Che la sanità italiana, e ancor di più quella pugliese, attraversi un momento critico è fuori discussione, ogni giorno arrivano notizie poco confortanti sia sul fronte pubblico che privato, addirittura le due componenti sono spesso in competizione con reciproche accuse di vario genere: dalla concorrenza per l’accaparramento dei pochi medici e sanitari disponibili, alle contestazioni sulla più o meno risicata distribuzione di risorse finanziarie. Senza contare tutta la serie di problemi e ritardi determinati dalle lentezze burocratiche che flagellano pubblico e privato. In questo contesto è quindi lecito chiedersi se sia ancora un settore economicamente attrattivo quello della gestione delle residenze per anziani e fragili. Anche alla luce della recente notizia, riportata su queste colonne, che ha visto un solo raggruppamento di imprese partecipare alla gara bandita dalla Asl per la gestione della ex Rssa di Monte Sant’Angelo Villa Santa Maria di Pulsano, dal valore di quasi 5 milioni di euro.
Per gli addetti ai lavori, interpellati da l’Attacco, è un chiaro segnale della crisi profonda in cui versa il settore. “Non è un caso, a prescindere dalle complicazioni che la struttura in particolare porta con sé, a partire dal nodo dell’immobile in cui allocare i 41 posti letto – hanno spiegato alcuni gestori -. Oggi non si pensa a cuor leggero di prendere una struttura: solo reclutare il personale necessario è una impresa colossale. I costi sono poi diventati insostenibili e i problemi si moltiplicano di giorno in giorno”.
In altre parole, gestire le Rsa non è più conveniente, soprattutto per le piccole realtà imprenditoriali. “Se non c’è un’impresa solida alle spalle è molto facile finire in sofferenza, non a caso ci sono delle piccole strutture in cui sappiamo che, ad esempio, il personale viene pagato ogni due o tre mesi, nel frattempo bisogna garantire i pasti, la pulizia, l’assistenza h 24 agli ospiti e affrontare anche quelle spese straordinarie come la rottura di un banale tubo dell’acqua”, la costatazione di alcuni.
Il Covid prima, le guerre e l’inflazione con l’impennata dei costi poi hanno minato duramente il sistema del welfare affidato ai privati, stampella essenziale per l’assistenza ai fragili. “Un giovane imprenditore, magari con una discreta esperienza in campo sociosanitario, oggi non investirebbe mai nella gestione di una Rsa, a differenza del passato. E molti di quelli che sono già sul mercato vendono, o meglio: svendono perché sull’orlo del fallimento. Il più delle volte a imprenditori assolutamente estranei al settore, ad esempio edili, che hanno liquidità e pensano di entrare in un contesto facile, sbagliando. Vediamo molto più di frequente questo tipo di situazione e gli stessi finiscono a loro volta per vendere la struttura”, hanno ricordato gli operatori economici.
Tutto questo genera l’interesse dei colossi di altre regioni, se non addirittura stranieri che fiutano l’affare in un territorio che anche in questo senso si sta impoverendo della piccola e media imprenditoria locale. Ad aggravare la situazione i ritardi con cui la Regione sta provvedendo a rilasciare gli accreditamenti, grazie ai quali le strutture beneficiano della compartecipazione economica pubblica.
“In provincia di Foggia a questo problema si aggiunge quello dell’Iva – hanno ricordato i gestori -, la nostra Asl da un anno a questa parte calcola le tariffe Iva compresa, fino a qualche tempo fa l’Iva era calcolata a parte, al 5%, almeno per le cooperative, secondo quanto disposto dalla legge e come si continua a fare altrove, ad esempio in provincia di Bari. Qui si è stravolto quello che è stato vigente negli ultimi 50 anni per via di una interpretazione regionale”.
Tutto questo rende pessimisti gli addetti ai lavori che vedono il futuro molto drammatico. “E mentre si susseguono le riunioni e le proteste la situazione si aggrava sempre più”. Eppure la richiesta è elevatissima, le liste d’attesa per entrare nelle residenze sono chilometriche, le famiglie hanno un gradissimo bisogno di quel tipo di assistenza per i propri cari e hanno bisogno che la quota sia in parte a carico della Regione. “Percepiamo la sofferenza anche delle famiglie alle prese con la crisi economica ma senza compartecipazione ognuno di noi avrebbe le strutture vuote, nonostante si tratti di un servizio richiestissimo. Non si comprende che le criticità di questo momento si riversano sulle imprese, sui lavoratori, sulle imprese dell’indotto e i fornitori ma soprattutto sui fragili e sulle loro famiglie, il che è gravissimo”.
Accanto al ritardo della Regione c’è poi tutto il tema relativo al contorto sistema dei regolamenti, spesso ritenuti inapplicabili per la loro estrema complessità. “La materia necessita di una rivisitazione, basti pensare a cosa è accaduto con il ricorso al Tar sulle tariffe, al momento sospese. L’articolato normativo è talmente arzigogolato che in pochissimi sono in grado di capirlo. Delibere su delibere, regolamenti su regolamenti e poi vediamo che in regioni l’Emilia Romagna c'è un regolamento redatto nel 2000, a cui di tanto in tanto apportano qualche piccola modifica ma che resta molto chiaro e lineare. C’è un portale per i cittadini, uno per le imprese in cui è tutto spiegato in modo esauriente. E non si capisce perché qui da noi no. Anche la Campania, che ha la sua fama, si è messa al passo. Ma se restano così le cose le ripercussioni saranno molto serie, per tutti”, la preoccupazione degli operatori.
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