Referendum giustizia, Stasi: “Barbera ha ragione e caso Palamara non ha innescato un processo di autoriforma”

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Quando mancano diversi mesi al referendum di primavera sulla riforma della giustizia prendono il via anche a Foggia le iniziative pubbliche volte a far comprendere alla cittadinanza cosa sia in discussione. Sarà il dipartimento di Giurisprudenza di Unifg ad ospitare sabato, dalle ore 09.00, un convegno organizzato dall’Ateneo col patrocinio di Aiga (l’associazione dei giovani avvocati) e l’accreditamento del Consiglio dell’Ordine degli avvocati. Si intitola “Il giudice in crisi” e prevede due sessioni: dapprima sul tema “L’autorità giudiziaria: natura e funzione tra influenze sovranazionali e digitali”; poi, dalle ore 11.30, “Il giudice nell'ordinamento giudiziario: confronto sulla separazione delle carriere”, moderato dalla prorettrice vicaria Donatella Curtotti, ex direttrice del dipartimento di Giurisprudenza, e interventi del foggiano Rocco Maruotti, segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati, impegnato per il no al referendum, e il professor Giorgio Spangher dell'Università La Sapienza di Roma, con conclusioni affidate alla docente Unifg Angela Procaccino. Nelle scorse settimane su queste colonne sono stati ospitati gli interventi, pro o contro la separazione delle carriere, di diversi magistrati ANM e avvocati. Ora è la volta dei docenti universitari, a partire dal politologo leccese Daniele Stasi, ordinario di Storia del pensiero politico presso il Diss (dipartimento di Scienze sociali) di Unifg, il quale non ha una posizione preconcetta. L’Attacco lo ha intervistato.

Il principale argomento del fronte del sì è che la riforma assicurerebbe maggiore terzietà ai giudici e che due ordini giudiziari siano necessari se si parla di giusto processo. Cosa ne pensa?
Se parliamo di autentica ‘riforma’, mi sarei aspettato un intervento che mettese mano ai tempi dei processi in Italia che durano, in media, diversi anni. Alcuni processi penali addirittura durano lustri, divenendo materia di talk show televisivi, in cui non mancano i colpi di scena, tra cui lacune nella conduzione delle indagini o perfino il ribaltamento delle sentenze per via mediatica. Al di là dell’aspetto tecnico della cosiddetta riforma, che introduce una modifica dell’articolo 104 della Costituzione, le implicazioni politiche che la sorreggono mi paiono evidenti.

L’ex ministro Augusto Barbera (che è stato parlamentare Pd e presidente della Corte costituzionale) parla di “riforma inevitabile dopo la legge Vassalli”.
L’idea di separare le carriere era stata fatta propria dall’Ulivo - politicamente un’era geologica fa - di cui il Pd dovrebbe essere in qualche modo l’erede. Concordo con Barbera: si tratta per certi versi del completamento dell’opera di Vassalli, sul cui garantismo e attaccamento ai valori costituzionali credo nessuno possa nutrire dubbi.

Il sorteggio dei componenti del CSM non convince nemmeno tutti i sostenitori del sì. Cosa pensa di tale previsione della riforma?
Quando si ricorre al sorteggio è perché è venuta meno la fiducia indispensabile nell’approfondimento di queste materie tra gli attori in campo, politici e giudiziari. Di questo sentimento di sfiducia, quando non di vera e propria rivalità, è purtroppo segnata la storia politica italiana, almeno dal 1992 in poi. Un clima teso di cui risente pesantemente il principio della separazione, e dunque dell’armonia, tra i poteri dello Stato.

Si riuscirà ad eliminare il fenomeno delle correnti tramite il sorteggio?
Sulle correnti vi sono almeno due scuole di pensiero: coloro i quali ritengono che l’assenza di correnti in magistratura si sia realizzata solo nel Ventennio, e non mi pare un esempio di cui andare fieri, e chi invece considera le correnti da rimuovere poiché infestate da personalismi, lotte ideologiche e attraversate da aperte manovre corruttive. Il famigerato “sistema Palamara”, tuttavia, non ha innescato un processo di autoriforma del sistema giudiziario; semmai ha scoperchiato un vaso di Pandora da cui è fuoriuscito un liquame nauseabondo e tossico per la democrazia, appannando, per fortuna solo parzialmente, l’immagine della magistratura italiana e incrinando la fiducia da parte dei cittadini verso un importante potere dello Stato. Un sentimento che deve essere arginato, nell’interesse dei magistrati che hanno svolto, anche pagando con la vita la loro abnegazione per il bene della collettività, come nel caso di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e che svolgono il loro lavoro con coerenza. Per tornare al quesito, il sorteggio, anche se non è un bel vedere, potrebbe limitare le storture emerse negli ultimi anni. Ripeto: potrebbe, ma l’Italia, oltre a essere, per così dire, la culla del diritto è anche il Paese in cui pare rimanere attuale la figura dell’Azzeccagarbugli di manzoniana memoria o, ancora peggio, l’adagio del principe Tancredi de Il Gattopardo.

