Sipontum riaffiora maestosa, indizi del foro della città sotto ex casa cantoniera: lo aveva detto Marina Mazzei

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“Questo spirito di partecipazione e desiderio di essere attivi è il risultato più importante. Vedere persone come i ragazzi della Locanda del Torrione e altri che si mettono a disposizione, è fondamentale per noi”. I manfredoniani non si limitano più a osservare gli scavi, come è avvenuto nell’Open Day che si è svolto domenica scorsa, ma si rendono protagonisti di una forma concreta di dialogo con il passato, sostenendo e accompagnando il progetto archeologico con interesse e orgoglio. È arrivata alla sua ultima settimana – termina il 17 ottobre -, la quinta campagna di scavi archeologici a Siponto che era iniziata l’8 settembre. Un lavoro di squadra incredibile, diretto dal professor Giuliano Volpe dell’Università di Bari e dai professori Giovanni De Venuto, Roberto Goffredo e Mariuccia Turchiano dell’Università di Foggia. Sono loro i protagonisti di queste affascinanti ricerche. E lo sono i ragazzi dei due atenei che - in due affollati turni di una quarantina di studenti l’uno - lavorano alacremente per un mese e mezzo all’anno. Sono protagonisti in prima persona anche, tornando alle parole nell’esordio del professor Volpe, tutti i manfredoniani che sono diventati parte di questa sinergia tra comunità e ricercatori. Un reciproco scambio. Alimenta un clima di collaborazione che va oltre la semplice attività scientifica, trasformandosi in una rinascita culturale capace di rafforzare il senso di identità territoriale e di promuovere la valorizzazione del patrimonio storico. Il professor Giuliano Volpe traccia un bilancio estremamente positivo della quinta campagna di scavi, giunta quasi al termine. Una delle novità più importanti riguarda l’apertura di una nuova area di scavo proprio nella zona in cui da tempo era stata ipotizzata la presenza del Foro dell’antica città romana di Sipontum, localizzata accanto alla casa cantoniera Anas. “Siamo ancora alle fasi medievali – spiega Volpe a l’Attacco – ma ci sono edifici con murature molto curate che fanno pensare alla permanenza di edifici pubblici di questa epoca. È interessante perché, per quanto solo la prosecuzione dello scavo ci potrà fornire conferme, potrebbe indicare una continuità della funzione pubblica dello spazio che in età romana probabilmente ospitava il Foro, come era stato già ipotizzato dalla professoressa Marina Mazzei”. La scelta di aprire questo nuovo saggio proprio in quell’area serve – semmai occorra dimostrarlo anche così -che quella ex casa cantoniera andrebbe inglobata nel Parco archeologico di Siponto, piuttosto che concessa a qualsivoglia privato. Il Foro rappresentava il centro della vita pubblica della città. Qui si svolgevano funzioni amministrative, giudiziarie e commerciali. Era altresì uno spazio dedicato ai riti religiosi e alle assemblee pubbliche. La posizione adiacente al decumano massimo e al cardo massimo rispecchia i modelli urbanistici romani. Si tenevano assemblee cittadine, sedute di giustizia, mercati e cerimonie religiose. La sua funzione era centrale nel governo della città, favorita dalla posizione strategica della colonia come porto commerciale. Si potrebbe dedurre - in base a analogie con altri Fori romani - che la piazza centrale fosse pavimentata e, forse, circondata da portici con colonne.

“La città romana di Siponto si sviluppa seguendo un impianto urbanistico ortogonale, tipico delle colonie romane di epoca repubblicana e augustea. Nel cuore della città si trova il Foro, centro nevralgico delle attività sociali, politiche e religiose - ha scritto la professoressa Mazzei in ‘Siponto antica’ -. Esso costituiva lo spazio pubblico principale, intorno al quale si organizzavano gli edifici di rappresentanza, le basiliche e le tabernae. Anche se la documentazione archeologica relativa al Foro non è ancora esaustiva, le indagini evidenziano pavimentazioni in opus signinum e resti strutturali di portici che definivano la piazza. Il Foro fungeva da fulcro commerciale e amministrativo della colonia”.

L’ipotesi della Mazzei, che individuava il Foro in corrispondenza della casa cantoniera, sembra avvalorata dunque dalla persistenza di strutture di rilievo e da reperti di età romana riutilizzati nel Medioevo. Niente di nuovo, dal momento che già da qualche anno a questa via gli archeologi degli atenei di Foggia e Bari hanno appurato l’opera di “cannibalizzazione” operata tra le diverse epoche. Una parte degli edifici medievali sono sorti utilizzando quelli sottostanti, risalenti invece all’età romana. Un peccato, perché questa pratica del fare di necessità virtù ha comunque impedito che ci fossero tramandati gli edifici nella loro prima forma. Ma, al tempo stesso, una vista “a strati” quasi didascalica: nella parte superiore tutto ciò che c’era nel periodo medievale, invece l’antica urbe sipontina in quella che si trova qualche metro più sotto.

Negli ultimi giorni, è stata trovata anche una calcara – cioè un forno per cuocere il calcare – nel quale venivano conferiti pezzi di mura per renderli calce e, quindi, riutilizzarli per i nuovi edifici. Nella zona ipotizzata come sovrastante il Foro dell’antica Siponto, sono state riportate alla luce “una grande macina olearia di età romana reimpiegata, segno di attività produttive che si svolgevano nell’area, e una grande iscrizione romana trovata in una muratura, anch’essa reimpiegata” che confermano l’importanza del sito. L’iscrizione predetta è di natura funeraria, purtroppo “è stata scalpellata, tuttavia stiamo riuscendo in qualche modo a leggerla”. 

La scritta si trova su un’ara e “stiamo valutando di portarla al Parco perché, anche se non troppo volontariamente, è il primo monumento romano che abbiamo fin qui individuato”. Trattandosi di un’iscrizione funeraria, è stata probabilmente recuperata dall’immediato suburbio, a due passi dalla porta principale sul decumano massimo” dove, essendo al di fuori delle mura, si sviluppava la necropoli.

Volpe, tuttavia, denuncia lo stato di degrado dell’area che è sotto gli occhi di tutti, aggravato dalla concessione della casa cantoniera ad un privato che non sembra rispettare alcuna valorizzazione dell’immobile. “L’unica presenza sono due cani che si aggirano in un’area sporca e degradata, un elemento che stona in un’area archeologica di tale valore. Auspichiamo che l’Anas possa revocare la concessione e affidare la struttura al Parco archeologico per farne laboratori e depositi, di cui abbiamo enorme bisogno”.

Nell’auspicio che si possa eliminare il traffico su quel tratto con la sua trasformazione in strada pedonale e in prospettiva di un Parco che, magari, riguardi l’intera area archeologica di Siponto e non soltanto quel pezzetto riferito alle due basiliche, l’edificio dell’ex casa cantoniera si troverebbe posto all’ingresso di una nuova zona archeologica. Nello stesso, oltre a locali per il lavoro degli archeologi, potrebbero trovare posto servizi e l’eventuale biglietteria.

L’inclusione della casa cantoniera nell’ambito del Parco archeologico di Siponto rappresenterebbe, quindi, un passo fondamentale per migliorare l’organizzazione ed effettuare scavi più efficaci intorno alla struttura senza danneggiarla, anzi sfruttandola come punto informativo per i visitatori.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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