La "Fabbrica" nella tesi di laurea dell’antropologo Palmieri: “Ho vissuto per tre mesi lì dentro”

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Il ghetto La Fabbrica di Foggia è stato oggetto addirittura di una tesi di laurea sperimentale e di ricerca presso il prestigioso Lewis & Clark College di Portland, in Oregon. L’Attacco ha intervistato il suo autore, l’antropologo, sociologo e giornalista Leone Palmieri.

Dall'Umbria ai ghetti di Foggia, fino agli Stati Uniti d’America. Qual è la sua esperienza?

Essendo cresciuto in Umbria, in un ambiente rurale, avendo esperienza nel settore agricolo e visto il mio interesse per l’antropologia e le lotte sociali, ho deciso di focalizzare la mia tesi di laurea negli States sullo studio empirico di questo contesto. La mia idea era che per poter avere un impatto positivo su un contesto sociale, bisogna poterlo capire, poterci partecipare attivamente e viverlo per poter sapere come migliorarlo; a questo serve l’antropologia attivista. Anche se non ero mai stato a Foggia, sono riuscito a trovare dei contatti di alcune persone direttamente coinvolte nell’associazionismo della città, e ho ottenuto una borsa di studio dalla mia università per fare una ricerca sul Gran Ghetto di Rignano.

Grazie alla piccola rete di amicizie che mi era fatto nei primi giorni in cui vivevo a Foggia, sono venuto a conoscenza della Fabbrica di via Manfredonia, realtà molto più piccola e adatta alla mia ricerca etnografica. Anzi quest’ultima è un’esperienza nata proprio per sfuggire alle reti criminali del Gran Ghetto, il che la rese ancora più interessante nella mia ricerca. Sono stato lì tutti i giorni per 3 mesi, dalle ore 11.00 alle ore 23.00. Il mio obbiettivo era conoscere in maniera più dettagliata possibile la vita delle persone che ci vivevano, e capire come questi giovani ragazzi provenienti dall’Africa occidentale si erano organizzati per gestire quello spazio, e navigare tra le gravi difficoltà che gli si ponevano nel cercare di trovare una vita e un lavoro dignitoso in Italia. Ascoltavo le storie delle loro famiglie, o del loro viaggio verso la Libia, l’inizio della guerra e l’unica via di fuga verso il mare, le loro storie di sfruttamento, di falsi contratti e di razzismo. A volte rimanevamo a lungo in silenzio, ascoltando musica dai telefonini, o bevendo tè nella speranza di sopravvivere al caldo di agosto.

Le mie domande erano anche su come si erano organizzati per gestire in autonomia uno spazio pensato come alternativa al Gran Ghetto. Cercavo di capire come la Fabbrica fosse divenuto uno spazio organizzato collettivamente e come mantenevano queste strutture per rimanere una comunità orizzontale ed egualitaria. Nelle lunghe giornate d’estate passate lì facevo anche lavori di manutenzione per rendere quello stabile abbandonato un po’ più vivibile. Fra le varie piccole cose ho costruito il muretto intorno al pozzo nel cortile, e riparato qualche buco nei muri delle stanze. In quei mesi le persone che ho conosciuto alla Fabbrica mi hanno insegnato tantissimo, su di loro, sulle loro culture e sui loro paesi, ma anche su come funziona il settore agricolo italiano, su cosa voglia dire vivere e lavorare nelle campagne intorno a Foggia, e sul contesto sociale e legale della migrazione in Italia. Con questa ricerca è cominciato il mio percorso da attivista e antropologo specializzato nelle migrazioni.   

Qual è il suo legame oggi con Foggia e con La Fabbrica?

Da quando ho pubblicato la tesi e mi sono laureato sono tornato qualche volta alla Fabbrica. Ho scritto degli articoli per Open Migration e per MeltingPot per raccontare questa realtà di Foggia, e per mantenere vivi i legami con le persone che vivono e lavorano in Capitanata. Credo che la maggior parte delle persone che vivevano nella Fabbrica quando c’ero anch’io ormai non sono più lì, ma rimane sempre un punto d’appoggio molto importante per lavoratori nell’agroalimentare e senza fissa dimora. L’ultima volta che sono stato a Foggia è stato nel settembre del 2020 per fare un reportage sull’impatto del Covid e per fare un aggiornamento rispetto alle condizioni di vita e di lavoro delle persone che vivono nella Fabbrica. Il Comune di Foggia e le varie organizzazioni non governative della zona si erano attivate fornendo un supporto, seppur minimo a dimostrazione del fatto che tutti a Foggia sono al corrente dell’esistenza di quel ghetto, dalle istituzioni alle organizzazioni di volontariato, ai gruppi di cittadini e di commercianti che ci interagiscono quotidianamente. 

L'Attacco ha dimostrato come ci fossero i fondi per poter cancellare questa vergogna e salvarne gli abitanti grazie al PNRR, ma il Comune di Foggia non ha risposto al semplice questionario del Ministero, nonostante sia stato più volte sollecitato. Che ne pensa?          

Sono sbigottito ed arrabbiato. Penso che sia un fatto gravissimo che il Comune di Foggia non abbia partecipato al bando. Rivela quanto l’amministrazione sia inadeguata e incapace di capire ciò che la circonda, e quanto sia veramente necessario ed importante creare un dialogo tra le istituzioni locali e le realtà del territorio. Aver perso un’occasione del genere dimostra tutti i limiti di commissari esterni rispetto alla conoscenza delle priorità del territorio amministrato. La risoluzione di quel problema che riguarda il ghetto e l’agroalimentare avrebbe avuto un impatto di significativa importanza sul tessuto sociale foggiano in generale.         

Sono molto interessato a seguire più da vicino questa vicenda e probabilmente il 1 aprile sarò all’evento che coraggiosamente state organizzando nel ghetto di Borgo Mezzanone. Coglierò l’occasione per tornare a visitare la Fabbrica e mantenere viva la presenza di questa realtà all’interno del discorso sull’inclusione sociale, sui diritti dei lavoratori e delle lavoratrici in Capitanata.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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