Entra nel vivo la battaglia sulla giustizia, con il rischio di trasformarsi in uno dei fronti politici più caldi della prossima primavera. Dopo il raggiungimento in Senato dell'ultimo traguardo parlamentare della riforma della giustizia sulla cosiddetta separazione delle carriere l’iter va avanti: al governo Meloni serve il superamento del referendum popolare per portare a casa il risultato. Senza referendum non c'è riforma, dal momento che la legge costituzionale sulla giustizia non ha raggiunto i due terzi dei voti in Parlamento. Dovranno pertanto essere i cittadini a confermare con il sì o a respingere con il no la legge costituzionale approvata dalle Camere. E potranno farlo solo se il referendum sarà richiesto entro tre mesi da un quinto dei membri di una Camera, da 500mila elettori o da cinque consigli regionali. Via, dunque, alla campagna referendaria. La modifica sostanziale della riforma della giustizia interviene sull’articolo 104 della Costituzione: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, recita fin qui. Ora si aggiunge una frase: “Essa è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente”. Una magistratura, quindi, ma due carriere distinte, giudici e pm. L’aspirante magistrato sceglierà dall’inizio se ambire al ruolo di requirente o a quello di giudicante. Va detto che, secondo gli ultimi dati noti, i passaggi riguardano all’incirca una ventina di toghe sulle 9.500 in servizio. Con la riforma Nordio-Meloni si escludono ripensamenti: chi nasce pm resta pm, chi nasce giudice resta giudice. Per effetto della separazione delle carriere, si sdoppia anche il Consiglio superiore della magistratura. Uno sarà il Csm della magistratura giudicante, l’altro il Csm della magistratura requirente. Un’altra novità introdotta dalla riforma della giustizia approvata è l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare.
Per il no
Classe 1992, Sabrina Cicala, sostituta procuratrice presso la Procura della Repubblica di Foggia, è la presidente della sezione provinciale dell’ANM (Associazione nazionale magistrati). “Il comitato per il sì parla di un referendum per una giustizia più giusta”, esordisce a l’Attacco. “Però la giustizia dovrebbe essere celere, efficace, rieducativa. Invece oggi mancano cancellieri, magistrati, spazi. I magistrati del settore penale sono in tale carenza che spesso vengono presi dal civile, le carceri sono talmente sovraffollate da essere criminogene. Tutti questi elementi, che consentirebbero di fornire il servizio giustizia al meglio, l’attuale riforma non li sta contemplando. Noi ci chiediamo per primi a cosa serva la riforma: non a correggere gli errori giudiziari; non ad evitare il passaggio dall'una all'altra carriera, che negli ultimi anni è avvenuto soltanto in meno del 2% dei casi, un dato certificato; non a rendere migliore l’azione del pm. Ricordo a tutti che il pm ha l'obbligo di acquisire anche gli elementi a favore dell'imputato, tant’è che l'eventuale omissione consapevole di quei fatti può configurare un reato. Ricordo, ancora, che i mezzi processuali che sono in tutto e per tutto parificati. Il pm deve accertare un fatto di reato e se non emergono responsabilità fa la richiesta di archiviazione oppure, se si è già nel processo, chiede l’assoluzione dell’imputato. Il pm acquisisce gli elementi di prova favorevoli all'imputato il PM già in fase di indagine”, continua Cicala.
“La magistratura tutta è un potere di garanzia e di controllo. In un ordinamento democratico, dove è essenziale che ci sia un equilibrio tra poteri, ciascuno restante nel proprio ambito, è fondamentale che la magistratura riesca ad attuare la propria funzione di controllo, come si è visto nel caso recente della Corte dei conti”, è il riferimento alla vicenda del ponte sullo Stretto. “I magistrati”, prosegue, “si stanno riunendo nel comitato per il no al referendum, si sono aperte le iscrizioni da circa un mesetto. Peraltro abbiamo un magistrato foggiano alla guida del comitato nazionale per il no (il giudice Antonio Diella, presidente della sezione penale del tribunale di Foggia, ndr). Non è un'istanza corporativa, non stiamo difendendo nessuna posizione di parte. Se la riforma andasse in porto ci sarebbe meno lavoro per noi, quindi dovremmo essere favorevoli. Se invece ci stiamo esponendo in senso opposto, come magistrati, è perché siamo convinti che la questione vada spiegata in maniera tecnica, da parte di chi sa di che cosa si sta parlando, ovvero da parte dei magistrati. Se la riforma passerà gli imputati avranno un pm che non li tutelerà tutti e bene, perché sarà molto timoroso rispetto a come agire. Parlano, poi, i numeri delle assoluzioni in Italia: bastano quelli per dire che non c'è alcun appiattimento tra le posizioni dei magistrati requirenti e quelle dei magistrati giudicanti. Nel fronte del sì non spiegano per quale ragione il pm non possa diventare giudice visto che avviene oggi in meno del 2% dei casi, né spiegano rispetto al singolo imputato e al suo processo che effetto abbia il passaggio da una carriera all'altra. All’imputato interessa che il pm chieda l’assoluzione quando riscontra i motivi per farlo. Se oggi ci siamo preoccupando è solo perché è stata approvata questa riforma sottraendola al dibattito parlamentare, le minoranze non hanno avuto possibilità di metterci mano e i termini della questione sono falsati”.
