizzonte, accarezzando i nostri volti tesi e al contempo fiduciosi.
Si vedevano ragazzi che cercavano un punto più alto per non perdere nemmeno un frammento di quel momento. Altri, più previdenti, erano saliti su sgabelli portati da casa, mentre i bambini si ergevano sulle spalle dei grandi, con gli occhi spalancati e i cuori in attesa. I telefoni erano già pronti, silenziosi (linee internet schermate) e puntati, a immortalare l’attimo in cui il tempo si sarebbe fermato.
E poi, finalmente, quelle parole che ogni generazione sogna almeno una volta di sentire in diretta: “Annuntio vobis gaudium magnum (…) Habemus Papam!”.
Un boato. Un’esplosione di emozioni. La piazza, fino a quel momento contenuta in un respiro collettivo, si è trasformata in un’onda umana: applausi, abbracci, lacrime, cori spontanei, bandiere che si alzavano al cielo. Era la festa del popolo di Dio, ma anche il sollievo di una comunità globale che si ritrova unita sotto un’unica voce, quella della speranza.
Dalla Loggia della Benedizione, il nuovo Papa si è affacciato con passo misurato, indossando la mozzetta rossa e la stola dorata, simboli di una tradizione che, pur rinnovata, non dimentica le sue radici. Il suo sguardo, sereno e profondo, ha abbracciato la folla, mentre le sue prime parole hanno risuonato come un eco di pace: “La pace sia con voi”.
Un sostantivo che ha ripetuto nove volte nel suo discorso, come un mantra, un invito, una preghiera. La parola “pace” è diventata il filo conduttore del suo messaggio, un richiamo alla necessità di costruire ponti, di abbattere muri, di cercare l’unità nella diversità.
Leone XIV ha ricordato con affetto e gratitudine il suo predecessore, Papa Francesco, definendolo “una guida coraggiosa e vicina al popolo”. Ha sottolineato l’importanza di proseguire il cammino tracciato da Francesco, fatto di sinodalità, di attenzione agli ultimi, di apertura al dialogo. Lo ha fatto usando il tono del figlio che raccoglie un’eredità con rispetto e desiderio di farla fiorire ancora. Non sarà un pontificato di rottura, ma di approfondimento. Di fedeltà alla direzione già tracciata, ma con l’eleganza sobria di chi sa che la verità non urla, illumina.
“Grazie, Papa Francesco”, ha detto con voce commossa.
Il nuovo Pontefice – in un primo discorso letto - ha poi rivolto un pensiero speciale alla sua amata diocesi di Chiclayo, in Perù, dove ha servito per molti anni, ringraziando il popolo per la fede e l’affetto dimostrati.
In conclusione, ha recitato un’Ave Maria (l’abbiamo recitata tutti insieme), affidando alla Vergine Maria la Chiesa e il mondo intero, chiedendo la sua intercessione per la pace.
Mentre le sue parole si diffondevano nella piazza, il sole calava lentamente, tingendo di oro e rosa le facciate dei palazzi, i volti dei presenti, le bandiere che sventolavano. Un momento di grazia, di comunione, di speranza. È l’impronta di un pontefice figlio della riflessione, forse non popolare nella forma come Francesco, né carismatico come Wojtyla, ma potenzialmente autorevole nella sostanza. Perché in quelle due parole riferite alla pace – disarmata e disarmante – c’è una visione del mondo e della Chiesa: la pace come scelta vulnerabile, ma irresistibile. Come forza che nasce dall’umiltà e dalla verità. Come scudo senza spade, che vince non per conquista ma per rivelazione.
Non è un caso che Leone provenga dalle file del pensiero agostiniano, né che abbia percorso il sentiero del sapere matematico. È l’uomo della misura e del mistero, del logos e del pathos, della ragione che sa piegarsi all’infinito. Nella sua figura si intravede la saggezza chi non cerca la ribalta ma l’essenziale.
Un inizio che promette di essere fecondo, in un tempo che ha tanto bisogno di pace, di giustizia, di amore.
Che il suo pontificato sia benedetto e porti frutti abbondanti per la Chiesa e per il mondo intero.
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