L’invaso è un asset fondamentale per la sete dei cittadini, le esigenze delle imprese e le piante nei campi

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Poco più di due metri. Può essere una distanza da considerare lunga o corta, a seconda delle situazioni e delle proprie percezioni. Ma può essere anche un’altezza, in questo caso non trascurabile se si tratta della differenza di misurazione del livello idrico della diga di Occhito tra fine anno 2022 e fine anno 2023, rilevata quindi nella giornata di ieri. In questo momento nell’invaso più importante della Capitanata (e il più grande d’Europa in terra battuta) vi sono 115 milioni di metri cubi di acqua, ben 33 in meno rispetto al 29 dicembre dello scorso anno, quindi con una rivelazione altimetrica che non raggiunge i 184 metri, mentre dodici mesi fa superava i 186. E nel 2021 i metri cubi nello stesso giorno erano circa quelli di un anno fa. Insomma, il trend è negativo ma non c’è naturalmente alcun allarmismo, nessuna preoccupazione a breve e medio termine, tuttavia è evidente che il perdurare della scarsità di piogge registrate nell’ultimo periodo non promette niente di buono per il periodo estivo, sebbene si debba anche tener presente che le precipitazioni dell’anno scorso sono state positivamente straordinarie, tanto che a gennaio scorso è stata disposta l’apertura delle paratoie per consentire la fuoriuscita del surplus, disperso nel canale di dissipazione con destinazione finale in mare. L’acqua era arrivata a superare il limite di laminazione consentito, fissato a poco più di 220 milioni da parte delle autorità di prefettura e protezione civile in relazione ad accorgimenti di salvaguardia del territorio per ragioni di sicurezza. E’ stato stimato che siano andati perduti 40-50 milioni di metri cubi, dopo una decina di giorni di piogge e nevicate sui Monti dauni e nel Molise che fecero arrivare almeno 70 milioni nella più grande opera pubblica della Capitanata che funziona ininterrottamente da 56 anni, senza una vera manutenzione delle condotte principali. E di conseguenza, non va meglio neanche negli altri tre impianti dislocati sul territorio: Marana Capacciotti sconta un deficit di 3 milioni di metri cubi, con gli attuali 18 milioni rispetto ai 21 precedenti, San Pietro sull’Osento è quasi vuoto, con meno di 2 milioni a fronte dei 7 di un anno fa, e la situazione è simile anche a Capaccio sul Celone, con poco più di 2 milioni, appena sufficiente per non toccare il “volume morto”, rispetto agli oltre 6 del 2022.

Sia chiaro, per Occhito per arrivare al minimo dei 40 milioni si deve verificare una confluenza di diversi fattori negativi oggettivamente difficile da raggiungere: è successa una sola volta, nel 2001, quando stavano per mettersi in moto le idrovore già installate da Acquedotto pugliese per “pescare” l’acqua sotto il livello di guardia, ma poi non fu necessario, perché proprio nelle ore immediatamente precedenti arrivò dal cielo la pioggia sufficiente per far rientrare forse la più importante emergenza mai vista dalla messa in esercizio dell’impianto risalente al 1966 e che da allora, ininterrottamente, serve una popolazione di centinaia di migliaia di persone e aziende. 

In effetti, in questo ambito c’è da tenere sempre presente che tutto può cambiare anche nel giro di pochi giorni. “Per riempire la diga bisogna che nevichi in Molise”, è l’espressione di un vecchio operatore dell’impianto che conferma quando viene interpellato per capire come vanno le cose, magari rispondendo a chi esulta solo per qualche acquazzone nella zona di Carlantino e Celenza, i centri abitati più vicini a una infrastruttura fondamentale per quasi tutta la grande provincia foggiana, non solo dal punto di vista civile ma anche agricolo e quindi economico in generale, nonostante qualche scopertura di troppo nelle zone di Cerignola e Manfredonia.

Occhito è un asset fondamentale, quindi, ma che in molti ritengono sia comunque una risorsa sotto utilizzata, perché avrebbe bisogno di un sistema idrico complementare al momento solo pensato, parzialmente progettato ma mai definito e attuato, a partire da quella diga di Piano dei Limiti. E’ il nome della chimera del settore che non ha la sufficiente copertura politica ed economica a una iniziativa fortemente caldeggiata dal Consorzio per la Bonifica della Capitanata, l’ente titolare e responsabile delle attività idriche. 

Ma c’è pure chi si è accorto che l’area ha un potenziale perfino energetico, però bisogna chiedere proprio ai Sindaci di Carlantino e Celenza, Graziano Coscia e Massimo Venditti, se la questione sia positiva o meno per le rispettive comunità. Il dibattito è delle ultime settimane, innescato dalla richiesta della società “Rinnovabili Sud Due S.r.l.” di Potenza che vuole realizzare un parco eolico costituito da 17 aerogeneratori, per una potenza complessiva pari a 98 mega watt proprio intorno all’invaso, su una superficie di diverse centinaia di migliaia di metri quadri, e con il coinvolgimento di almeno altri quattro Comuni a cavallo del confine tra Puglia e Molise, un un’area che conta dei vincoli paesaggistici. 

L’istanza è sul tavolo del ministero dell’Ambiente che si deve esprimere sulla “Valutazione di Impatto Ambientale”, ma questa iniziativa ha fatto subito scattare l’altolà delle popolazioni locali, sentitesi completamente scavalcate e ignorate dal progetto industriale, perché senza alcuna condivisione politica e sociale. E subito si sono accodate associazioni come Lipu, Italia Nostra e Altura, aderenti a una protesta che nel nuovo anno promette un’evoluzione almeno incoraggiante, quella di un annunciato incontro sul posto con i dirigenti del gruppo energetico VSB Energia Verde Italia e il suo direttore generale Giuseppe De Benedictis.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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