Di che pasta sono fatto: progetto d’arte che fotografo sanseverese Michele Fini porterà in giro per l’Italia

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Successo meritato per la mostra fotografica e, si può dire, biografica di Michele Fini: “Di che pasta sono fatto”. Un titolo emblematico, che racchiude il doppio significato legato all’attività principale dell’artista sanseverese: “Per 27 anni ho fatto la pasta per mestiere ed è un elemento che le caratterizza”, e il concetto stesso che indica “una pasta d’uomo”, cioè una persona dolce, sensibile, garbata. 

Pur non essendo un fotografo professionista, il mix di passione, talento e tenacia, sono la ricetta del successo di Michele Fini, fotografo d’arte sanseverese che continua in un percorso carico di sfide e riconoscimenti, come l’ultimo ricevuto ad aprile, presso la Fondazione Vincenzo Agnesi, a Roma, con la foto “Asciuga spaghetti” salita sul gradino più alto del podio. 

Ma è a Palazzo Giuliani, a San Severo, meravigliosa cornice per la sua mostra, che Fini ha esposto gran parte delle sue opere, che narra, così, a l’Attacco: “C'era una volta e c’è ancora, nel cuore della mia amata terra, il Tavoliere delle Puglie, un luogo incantato dove le onde dorate di grano danzano al ritmo del vento, raccontando storie di resilienza e speranza. In questo paesaggio magico e tra queste spighe, il titolo ‘Di che pasta sono fatto’ prende vita, trasformandosi in un viaggio emozionante che celebra le antiche tradizioni e l'incanto delle piccole cose che spesso tendiamo a ignorare intrecciandole con un’espressione e volontà di raccontare il mondo secondo la mia percezione”. 

“I miei primi ricordi col grano partono dai pomeriggi trascorsi nella cucina di mia nonna, dove la sua arte culinaria si rivelava in tutta la sua magia ogni volta che si metteva all’opera. Mi affacciavo con occhi sgranati, rapito dal suo rituale: una semplice ‘fontanella’ di semola che, sotto le sue mani esperte, si trasformava in un impasto elastico, quasi vivo. Era come assistere a un'opera d’arte che prendeva forma e, in quei momenti, percepivo il valore del lavoro e del sacrificio. Ogni gesto, ogni piega, mi legava sempre di più alle nostre radici: il grano, simbolo di vita e speranza, diventava parte di me. Da bambino giocavo con i diversi formati di pasta”.  

Così conclude: “Di che pasta sono fatto, non è solo un titolo, ma un invito a sognare, a sentire e a reinterpretare con empatia e fantasia. Perché, in fondo, siamo tutti un po' fatti di pasta, di storie e di emozioni che ci uniscono l'uno all'altro e alla nostra terra. È un invito a esplorare le mie opere fotografiche, a lasciarsi trasportare dalla curiosità e dalla fantasia e scoprire, attraverso i miei scatti, la bellezza che si nasconde in ogni pezzo di pasta e in ogni istante della vita”. Prossimamente nelle gallerie d’arte e nelle pinacoteche di Puglia e non solo.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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