Non può esistere una vera giustizia che non sia temperata dalla grazia. Ne era convinta Mariateresa Di Lascia che fu ispiratrice e fondatrice nel 1993 della lega internazionale contro la pena di morte nel mondo Nessuno tocchi Caino insieme a suo marito Sergio D’Elia e Marco Pannella. Considerato il suo “capolavoro civile” che da trent’anni si batte per la moratoria delle esecuzioni capitali in vista dell'abolizione della pena di morte nel mondo, grazie al monito antico-testamentario “Nessuno tocchi Caino” sono stati chiusi molti bracci della morte e liberati molti condannati a vita, con le risoluzioni ONU sulla moratoria delle esecuzioni capitali, con le sentenze della Corte europea e della Corte costituzionale contro l’ergastolo ostativo. Oggi l’associazione è presieduta da Rita Bernardini e ha rafforzato negli anni l’opera “laica di misericordia” di visita ai carcerati dei penitenziari italiani, allo scopo di far vivere la speranza nei luoghi dove albergano anime in pena e vite senza speranza, denunciando l’incostituzionalità di un sistema di privazione non solo della libertà, ma di tutto, dei fondamentali diritti umani e della vita stessa. Domani Rita Bernardini sarà a Foggia per l’assemblea dedicata ai 30 anni dalla morte di Di Lascia e l’Attacco l’ha intervistata.
Rita Bernardini, lei presiede Nessuno Tocchi Caino - Spes contra spem, che è considerato il capolavoro civile di Mariateresa Di Lascia ed è forse la sua eredità più feconda se si guarda ai 30 anni di vita e di attività, è d’accordo?
Marco (Pannella, ndr) diceva con una frase non sua ma ispirata da Henri Bergson “la durata è la forma delle cose” e durare 30 anni in questo modo, soprattutto dopo la scomparsa di Mariateresa, di Marco e di tante altre persone che hanno caratterizzato la vita radicale e di questa associazione credo che sia già di per sé una testimonianza molto importante. Ogni anno di questa lunga vita è fatto dalle storie delle persone che si sono confuse e fuse con le battaglie che sono state portate avanti. E’ una storia fatta del vivere in prima persona una lotta politica.
Un’eredità che mantiene viva la connotazione dell’agire di Mariateresa, fatto di contaminazioni tra anime diverse, testimoniato anche da quel tratto di religiosità laica che le viene riconosciuto...
Contaminarsi è proprio uno dei connotati dei radicali. Mariateresa aveva le capacità di una leader a cui univa l’abilità di saper entrare in contatto nel profondo con le persone e di religioso nel suo metodo c’era sicuramente il tenere insieme le diversità, una categoria in cui per noi sono comprese anche le persone che hanno sbagliato. Tutti sbagliamo, ci sono persone che hanno commesso gravissimi reati ma non per questo devono essere cattivi per sempre, come sembra che qualcuno soprattutto delle istituzioni vorrebbe. Sia che governi la destra, sia che governi la sinistra, prevale l’idea che le persone che hanno commesso gravi delitti siano imperdonabili e che quindi la loro vita deve continuare ad essere rivolta al male. Una caratteristica del partito radicale che è presente anche nello statuto di Nessuno Tocchi Caino è che chiunque si può iscrivere e in quel chiunque è racchiuso veramente tutto, soprattutto la volontà di confrontarsi, di contaminarsi, di cambiare insieme. Naturalmente c’è il pensiero forte della nonviolenza che è un’altra delle caratteristiche, che si configura come il lottare in modo nonviolento, una forma di sapienza che dovrebbe essere insegnata nelle scuole. Educare alla nonviolenza significa anche dare sostegno ad un’interpretazione molto cara ai radicali storici, e cioè che i mezzi prefigurano i fini. Che significa che i mezzi che tu usi per raggiungere degli obiettivi danno anche valore ai fini che ti imponi di perseguire.
Anche quest’anno Nessuno Tocchi Caino ha promosso il Grande Satyagraha per fare luce con la forza della verità sulle drammatiche condizioni di vita negli istituti di pena in Italia, fuori dai parametri costituzionali di dignità ed umanità. A che punto è la proposta di legge sulla liberazione anticipata speciale, che contiene modifiche anche di quella ordinamentale, elaborata da Nessuno Tocchi Caino e presentata da Roberto Giachetti nel 2022?