Fonti governative e di maggioranza hanno tuonato contro la decisione della Corte dei conti sul ponte insinuando che sia ritorsiva rispetto alla riforma della giustizia. Cicala è tranchant al riguardo: “La Corte dei conti non c'entra niente con la nostra magistratura, non si capisce quale ripicca dovrebbe avrebbe dovuto esserci”.
Per il sì
Chi è più schierata, tra gli operatori del diritto, in favore del sì è la categoria degli avvocati penalisti. E’ netto l’avvocato Massimiliano Mari, presidente della Camera Penale di Capitanata. “La nostra posizione è quella dell'Unione delle Camere Penali Italiane. Da diversi anni abbiamo intrapreso una campagna identitaria su tali temi. L'auspicio è che questa riforma possa garantire una maggiore indipendenza e terzietà da parte dei giudici e la piena parità tra le parti di un processo. Questi sono i motivi fondamentali del nostro favore alla separazione delle carriere”, sottolinea l'avvocato Mari. “Si ritiene che si possano raggiungere queste garanzie tramite le novità previste dalla riforma, quali due percorsi separati tra magistrato giudicante e magistrato requirente, due Consigli superiori, l'istituzione di un'Alta Corte competente per i procedimenti disciplinari. Pensiamo che questi correttivi, una volta apportati, possano portare a un miglioramento del nostro ordinamento giudiziario”.
La strutturazione dei comitati sul territorio di Capitanata avverrà nei prossimi giorni. “L’istituzione dei comitati elettorali avverrà a livello nazionale, ci saranno referenti regionali e a livello distrettuale”, continua Mari. “Quindi nel nostro distretto, che è quello di Bari-Trani-Foggia, ci sarà un referente, oltre al referente pugliese. La funzione di tali comitati sarà quella di spiegare a tutti i cittadini, a coloro che andranno a votare, nella maniera più chiara possibile, quali si ritiene che siano le ragioni per cui dire sì alla separazione delle carriere. I nostri comitati territoriali saranno aperti anche a soggetti non facenti parte dell'avvocatura ma che come noi condividono le ragioni del sì. C’è una comunanza con le nostri posizioni anche da parte di settori della magistratura, per quanto siano chiaramente campagne che identificano l'organo di appartenenza. Questa riforma costituzionale è probabilmente una delle più importanti degli ultimi decenni. Serve in primis capire in che modo verrà data attuazione, ovvero quali leggi ordinarie saranno emanate nei prossimi mesi. Non è questione di quali argomenti siano più convincenti, se quelli degli uni o degli altri. Piuttosto, bisogna comprendere a cosa di concreto porterà questa riforma. Non ho sentito voci a sfavore dentro la nostra Camera Penale”, evidenzia Mari.
“Vogliamo organizzare incontri anche coi mondi della politica, dell'imprenditoria, del commercio, con le varie rappresentanze della cittadinanza, per capire l'orientamento. Mi pare di poter dire che il favore alla separazione delle carriere e quindi il sì al referendum sia abbastanza cospicuo da parte della categoria degli avvocati. Ma, soprattutto, credo che sia una questione che debba riguardare e interessare tutti i cittadini, non soltanto chi si occupa di diritto penale. Si fa tale battaglia non per favorire i penalisti ma per l’interesse pubblico, nell'interesse del cittadino imputato. Bisogna discutere in questi mesi di quali vantaggi e svantaggi la riforma porterebbe. I comitati del no paventano un eccessivo potere del pm, la frantumazione del potere giudiziario che oggi è un ordine unitario, etc. Di certo la macchina della giustizia non è perfetta e la riforma non risolverà tutti i problemi: resteranno da affrontare le criticità legate all'eccessiva durata dei processi, alle carenze di organico, alla condizione delle carceri italiane, alla penuria di cancellieri, alle sedi giudiziarie. È indubbio che questi problemi resteranno. Però la riforma offrirà maggiori garanzie agli imputati”.
“L’avvocatura e l’AIGA sono sempre state a favore della separazione delle carriere, intesa come concretizzazione del giusto processo che viene celebrato davanti a un giudice terzo e imparziale, nella parità tra accusa e difesa”, sottolinea a l’Attacco il trentenne penalista foggiano Mario Aiezza, ex presidente AIGA in Capitanata, l’associazione dei giovani avvocati.
“Ci sembra che l’attuale ordinamento giudiziario abbia questo vulnus, che riteniamo possa essere colmato dalla riforma sulla separazione delle carriere. Una riforma in assoluta aderenza e adesione ai dettami della nostra Carta costituzionale in materia di giusto processo. Tantissimi sono stati gli eventi e le iniziative che AIGA nazionale ha portato avanti su tale tema, ancor più nell’ultimo periodo nel quale si è acceso il dibattito parlamentare sulla riforma. Sono certo che saranno numerosi gli appuntamenti che saranno sviluppati da qui al referendum costituzionale”, conclude Aiezza.
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