Era il lontano 1973 quando un giovane laureando in geologia presentò la sua tesi di laurea dal titolo “Fenomeni franosi del bacino del Fortore” nel quale vi era un focus particolare sulle criticità della allora nuovissima diga di Occhito. Il docente relatore del giovane studente era nel gruppo progettuale che si occupò della cartografia morfologica dell’area utile alla realizzazione dell’opera e stizzito dalle parole del tesista lasciò l’aula. L’elaborato in sostanza rilevò una forte instabilità sulla spalla destra della diga, sita sotto il paese di Carlantino e il pericolo di frana dei versanti, in particolare di due fronteggianti sulle due sponde. A distanza di oltre cinquant’anni quel laureando è un affermato professionista, il geologo Vincenzo Troncone, salernitano di origine ma bovinese di adozione la cui carriera è ricca di interventi a difesa del territorio proprio contro il rischio frane, tra gli altri. Troncone aveva individuato, da studente, criticità che poi sono state puntualmente confermate da studi più recenti.
“L'osservazione dei fenomeni franosi, riscontrati sui versanti costituenti le due sponde del bacino artificiale, ricavato aberrando con una diga in terra il fiume Fortore alla stretta di Occhito, ha mostrato che essi interessano quasi tutti i versanti, variando in gravità a seconda della pendenza o la costituzione geologica degli stessi. Lo studio è stato impostato tenendo presente che all'atto del riempimento, il bacino si è venuto a trovare in una condizione di equilibrio diversa dalla naturale. Le formazioni geolitogiche sono state sollecitate dall'azione del contatto prolungato con le acque dissestandosi nel tendere ad acquisire il nuovo equilibrio. Inoltre esse sono state soggette a pulsazioni continue del livello del lago, che più volte è stato velocemente svasato. I fenomeni franosi osservati sono stati così classificati: crolli verticali, interessanti la formazione calcareo argillosa; crolli con superfici di distese cicloidali interessanti le argille e i detriti in falda; frane per slittamento, interessanti le argille verdi a contatto; fessurazione o rottura progressiva dei versanti argillosi appartenenti alla formazione argillosa marnosa; lame nelle argille varicolori. Si è inoltre riscontrato che in alcuni casi la velocità del divenire di questi fenomeni è forte e che interi versanti tendono a franare verso il lago. Si è visto inoltre che i pendii costituiti dalle argille plioceniche sono tra i meno dissestati. Infine si è tentato di dare un'interpretazione fisico meccanica dei fenomeni osservati. Concludendo, l'acqua del lago è stata, sì, una componente essenziale dei dissesti ma ha avuto come coadiuvatori la completa mancanza di protezione dei versanti o sistemazione idraulica di questi tenendo naturalmente presenti gli altri fattori di degradazione delle rocce”.
In altre parole, qual era il rischio che il giovane Troncone paventava? Il distacco di enormi quantità di terra e rocce dai versanti della diga tali da sollevare e far tracimare una enorme quantità di acqua che si riverserebbe nelle zone circostanti, seguendo in particolare il percorso che il fiume Fortore traccia fino al mare, tra Lesina e Chieuti con una forza distruttiva difficile da prevedere ma con sicuri conseguenti danni a persone e cose incontrate lungo il suo cammino, a detta del tecnico.
“Non solo – ha sottolineato -, a quanto già detto bisogna aggiungere che l’ulteriore rischio è che franino i due versanti opposti, molisano e pugliese, creando uno sbarramento che dividerebbe il bacino artificiale del Fortore in due con conseguenze, in caso di rottura degli argini, non calcolabili. A tal proposito ricordo che la parte più bassa della spalla destra è classificata di pericolosità 4, cioè molto elevata per l’Ispra. Senza contare che si tratta pur sempre di una zona che presenta non solo un rischio idrico ma anche sismico. Il che lascia lo spazio per chiedersi se la diga risponda alle più moderne norme antisismiche essendo stata costruita quando queste non erano ancora in vigore”.