Hanno provocato molto sconcerto nell’ANM le parole del ministro guardasigilli Carlo Nordio sulla riforma “che restituirà alla politica il primato costituzionale”. Svelano il vero obiettivo di privare la magistratura del proprio potere di controllo?
Il rischio esiste in un sistema politico ad alta polarizzazione ideologica e con protagonisti che nutrono reciprocamente un aperto risentimento, anche di carattere personale. Penso che la modifica su cui andremo a votare sia il primo passo verso una riforma complessiva della Costituzione che rappresenta, dal mio punto di vista, il vero obiettivo della maggioranza guidata dalla presidente del Consiglio Meloni. Dietro l’obiettivo di modernizzare le istituzioni, potrebbe esserci l’idea di chiudere definitivamente i conti con l’impianto antifascista della Carta e rimodellare complessivamente le istituzioni. Tale idea non può, nondimeno, costituire un alibi per nessuno per fare rimanere le cose così come sono, ma semmai di attrezzarsi politicamente per contrastare tale presunta deriva. I tentativi di riforma costituzionale sono stati, dalla fine degli anni Ottanta, molteplici e, al netto delle diverse posizioni, hanno interessato quello che una volta era definito l’intero ‘arco costituzionale’. Forse la strada di un’assemblea costituente sarebbe da privilegiare. Non vedo però in giro molti Moro, Nenni, Togliatti, Mortati…

I sostenitori della riforma affermano che il fronte del no parla solo per slogan senza spiegare perché il pm sarebbe più condizionabile da parte del governo. E’ vero?
La riforma Cartabia indica criteri di priorità nell’azione penale. Sarà la politica, secondo le stesse parole del ministro Nordio, a strutturare questa scala di priorità. Entriamo in un terreno evidentemente scivoloso, proprio per le ragioni che cercavo di rappresentare: un sistema politico profondamente diviso, a cui si aggiunge la sofferenza di un Parlamento ridotto a ‘legificio’, potrebbe svilire il termine ‘politica’ che può costituire un alto compromesso oppure una lotta tra fazioni rivali in cui una deve annientare politicamente l’altra. Alla riforma proposta sarebbe da aggiungere una riforma elettorale, che superi il maggioritario all’italiana, assieme ad altre modifiche costituzionali e istituzionali. Mi pare che, di fronte a prese di posizione faziose, la strada, malgrado le incognite, di un’assemblea costituente per realizzare le necessarie riforme del sistema sia, in questo momento, la più adeguata.

C’è una prevalenza delle intenzioni di voto per il sì, secondo i sondaggi. Crede che stavolta la riforma potrebbe andare in porto?
Mi sembra si assista, per utilizzare un’espressione abusata, a una trasformazione della costituzione materiale del Paese. L’antifascismo, già da tempo, non è più un valore condiviso dalla maggioranza degli italiani e alcuni, limitati settori della magistratura sembrerebbero essere tutt’altro che un potere neutrale dal punto di vista politico. Per una larga parte dell’opinione pubblica, il quesito referendario costituisce una protesta, più che nei confronti delle manovre alla Palamara, verso le inefficienze del potere giudiziario, di cui però ha responsabilità la politica. Per altri, immagino che l’esito referendario positivo rappresenti una spallata a un potere che sembrava essersi messo di traverso rispetto all’azione riformatrice di una parte politica; per altri ancora, la prova generale di una dittatura della maggioranza che identifica erroneamente l’esito elettorale con la voce della nazione e reclamerebbe per sé i pieni poteri. Quest’ultima opzione però non mi pare plausibile. Attorno al tema della giustizia vengono al pettine diversi nodi della nostra storia politica, tra cui l’eccessiva personalizzazione, il populismo, il deficit di funzionamento delle istituzioni dello Stato.  

Come spiegare al cittadino comune tanti tecnicismi? E teme la politicizzazione del referendum?
Temo di sì e sarebbe un errore. Bisogna leggere attentamente il dispositivo referendario e valutare in coscienza se la riforma sia utile oppure sia meglio lasciare le cose così come stanno, aspettando scenari futuri… chissà quando arriveranno! Eviterei i toni, per me sbalorditivi, di un ex magistrato in Parlamento che, nella foga oratoria, assume il ruolo di vendicatore della gente armato della spada della giustizia. In una democrazia matura, nessuna legge dovrebbe porre i cittadini dinanzi alla scelta, in termini assoluti, tra il Male e il Bene che alcuni personaggi che hanno conquistato la ribalta vorrebbero incarnare. Mi auguro che il dibattito politico complessivamente non si riduca da qui ai prossimi mesi a una campagna referendaria permanente. Vi sono altri importanti questioni che riguardano il nostro Paese e il Mezzogiorno in particolare. Le riforme, per così dire, urgono anche in altri settori.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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