Il Sole 24 ore e l’Istat hanno pubblicato recentemente le previsioni demografiche di tutte le province italiane al 2030. Per quanto riguarda la provincia di Foggia è stato stimato che fra otto anni mancheranno all’appello rispetto a oggi 33.407 individui di età compresa tra i 15 – 64 anni. In altre parole, in Capitanata avremo oltre 33mila persone in meno in età lavorativa. Una vera e propria crisi strutturale demografica che avrà come conseguenza un aumento ulteriore del divario territoriale con il centro nord del Paese.
A questa emigrazione di massa continua non farà da contrappeso una propensione alla natalità che è ormai inesistente da decenni nel nostro territorio. Tutto ciò provocherà una vera e propria desertificazione con aree completamente spopolate e abitate solo da anziani. I comuni a rischio estinzione sono tutti quelli delle aree interne del Gargano e del Sub Appennino Daunio ma non saranno risparmiati neanche i comuni costieri e Foggia. E’ un vero e proprio scenario apocalittico quello che si presenta ed è già in atto da tempo, si può solo rallentarlo e non più invertirlo con politiche pubbliche efficienti.
Tale processo è iniziato più di venti anni fa, a nessuno è sfuggito il desolante panorama che vediamo ogni giorno nelle nostre città, tutte invecchiate, deserte, depresse e rassegnate. La situazione è ancor più drammatica nella fascia di età che va tra i 15-29 anni, emigreranno in altri contesti territoriali 12.228 giovani in solo otto anni per lo più laureati e con alte competenze e, tra i 30-64 anni le persone che andranno in altre aree del Paese e all’estero sono 21.300.
Un indebolimento strutturale della popolazione in età attiva che toglie ogni speranza di sviluppo sociale ed economico. La causa principale è la mancanza di lavoro qualificato dovuta ad una struttura produttiva inesistente fatta di piccole imprese poco innovative e per niente attrattive. Excelsior in una sua indagine sulla provincia di Foggia ha evidenziato che per i giovani laureati della Capitanata trovare un lavoro presso un’impresa locale equivale a una probabilità su dieci e non prevale il merito e l’impegno ma le relazioni che si hanno.
Un altro dato sconcertante che emerge dall’analisi dei bilanci delle imprese è quello che il lavoro è sottopagato e sfruttato. Il costo medio del lavoro risulta inferiore ai 20 mila euro annui, gran parte dei lavoratori privati di Capitanata percepisce uno stipendio netto al di sotto o al limite della soglia di povertà che l’Istat individua per la provincia di Foggia intorno a 1.200 euro mensili per nucleo familiare costituito da 2,7 persone. Il tessuto produttivo è fatto totalmente o quasi da imprese marginali e sottomarginali che non realizzano utili e, spesso sopravvivono non pagando tasse e contributi, con aiuti pubblici continui e non dando valore e dignità al lavoro.
Ci troviamo di fronte ad un’economia di prenditori più che di imprenditori che sfruttano il lavoro, non rispettano le leggi e contribuiscono con il loro reddito per meno del 3% al valore aggiunto totale del territorio. L’assetto istituzionale ha favorito e continua a favorire imprese pirata.

L’inadeguatezza del modello economico e produttivo, una bassa qualità istituzionale, corruzione, criminalità e clientele e una cultura tutta incentrata sul lavoro pubblico hanno portato il miglior capitale umano a emigrare. Dal 2002 al 2020 sono andate via 87 mila persone per lo più giovani laureati e preparati, con una accentuazione impressionante a partire dalla crisi del 2007-2008 e quella del 2011 indebolendo e desertificando il settore produttivo.
Di fronte a tali scenari sono necessarie risposte solide a cominciare dalla buona politica con una visione lungimirante sia a livello nazionale che locale e di una classe imprenditoriale illuminata che mette al centro il giusto valore del lavoro e la sua dignità con imprese innovative e socialmente responsabili. E’ arrivato il momento di immaginare un Modello di Sviluppo Economico sostenibile, inclusivo, intelligente e innovativo che spazzi via l’attuale caratterizzato da imprese mature e in declino che sfruttano il lavoro a beneficio di interessi personali.
Basta con gli affaristi senza scrupolo, con i prenditori senza morale, gli sciacalli che approfittano delle risorse pubbliche per riempirsi le tasche e gli speculatori che guidano imprese senza capitali materiali e umani violando continuamente le leggi. La robustezza di un’economia dipende principalmente dal suo capitale sociale e umano e dalle connessioni tra individui e reti sociali, ciò che stiamo perdendo continuamente e progressivamente.
Abbiamo perso in venti anni più del 15% della popolazione, la migliore. Sembra che si sia combattuta una guerra lunga e sanguinosa per la quantità di persone che non ci sono più e nessuno ne parla. Continuano a spadroneggiare i soliti noti finti imprenditori, per lo più fuorilegge e i politici che nulla hanno a che fare con il bene comune, preoccupati di preservare il solo interesse personale mentre tutti gli altri si affannano a sopravvivere.
Per uscire da questo stato di coma e di ripiegamento dovremo tutti fare proprio nello spirito e nell’animo quanto fu scritto su un muro dopo la seconda guerra mondiale: “Se abbiamo perso del denaro non abbiamo perso nulla, con un buon affare lo possiamo recuperare, se abbiamo perso l’onore abbiamo perso moltissimo ma con un gesto eroico possiamo recuperarlo, se abbiamo perso il coraggio abbiamo perso tutto”. La nostra attuale condizione è esattamente il contrario, ed è molto triste e avvilente, abbiamo perso soldi, onore e coraggio.
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