“Trema la criminalità foggiana”, è la frase che circola da giorni come un mantra, in particolare da quando è diventata di dominio pubblico la notizia del pentimento di due esponenti di spicco della malavita del capoluogo, i due fratelli Ciro e Giuseppe Francavilla. Ma trema perché? Sarebbe il (plausibile) quesito da porsi. Come raccontato nell’edizione di ieri de l’Attacco, i primi interrogatori dei due nuovi collaboratori di giustizia si sono tenuti a fine gennaio e entrambi hanno sostanzialmente confermato un quadro noto alla magistratura. Non a caso in alcuni tratti del botta e risposta tra Pm e pregiudicati, i primi hanno quasi anticipato le indicazioni date dai secondi. Anche i nomi fatti sono quelli di personaggi arci noti, già in carcere per reati di vario genere. Lo stesso modus operandi del sodalizio criminale messo in piedi per la spartizione delle piazze di spaccio descritto dai fratelli non ha mostrato elementi significativi di novità.
Le domande dei giudici, almeno in questa prima fase di interrogatori, gli unici al momento noti, si sono concentrate per l’appunto sul narcotraffico in città, sull’identità dei singoli spacciatori “di strada” e sui dettagli dei legami tra famiglie. Ma non è da escludersi che presto ai due verrà chiesto conto di eventuali legami tra criminalità organizzata e politica, tanto più che Foggia, inutile ricordarlo, è un Comune il cui consiglio è stato sciolto per infiltrazioni mafiose. Cosa potranno rivelare i Francavilla su questo fronte? E chi, davvero, dovrebbe tremare a quel punto?
Unico elemento su cui poter fare ipotesi, al momento, ha a che fare con le motivazioni che avrebbero spinto Giuseppe a collaborare: la rottura con Antonello Francavilla. Come è noto il boss, nel marzo del 2022 è stato vittima di un agguato insieme al figlio 15enne a Nettuno. In carcere per il tentato duplice omicidio ci finì Antonio Fratianni, imprenditore edile. Il giorno successivo all'agguato Fratianni aveva denunciato agli uomini della Dia di Foggia le estorsioni e l'ultimatum del boss.
Antonello è il cugino dei fratelli neo collaboratori e in molti oggi, coincidenza, ricordano di una amicizia molto stretta proprio tra Giuseppe, Ciro e Fratianni. Alla luce di questa serie di considerazioni ci si chiede se la pseudo (al momento debole) confessione non sia servita, più che altro, a rassicurare gli ambienti “fuori” e non manca chi dubiti della buona fede dei “canterini” dell’ultim’ora.
Tra questi c’è Claudio Lecci, ex questore, contattato da l’Attacco per una sua chiave di lettura delle dichiarazioni rese dai Francavilla ai magistrati. “Al lavoratore dipendente spetta l’indennità di fine rapporto, in gergo Tfr – ha detto in premessa Lecci -. Quando una società criminale viene debellata, gli aderenti al sodalizio tentano di lucrare sul curriculum arricchito appena sarà possibile riprendere l’attività delinquenziale, aspirando al ruolo di leader per meriti speciali, e intanto mettere all’incasso ogni beneficio possibile previsto dalla legge. Ai collaboratori di giustizia credo poco, ai pentiti non credo affatto. Si vuole banalmente far coincidere le due figure ma l’operazione è inappropriata. Si può collaborare senza essere pentiti e la collaborazione può essere in questo caso strumentale rispetto alla finalità che resta immutata: vivere del provento dell’attività delinquenziale. Ho letto l’articolo su l’Attacco che rivela le dichiarazioni di nuovo pentito, tale definitosi dal momento che ha motivato la sua scelta per ragioni etiche che, se fossero fondate, difficilmente garantirebbero un ‘buon futuro’ a se medesimo e alla famiglia. ‘Un futuro migliore’ sicuramente sì”.
Ma il punto è un altro, rileva Lecci: “In cosa consiste il quid pluris della nuova collaborazione o, se proprio si vuole insistere, del nuovo pentimento? Il giornalista non può saperlo, non lo sa, non lo dice. Spiega però che l’interrogatorio si sarebbe svolto in un’ora. Sicuramente si tratta della fase di approccio. Il sodalizio confermato ha avuto una sua attività, complessa e articolata, con tanto di pianificazione dell’investimento, raccolta dei fondi, piano di ammortamento, bilancio di previsione, consuntivo, incidenti di percorso, regolamenti di conto, ripartenza e fine dell’attività con libri contabili in Tribunale. Si può riassumere tutto in un’ora oppure l’operazione risponde solo alla esigenza strategica di diffondere messaggi criptici indirizzati ad altri? Non si parla da dove arrivava la droga, chi, come, quando, perché e non voglio proprio credere che il magistrato procedente abbia fatto come il dottor Carofiglio (all’epoca dei fatti non era un politico e nemmeno faceva il romanziere) che a verbale scrisse: ‘Va bene, di questo ne parliamo dopo’. Si trattava dei colpi d’arma da fuoco indirizzati alla mia modesta persona (‘Sì, hanno sparato proprio a ucciderlo’). Il racconto del collaboratore coincideva con il mio rapporto ma io non fui mai chiamato e vuolsi che lo sparatore, indicato dal pentito come tale, sia morto in carcere siccome da me stesso arrestato all’indomani del fattaccio, fallito per l’intervento del Divino, per altra causa”.
Insomma, dice ancora l’uomo dello Stato, oggi a riposo: “Evviva lo strumento della collaborazione! Ma siamo sempre e proprio sicuri che la genuina generosità del resipiscente trafficante risponda alle finalità del legislatore? Ormai i giudici sono scafati, di palle ne hanno sentite troppe e quando si tratta di fatti veri sanno ben distinguere il racconto prezioso da quello superfluo, ulteriore o vieppiù ultroneo. L’episodio conferma solo che invertire la strada si può e si deve perché se insiste il ritardo della crescita del Sud, ciò è dovuto proprio o almeno – anche - al problema ‘sicurezza’; essa è legata al traffico di droga e alle estorsioni soprattutto. Il teatrino dei pentiti concede repliche non stop ma resta la inoppugnabile necessità del riscontro oggettivo e di un profondo innovamento culturale sociale collettivo che coinvolga come primi attori le agenzie educative. Vivo fuori dal sistema sicurezza da tempo e lontano dai luoghi dove ho dedicato le mie più vive energie da giovane e mi fa specie leggere che i figli dei figli dei miei ‘clienti’ di un tempo fanno lo stesso mestiere dei nonni. Salvo a pentirsi. Con beneficio d’inventario”.
In altre parole, è lecito chiedersi se ci siano altri motivi dietro al pentimento dei due. E’ emerso durante l’interrogatorio che Ciro lo avrebbe fatto per non farsi vedere in carcere dai suoi figli, bambini “educati dalla moglie e dai suoceri” in tutt’altra direzione, dice l’uomo. La compagna del boss è in effetti collaboratrice alle dipendenze di un noto studio di professionisti della città. E, a proposito di compagne, quella di Giuseppe invece è nel corpo della Polizia Locale di Foggia, come sottolineato anche nella relazione di scioglimento dell’allora Prefetto di Foggia, Carmine Esposito.
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