E’ arenata in Commissione giustizia, abbiamo avuto una risposta da centrodestra e centrosinistra unite nel calendarizzare la discussione, cosa che non era affatto scontata, un ruolo importante lo ha avuto anche Pittalis di FI. Ma quando si è arrivati al dunque tutti hanno girato la testa dall’altra parte ed è stato varato il decreto Carcere Sicuro, che non è certo lo strumento che potrà risolvere il problema del sovraffollamento. La proposta concepita da Nessuno Tocchi Caino ed elaborata insieme a Roberto Giachetti, con la collaborazione preziosa dell’avvocata Maria Brucale, non fa altro che riproporre il provvedimento che fu già approvato a cavallo tra il 2013 e 2014 quando l’Italia fu condannata dalla Corte europea dei diritti umani con la sentenza Torreggiani e grazie al quale si ottenne l’uscita di circa 7000 detenuti. Sia ben chiaro che la nostra battaglia di una vita è stata quella per l’amnistia e l’indulto che consentirebbero di gettare le basi per una vera riforma seria e responsabile della giustizia e dell’esecuzione penale, ma è una proposta riformista che avrebbe bisogno di ben altro impegno e volontà istituzionali. Resta per noi primario che sia consentito allo Stato italiano di rientrare nei parametri costituzionali. Rispetto a questo il Satyagraha, che vuol dire forza della verità, ha già ottenuto il grande risultato di dimostrare come sia lo Stato a violare la sua stessa legalità, ormai è da tutti riconosciuto che il sovraffollamento nelle carceri c’è ed è fonte di trattamenti inumani e degradanti, come ha stabilito la Corte europea, ed ha tutta una serie di conseguenze, come i suicidi, la mancata adesione al principio costituzionale del reinserimento sociale dei detenuti, il non riconoscimento del diritto alla salute, alla speranza, persino la presidente Meloni riconosce che c’è il sovraffollamento. Però questo non basta evidentemente, occorre rimuovere le cause che hanno portato a questa situazione. La domanda da porsi è perché lo Stato preferisce violare la sua stessa legalità anche se questo porta come risultato ad un altissimo indice di recidiva per chi sconta la pena in quel modo in carcere? Io credo che con il ragionamento tutti sono in grado di giungere alle nostre conclusioni, diminuire la popolazione reclusa e migliorare le condizioni di vita e di lavoro di tutta la comunità penitenziaria, facendo appello e attuando le parole contenute nella nostra Costituzione, “le pene non possono essere contrarie al senso di umanità”.
Il bollettino mortifero delle carceri italiane conta 69 suicidi dall’inizio dell’anno tra i detenuti e 7 agenti di custodia. Si susseguono appelli disperati dei sindacati di polizia penitenziaria e si moltiplicano le rivolte, l’ultima in ordine di tempo quella al carcere minorile Beccaria la scorsa settimana. Sergio D’Elia ha parlato del carcere come dell’inferno dei vivi, una condizione che viene puntualmente testimoniata nelle vostre visite negli istituti di pena...
Il carcere per come è concepito oggi è criminogeno, dentro il carcere si commettono costantemente reati. Eppure sempre la Costituzione dice saggiamente che le pene non possono essere contrarie al senso di umanità ma devono tendere alla riabilitazione, senza considerare che la restrizione della libertà dovrebbe essere l’extrema ratio, invece viene praticata anche per contenere il disagio sociale, che non trova risposte nella prevenzione. Nelle nostre visite nelle carceri troviamo molti stranieri che spesso non sono difesi nello stesso modo in cui può difendersi un italiano, alcuni non sanno addirittura nemmeno il motivo per cui sono reclusi, hanno avvocati d’ufficio che non si prendono cura di loro, il processo non si svolge nella loro lingua, ho visto sentenze trascritte con il traduttore di Google. Poi ci sono i dipendenti problematici da sostanze stupefacenti, ufficialmente sono quasi il 30% della popolazione carceraria, ma si stima che siano molti di più; e poi ci sono i poveri, quelli che vivono ai margini, i casi psichiatrici. Se facciamo la somma di questo disagio sociale ci rendiamo conto che fuori c’è qualcosa che non funziona. La rimodulazione della spesa sanitaria in questi ultimi anni ha portato allo smantellamento dei presidi pubblici sul territorio che prestavano attenzione al disagio psichiatrico per cui non viene fatta prevenzione rispetto a situazioni che potrebbero essere intercettate e seguite. Andrebbe avviato un dibattito serio sul proibizionismo delle sostanze stupefacenti, anni fa il provveditore regionale della Campania dichiarò che le carceri sono le più importanti piazze di spaccio delle sostanze illegali. Ma pare che l’argomento sia ancora un tabù.
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