Col deposito delle 20 liste da parte dei sei candidati sindaci, entra nel vivo la campagna elettorale che condurrà Manfredonia alle urne il 7 novembre prossimo. In campo un esercito di 480 aspiranti consiglieri, quasi tutti alla prima esperienza politica e amministrativa.
Sabato sono stati cinque gli esclusi dalla commissione elettorale, tutti della coalizione di centrodestra guidata dall’edile Gianni Rotice. Si tratta di tre della civica “Io voto Gianni” (Luciano Tomaiuolo, Michele Matteo Totaro e Celestino Ricucci), un candidato UdC (De Salvia) e uno di Fratelli d’Italia (Antonio Pellegrino).
L’ex presidente di Confindustria e il candidato del centrosinistra Gaetano Prencipe schierano entrambi 5 liste per ciascuno, mentre sono 4 quelle di Raffaele Fatone per la coalizione Manfredonia 2050 capitanata dal M5S.
L’ingegnera Giulia Fresca – candidata sindaca di AgiAmo, Manfredonia Nuova e Sipontum – ne conta tre; due per Maria Teresa Valente di CON; una a sostegno del consulente finanziario Tommaso Rinaldi, lo sfidante della calendiana Azione.
I 120 candidati di Prencipe erano sabato sera in Piazza del Popolo per l’evento della coalizione progressista. L’avvocato ed ex primo cittadino non ha voluto il classico comizio, preferendo esporre motivazioni e tramite le domande di Felice Sblendorio e Micky de Finis, avversario di Rotice dallo scontro interno a Confindustria contro Zanasi-Dimauro.
Ma del principale avversario Prencipe non ha parlato affatto, mentre sono state diverse le stoccate a Fresca, calabrese di origini sipontine, la professionalità d’importazione (“le risorse umane per il futuro di Manfredonia non dobbiamo ricercarle altrove”). “Possiamo farcela al primo turno”, ha sostenuto l’amministrativista al termine della serata, ma nessuno davvero ci crede. Bisognerà attendere l’esito del ballottaggio del 7 novembre, nel quale con ogni probabilità si sfideranno Rotice e Prencipe.
Eppure è alla candidata dell’onorevole Tasso e del professor Magno che paiono rivolte le attenzioni nel centrosinistra, tanto da far ipotizzare ai più malevoli un “patto di non belligeranza” tra l’imprenditore e il suo ex avvocato. Almeno finora la campagna di Prencipe è stata priva di affondi indirizzati all’ingegnere, che oggi si propone come fautore del cambiamento ma viene da anni di sostegno all’ex sindaco Angelo Riccardi (che lo nominò nel Comitato di gestione dell’Autorità portuale) ed è supportato da una parte politica (rappresentata in primis dal consigliere regionale di FI Giandiego Gatta) che, sebbene non abbia governato la città negli ultimi decenni, è stata accusata di aver partecipato ad un sistema di fatto consociativistico. Quel sistema che ha permesso a Manfredonia di essere centrale nelle dinamiche di potere provinciali ma ha anche impedito qualunque possibilità di alternanza.
Insomma, l’ex dem Prencipe e i suoi ne avrebbero da dire ma si astengono e all’innominato Riccardi si aggiunge anche il fair play rispetto a Rotice (il quale stasera alle ore 19,00 terrà una conferenza stampa con FI, FdI e UdC). Resta da capire se anche l’ala Pd dello schieramento – capitanata dal consigliere regionale Paolo Campo e dal deputato Michele Bordo – condivida tale strategia troppo timida verso Rotice, che nell’opinione pubblica è considerato al momento il candidato dal vento in poppa, trainato da una campagna all’americana, di respiro più provinciale e regionale rispetto agli sfidanti, oltre che economicamente più robusta e ben organizzata.
La sensazione, dall’esterno, è che non siano totalmente scomparse le distanze tra chi fu fino alla rottura su Gestione Tributi unito e solidale e chi, come Prencipe, aveva preso le distanze già da tempo, salvo trovarsi solo e perdente alle primarie del 2014. Un appuntamento in cui una diversa scelta del Pd e dei suoi maggiorenti forse avrebbe evitato alla città la deriva degli anni successivi, culminata nel doppio commissariamento del 2019 (prima per il disfacimento del Fattore M e le dimissioni di Riccardi, poi per il verdetto dello Stato sulle infiltrazioni mafiose). Molti moniti Prencipe li aveva invano ripetuti quando si era ancora in tempo, come una inascoltata Cassandra. Oggi possono pesare le differenti posizioni avute in passato e i silenzi eleganti del candidato, che pur essendo il più competente e attrezzato sconta l’effetto del già visto.
Ma dalla sua il centrosinistra ha l’essere ancora, almeno teoricamente, maggioranza nel Golfo e presenta 5 liste che, almeno a prima vista, appaiono complessivamente le più forti (oltre ad aver incassato il sostegno dei fratelli Gelsomino, il più forte gruppo imprenditoriale del Golfo).
Non che manchino i candidati forti a Rotice, che schiera tra gli altri l’imprenditore Vitulano. In una competizione caratterizzata dai troppi nomi alle primissime armi, da tanti riempilista e personaggi improvvisati – sia pur nel benefico rinnovamento generale che ha lasciato fermi gli storici campioni di preferenze, per quanto non manchino figli d’arte, teste di legno e prestanomi – c’è curiosità in particolare per la sfida interna tra la lista di Progressisti dem (Pd, Articolo 1, Rifondazione, Verdi) e quella di Progetto Popolare (che schiera molti candidati quotati, da Francesco Schiavone a Gianpio Ognissanti, ad Antonietta D’Anzeris. Mentre Molo 21 ha strappato in extremis al M5S l’ex eletto Michele Iacoviello.
Il terzo incomodo, ovvero Fatone, non è attualmente percepito come un serio pericolo dal centrosinistra, sia per il ritardo accumulato il crollo di attrattività dei pentastellati nell’attuale fase sia per un assetto organizzativo che non riesce a competere con quello delle due “portaerei”. Più temibile appare allo stato attuale Fresca, che sta suscitando maggiore curiosità e potrebbe calamitare il voto d’opinione e di protesta, per quanto marginale in un’elezione amministrativa. Quanto a Valente, fino all’ultimo il presidente della Regione Michele Emiliano ha cercato invano alleati per la propria CON, per evitarle l’irrilevanza. Ora le sue speranze solo legate al secondo turno.
Non pare, infine, di poter fare miracoli Rinaldi: la lista unica di Calenda è stata la sorpresa a Roma ma Manfredonia è tutt’altra storia. Saranno gli apparentamenti a decidere se l’ex feudo rosso di Capitanata passerà al centrodestra o si continuerà, con persone nuove, ma sulla scia del centrosinistra.
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