Il tema del declino demografico – spesso definito con l’espressione “inverno demografico” – è diventato centrale nel dibattito pubblico italiano, e in particolare nel Mezzogiorno. La provincia di Foggia, con i suoi 61 comuni e una popolazione in costante calo, rappresenta una delle aree più colpite da questo fenomeno. Il dibattito su un tema che l’Attacco segue da tempo ormai e con particolare attenzione si è recentemente acceso grazie a due voci autorevoli del territorio. Le loro riflessioni hanno aggiunto ulteriori spunti su cause, responsabilità e possibili vie d’uscita dal declino. Paolo Cascavilla ha lanciato un grido d’allarme: Manfredonia sarebbe il comune che, nell’ultimo decennio, ha perso più abitanti in tutta la provincia. Una fotografia che, a suo dire, impone una riflessione urgente sulle prospettive future della città e dell’intero territorio. Più volte si è speso in senso contrario rispetto a quella che ritiene una visione pessimistica, perciò anche stavolta Tommaso Rinaldi interviene ad alimentare il dibattito e, pur condividendo la preoccupazione di fondo, invita però a una lettura più sfumata e meno catastrofica del fenomeno. “Sto notando una maggiore attenzione ai temi della demografia, cosa che fa enorme piacere. Ma il rischio che si corre è quello di raccontare una realtà molto più nera di quella che effettivamente è, ingenerando pensieri negativi anche nei giovani che hanno voglia e desiderio di rimanere”. Pur tra mille difficoltà, Manfredonia “sta comunque tenendo” rispetto ad altri centri della provincia e a città simili in Italia. La perdita di popolazione è reale, ma non è la più drammatica del territorio: “Monte Sant’Angelo sembrerebbe quasi non avere futuro, nonostante la sua storia millenaria; al contrario, ci sono tre comuni, Carapelle, Cerignola e Zapponeta che presentano dati molto positivi”. La sua analisi si sofferma su un aspetto spesso trascurato: la presenza di stranieri come fattore di riequilibrio demografico. “I dati demografici di questi tre centri sono positivi – spiega meglio - anche e soprattutto per la presenza consistente di stranieri che lavorano, consumano, affittano o comprano case, fanno girare l’economia e fanno figli”. Una presenza che non sarebbe casuale ma frutto di dinamiche economiche e sociali precise. Dove c’è lavoro, anche stagionale o poco qualificato, si crea un tessuto sociale più giovane e dinamico. “Potrebbero anche fischiare le orecchie, soprattutto in considerazione dell’ultimo referendum andato in discarica, ma la realtà è questa; e lo è ancor di più al Nord dove, grazie a extracomunitari e immigrazione interna, riescono a sopperire alla loro atavica e asfittica produzione umana e, quindi, a mandare avanti le loro imprese”.
Il consulente finanziario entra poi nel dettaglio dei dati e rappresenta che, nell’ultimo decennio, le nascite a Zapponeta presentano un saldo positivo di +18%; a Monte Sant’Angelo negativo del -50% e a Manfredonia è a -24%). “È drammatico – continua - il responso nella fascia d’età scolastica dove, a parte l’eccezione della solita Zapponeta (positiva) e Vieste che riesce a contenere le perdite, si va da – 21% a -52%, con Manfredonia gelidamente ad un quasi -40%”.
“La denatalità, tuttavia, è un problema che riguarda tutto il mondo occidentale, anche laddove il welfare è particolarmente avanzato, come nei Paesi scandinavi – aggiunge allargando lo sguardo anche oltre confine -, ed è diretta conseguenza del modello sociale che si sta affermando sempre di più: l’aumento dei single”.
A suo avviso, è la rivoluzione tecnologica che ha reso più facile la solitudine, riducendo la spinta a costruire famiglie numerose. “La rivoluzione tecnologica in atto rende decisamente più sopportabile vivere in solitudine, senza la rottura di scatole di confrontarsi, scontrarsi o condividere idee, passioni ed emozioni con un altro essere umano; un giro su Netflix o su Pornhub e la serata è bella e sistemata”.
Ma il vero nodo, secondo Rinaldi, è capire se il declino sia davvero irreversibile o invece “indotto” da scelte politiche ed economiche sbagliate. “Quello su cui dovremmo interrogarci molto più seriamente alle nostre latitudini, invece, è se il ‘polo nord’ di cui parla il professore Cascavilla è qualcosa di irreversibile oppure è in qualche modo ‘indotto’”.
Per spiegarsi meglio, fa un esempio concreto: la gestione dell’acqua. “Se ci guardiamo intorno, ciò che vediamo non sono distese di capannoni industriali o fabbriche, ma 550.000 ettari di terreni coltivati, la più grande estensione agricola provinciale d’Italia. Ora, lo sanno anche i muri che per produrre è necessario e vitale avere a disposizione acqua, tanta acqua e lo sanno anche le pietre che nel nostro territorio l’acqua scarseggia da sempre; eppure, questo non ha impedito alle nostre imprese agricole di primeggiare a livello nazionale ed internazionale”.
La carenza d’acqua favorisce la sostituzione delle coltivazioni con impianti di energie rinnovabili, con effetti devastanti sull’economia e sull’occupazione locale. “Se non ho l’acqua, non posso produrre; se non posso produrre e si presenta una multinazionale di energia alternativa, proponendomi un affitto di € 3.000 per ettaro sui quali impianterà i suoi spilloni eolici, il giochino è fatto: addio a coltivazione e produzione, addio a piantine e concimi, addio a trattori e investimenti, addio a € 8,00/ora per i lavoratori e addio ad una parte consistente e fondamentale del PIL provinciale e regionale”.
E conclude con una provocazione: “Forse si ha timore che, risolvendo questo problema, il PIL pugliese potrebbe ulteriormente lievitare (oggi attestato al 3,70% di quello nazionale, quasi il 60% in più dell’osannato Trentino…), consentendo a tanti di rimanere nella loro terra e di arrestare un declino demografico ingiusto e ingiustificato”.
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