Anacronistica, incomprensibile, non apprezzata nemmeno dall’opinione pubblica. Appare così, a Foggia, la decisione dell’amministrazione comunale guidata dalla sindaca Marida Episcopo di riportare a cinque i consigli di amministrazione delle società controllate al 100%, come avveniva decenni fa. Si tratta di Amgas spa (società in house affidataria diretta del servizio di distribuzione del gas naturale), Ataf spa (società in house affidataria diretta del servizio di trasporto pubblico locale e del servizio di sosta tariffata) e AM Service srl (società strumentale in house affidataria delle attività di assistenza informatica, assistenza archivistica, accertamento dello stato di manutenzione degli impianti termici, gestione calore, supporto per il contenimento dei costi di energia elettrica). E’ già a cinque, e dunque non fa testo, il cda della barese Amiu Puglia spa, direttamente partecipata al 21,87% dell’ente (società in house affidataria diretta del servizio di igiene urbana).
Anche volendo valutare solo dal punto di vista tecnico tale decisione non si riesce a considerarla utile e nemmeno saggia e prudente. La norma del 2016, contenuta nel Testo unico delle società partecipate, dice che la forma ordinaria di amministrazione delle società partecipate è l'amministratore unico, ma con una motivazione cosiddetta rafforzata si può derogare e dichiarare di voler introdurre un cda con tre o cinque componenti. La relazione, adeguatamente motivata, va inviata alla Corte dei conti. Gli attuali statuti delle controllate foggiane parlano di amministratore unico o cda a tre componenti, dunque è una scelta politica ipotizzare di portarli a cinque, né l'obbligo di modificare lo statuto esiste in realtà.
La parità di costi, come ripete continuamente la sindaca, non è un aspetto di cui vantarsi perché è la legge stessa ad imporre che non ci sia un aumento di spesa nel derogare alla regola dell’amministratore unico. Le motivazioni addotte da Episcopo e dalla maggioranza mercoledì scorso in aula consiliare non reggono in alcun modo. Quella di voler dare una maggiore rappresentanza con il cda a cinque è stata bocciata dalla Corte dei conti. È stato anche detto che si mira, in tal modo, ad aumentare il controllo sulle controllate ma secondo la Corte dei conti non è una motivazione adeguata. Idem per il voler migliorare l'efficienza: questo obiettivo va motivato, ci devono essere motivazioni forti di carattere organizzativo.
Nel 2009 il sindaco Gianni Mongelli introdusse gli amministratori unici, nel 2014 il suo successore Franco Landella tornò ai cda con tre componenti, poi nel 2021 la commissione straordinaria reintrodusse gli amministratori unici. Cosa è cambiato in tutti questi anni nelle società? E quali sarebbero le modifiche strutturali e organizzative in grado, come si sostiene, di migliorare l'efficienza? La Corte dei conti afferma che ci sono parametri oggettivi di miglioramento: l'aumento del fatturato, del personale, dei mezzi e del patrimonio, come pure l'ampliamento del servizio svolto. Ma a Foggia non è avvenuto nulla di tutto ciò negli ultimi tre lustri, dunque resta da capire cosa la magistratura contabile dirà sulle delibere assembleari che introdurranno i consigli di amministrazione con cinque componenti. Si prenda come esempio il fatturato: quello medio in Italia per le società in house è di diverse decine di milioni di euro, mentre qui parliamo di cifre estremamente diverse e tutto molto al di sotto dei 10 milioni di euro. L'unica con una struttura organizzativa complessa è Ataf, mentre le altre due non hanno elementi di complessità tale da giustificare il passaggio al cda a cinque. Quanto agli organici, si tratta di circa 30 dipendenti per Amgas (che svolge da sempre la stessa attività), di circa 50 per AM Service, di quasi 200 per Ataf. Inoltre, la norma transitoria del Testo unico dice che fino all'introduzione di un decreto ministeriale (di cui si è in attesa dal 2016) non è possibile spendere più di quanto si spendeva nel 2013. Ebbene, nel 2013 sia per gli amministratori unici di Ataf che per quelli di Amgas si spendevano 1.800 euro lordi, zero per AM Service poi diventati 666 euro. Sono le cifre che poi si sono divisi i cda a tre introdotti da Landella e si parla di cifre lorde, a cui bisogna cioè togliere un 30-40 %. Questo vuol dire che a ciascuno dei cinque componenti di Ataf e Amgas andrebbero 300-400 euro lordi, 50 euro lordi addirittura a ciascuno dei cinque componenti del cda di AM Service. Compensi davvero ridicoli che pongono ulteriori seri dubbi su questa operazione.
Qualcuno, in consiglio comunale, come la stessa Episcopo, ha parlato di “volontariato”. Ma le società in house andrebbero gestite secondo altri criteri: il socio unico dovrebbe scegliere chi, per le proprie competenze, è in grado di assicurare determinati risultati e tale persona va pagata, in modo tale da poterla anche mandare via nel momento in cui quei risultati non sono arrivati. E’ chiaro che nessun professionista, per non per spirito di volontariato, accetterà di entrare nei cda a cinque. Se ciò avverrà sarà per tre ipotesi: la prima, davvero remota, è che professionisti affermati, con esperienza, vogliano fare beneficenza; la seconda è che ci sia qualche giovane professionista in cerca di titoli ed esperienza; la terza è che il professionista intenda fare politica e clientela. Ma è pensabile di fare politica con le spa? Peraltro, secondo gli addetti ai lavori, l'introduzione dei cda a cinque potrebbe creare problemi futuri, perché nel 2023 è stata introdotta la normativa sull'equo compenso. Un professionista che lavora per 50 euro lordi al mese ha un compenso legittimo, stando a questa normativa? O un domani, in caso di giurisprudenza che va in tal senso, potrebbe aprire un contenzioso volto ad ottenere i compensi non percepiti? Insomma, un approccio prudente sarebbe dunque consigliato da parte dell’amministrazione comunale. Seguire la strada dei cda a cinque appare sempre più tecnicamente poco spendibile, oltre che politicamente. Ciò che emerge in modo macroscopico è il prevalere di una logica partitocratica testa a dover tenere contenti tutti coloro che fanno parte di questa coalizione extra large. Il rischio politico è chiarissimo: se, magari tra un anno, le delibere assembleari saranno bocciate dalla Corte dei conti, si verificherà una ulteriore e grave figuraccia per gli amministratori del Comune di Foggia.
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