Don Uva, oss (ancora indagata) torna in servizio dopo conciliazione con la proprietà. “Perché solo lei?”

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“Lascio se fanno tornare in servizio gli indagati”, questo dichiarava alla stampa Paolo Telesforo nella sua veste di amministratore delegato di Universo Salute nei giorni dello scandalo che ha colpito l’ex reparto ortofrenico Don Uva del capoluogo daunio gestito dalla società foggiana dopo il crac dell’ente ecclesiastico fondatore del polo sanitario presente anche a Bisceglie e Potenza. Come è noto la struttura è stata al centro dell’inchiesta giudiziaria che ha portato, a fine gennaio 2023 agli arresti (in carcere e ai domiciliari) di 15 sanitari del Don Uva, in servizio presso il reparto femminile di via Lucera a Foggia e di misure restrittive per altrettanti dipendenti, per un totale di 30, con l’accusa, a vario titolo, di maltrattamenti, sequestro di persona e violenze sessuali a danno di 19 pazienti ricoverate in reparto. Le misure cautelari nel frattempo sono state revocate ma i 30 licenziati in tronco da Universo Salute. Si attende la chiusura delle indagini per fare chiarezza sull’accaduto. Il termine entro cui gli inquirenti devono completare gli accertamenti, dopo le diverse proroghe concesse in questi mesi, è fissato al 14 gennaio, vale a dire dopo due anni dagli arresti. Ma in questi giorni spunta un colpo di scena: da lunedì è tornata in servizio una Oss ancora formalmente indagata (in origine per i delitti di maltrattamenti e sequestro di persona pluriaggravato). 

La donna è stata presente solo in un turno lavorativo nel reparto femminile nel lasso temporale durante il quale erano in corso le indagini e le intercettazioni ambientali eppure gli inquirenti avrebbero appurato come la stessa fosse “incline alla violenza verbale nei confronti delle degenti”, si legge negli atti giudiziari. In più la donna, insieme ad altri “avrebbe concorso alla creazione del clima vessatorio all'interno del reparto”. Diverse le intercettazioni a suo carico nell'unico turno monitorato: nell'arco di poche ore “avrebbe minacciato e percosso le degenti, anche in concorso con altri operatori”, come riporta l’ordinanza applicativa delle misure cautelari emessa nel gennaio del 2023.

L’operatrice, come tutti gli altri suoi ex colleghi indagati, era stata licenziata e come gli altri aveva impugnato presso il giudice del lavoro il provvedimento. A differenza di quanto accaduto finora alla Oss però sarebbe stato proposto un accordo in virtù del quale avrebbe rinunciato ad ogni altra pretesa in cambio del ritorno in struttura e di un nuovo contratto. Per la precisione l’operatrice non è stata reintegrata nel suo originario posto di lavoro nel reparto ex ortofrenico ma presta ora servizio nella parte ospedaliera della struttura.

Nonostante non siano noti i termini che hanno portato alla conciliazione la notizia ha scatenato una serie di reazioni tra gli altri indagati: “Che dice ora il dottor Telesforo del rientro della operatrice visto quanto aveva dichiarato alla stampa a febbraio del 2023? E perché alla ex collega è stata data questa possibilità e ad altri con posizioni probabilmente meno gravi no? La proprietà è stata irremovibile con alcuni di noi”, hanno evidenziato alcuni a l’Attacco.

Fino ad oggi tutti i ricorsi contro i licenziamenti sono stati rigettati dai giudici del lavoro: “In pratica, secondo le motivazioni dei magistrati, perché risultiamo ancora indagati – hanno aggiunto gli interessati -. Ma anche la collega che è tornata in servizio è ancora indagata, come si spiega questa disparità di valutazione? Sicuramente questo nuovo elemento apre spiragli di ottimismo per gli appelli che alcuni di noi hanno proposto e ci fa pensare che forse non tutte le accuse a nostro carico sono così fondate. Continuiamo ad avere fiducia nella magistratura affinché si faccia definitivamente chiarezza sull’accaduto. Sin dall’inizio noi siamo i primi a dire che chi ha sbagliato deve pagare. Ma purtroppo si è fatta di tutta l’erba un fascio e su tutti è caduto il martello della condanna sociale, senza distinzione di sorta: tutti siamo stati considerati dei mostri. Siamo accusati di maltrattamenti anche solo per qualche parolaccia di troppo o di sequestro di persona perché avremmo chiuso nelle loro stanze le pazienti quando è noto che quelle porte non avevano nemmeno le chiavi. Hanno cercato nei nostri cellulari video compromettenti di presunte violenze sessuali. Da quasi due anni viviamo questo incubo e ora veniamo a sapere di questa collega che torna in servizio. Sinceramente la cosa ci lascia parecchio perplessi e non sappiamo come interpretarla”.

Le lunghe indagini stanno quindi provando a chiarire ogni aspetto della vicenda e le singole responsabilità, compresi alcuni passaggi delle intercettazioni contestate in sede di interrogatorio dai diretti interessati. “Risultano agli atti frasi che non sono state mai pronunciate da noi e questo abbiamo lo abbiamo fatto presente ai giudici. Così come stiamo cercando di smontare l’accusa di sequestro di persona. Si è detto che noi chiudevamo in stanza le pazienti o in altri ambienti del reparto ma in certi casi alla porta non c’era nemmeno il nottolino della serratura. Ricordiamo inoltre che proprio la notte del blitz, i Carabinieri non hanno trovato nessuna di loro chiusa a chiave in camera. Va inoltre detto che noi avevamo indicazioni, scritte, molto precise su quali spostamenti fossero consentiti ai pazienti. Dai reparti si può uscire solo se si conosce il codice delle porte chiuse con serratura digitale. E di certo questa misura non è stata disposta da noi”, hanno ribadito a l’Attacco.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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