Finora questo rischio non si è mai concretizzato, ciò non di meno i presupposti non sono cambiati da allora, il che continua a destare una forte preoccupazione.
“Lo dimostrano le rilevazioni dell’Ispra e recenti studi che di fatto hanno confermato ciò che io scrissi nella mia tesi. In realtà si tratta di questioni note sin dal primo momento ma che oggi forse hanno una diversa rilevanza per i rapidi mutamenti climatici ai quali stiamo assistendo”, ha evidenziato il geologo raggiunto da l’Attacco nella sua casa di Bovino. Non solo le criticità evidenziate del ’73 non sono mutate, chiarisce Troncone, ma se ne sono aggiunte altre, come si legge nello studio di Lo Curzio e Russo: “I risultati conseguiti hanno evidenziato che nel periodo 1999-2002 l’area lacustre ha subito profonde modificazioni geomorfologiche della linea di costa con evidente variazione perimetrale dovuta alla crescita progradazionale degli apparati di foce dei principali immissari del lago, di cui il principale è il fiume Fortore. Queste modificazioni geoambientali dell’area bacinale in tempi così brevi rappresentano un sicuro elemento di pericolosità che inficia, a causa del rapido interrimento, il funzionamento del sistema diga con conseguenti gravi ripercussioni socio-economiche”.
In conclusione i due studiosi hanno sottolineato che “In occasione di episodi di piena ordinaria del fiume Fortore, il sistema diga è stato tracimato e quindi si è rivelato sostanzialmente incapace di contenere l’onda di piena. Si tratta, quindi, di una sicura pericolosità ambientale che rischia di compromettere irreversibilmente il funzionamento del sistema-diga con conseguenti gravi ripercussioni, in termini di rischio, sulla non solida economia locale”. Ma perché dovrebbe accadere oggi quello che non è mai accaduto in 50 anni? “Dico in premessa non che i progettisti non avessero evidenziato le frane, parliamo di elementi noti, solo che non se ne è tenuto conto nella realizzazione dell’opera, si sarebbero dovute consolidare le sponde prima di allagare l’invaso. Sarebbe a tal proposito interessante sapere perchè il collaudo sarebbe stato effettuato dopo 50 anni.
Oggi per via dei cambiamenti climatici – la risposta di Troncone -, le precipitazioni abbondanti a cui assistiamo e concentrate in brevissimi lassi di tempo potrebbero essere decisive. Un rapido innalzarsi del livello dell’acqua nell’invaso determinerebbe l’infiltrazione capillare della stessa nella parte sotterranea della frana generando una spinta dall’alto verso il basso, mentre contestualmente le piogge andrebbero ad ammorbidire quella più superficiale, provocandone lo slittamento nel lago. L’innalzamento dell’acqua sarebbe ancora più rapido se si considera l’accumularsi di sedimenti sul fondo. Non è un caso che il livello venga tenuto sempre al di sotto di quella che è l’effettiva capacità della diga. A quanto pare si tratta peraltro di problematiche che si stanno riscontrando anche in altri invasi del Molise”.
Proprio il fattore tempo potrebbe essere dirimente, nel senso che quelle che oggi vengono chiamate comunemente bombe d’acqua potrebbero non consentire la tempestività di interventi di messa in sicurezza, come quello più semplice dell’apertura delle chiuse per far defluire l’acqua e ripristinare un livello in diga meno rischioso. L’interrogativo quindi oggi è: esiste un piano di allerta regionale da attuare nel caso si verifichi il peggiore degli scenari per poter mettere in sicurezza persone e territorio?
Le previsioni di Troncone, esposte 50 anni fa nella sua tesi, si sono rivelate già in parte vere, in particolare il fenomeno del distacco del versante destro, considerato che nel corso degli anni sono stati necessari interventi proprio su quella sponda per problemi all’abitato di Carlantino e alla luce degli studi Ispra sulla pericolosità dell’invaso accennati in precedenza.
“Spero di sbagliarmi per ciò che riguarda l’ultima fase della previsione”, l’auspicio del tecnico.
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