E’ stato il direttore de l’Attacco il docente per un giorno del corso di Diritto amministrativo della criminalità (di cui è titolare la professoressa Francesca Cangelli) attivo presso il Demet dell’Unifg. Si è tenuta, infatti, martedì pomeriggio, in modalità online, la lezione a tema “La stampa e il racconto delle infiltrazioni mafiose in enti e società”, co-organizzata, tra gli altri, da Felice Piemontese, dottore di ricerca in Scienze giuridiche all’Università di Siena. E forse per la prima volta (a testimonianza del cambio di rotta dell’ateneo dauno con una nuova apertura al territorio e alla sue voci critiche) entrano nell’humus dell’istruzione universitaria di Capitanata l’analisi e il punto di vista “scomodi, eterodossi” (come lo stesso Piero Paciello li ha definiti) de l’Attacco sulle dinamiche che hanno portato il Comune di Foggia allo scioglimento per infiltrazioni mafiose: riflessioni dissonanti, ricostruzioni fuori dal coro, benché fondate sugli accadimenti storici e sullo studio delle indagini giudiziarie e degli strumenti amministrativi antimafia, che da tempo la testata e il suo direttore portano in giro per il territorio, non solo locale, per raccontare il “caso Foggia”.
La tesi di Paciello è netta da un lato e argomentata dall’altro: “Foggia non è una città mafiosa – è andato tranchant -. La mafiosità attribuita a questo territorio è un grande storytelling. Lo scioglimento del consiglio comunale è una decisione tutta politica presa da Roma”. Poi il direttore ha spiegato i motivi per i quali la criminalità del territorio (“che di certo non va sottovalutata quanto ad aggressività, doti camaleontiche e abilità nella tessitura delle alleanze”) a suo modo di vedere non può configurarsi, tecnicamente, come mafia. “Quando si pensa alla mafia – ha raccontato agli studenti – si deve pensare essenzialmente a 3 elementi caratterizzanti: traiettorie di capitali e finanze che prendono illecitamente possesso di pezzi di economia di una comunità, la cosiddetta ‘mafia imprenditrice e dei colletti bianchi’; il concepimento di un progetto politico funzionale ad appropriarsi della gestione delle risorse pubbliche, un esempio storico su tutti Ciancimino in Sicilia; la costruzione sul territorio di codici simbolici e di un universo ‘valoriale’ tipico mafioso. Esiste tutto ciò in nella terra di quella che chiamano ‘Quarta mafia’? – si è interrogato -. Quando mi è capitato di parlarne con i vertici delle forze dell’ordine, questa domanda è sempre rimasta sospesa. Ma, a pensarci bene – ha proseguito Paciello -, a Foggia tali condizioni non sussistono, perché si tratta di una città con un tessuto economico molto fragile, ormai svuotata, tra le altre cose, del potere forte del ‘mattone’ e del sistema delle rappresentanze di interessi. E allora quale economia può essersi presa la mafia a Foggia?”, il quesito posto da Paciello, che ha definito le batterie del capoluogo dauno “organizzazioni criminali straccione, in cui non può intravedersi salto evolutivo perché continuano a fondare parte importante del loro business sulle estorsioni, come si racconta nelle inchieste ‘Decima azione’ e ‘Decima bis’”. Il direttore de l’Attacco ha anche escluso il ricorrere sul territorio delle altre due condizioni essenziali per la patente di mafiosità. “Si può mai dire che Landella fosse un mafioso? Stando alle carte processuali, non si può dire”, l’esempio del direttore. “Anche se, d’altro canto, è necessario rimarcare le recenti indagini sul voto di scambio nella città capoluogo, con il passaggio inquietante su un ex consigliere comunale che, candidandosi alle ultime regionali, non fu eletto ma riuscì a spostare su di sé un pacchetto di 4-5mila voti. In tali contesti si può davvero percepire la forza d’opera della criminalità organizzata. Non capisco perché – ha concluso sul punto – quelle indagini ad oggi paiono aver subito una battuta d’arresto”.
Paciello, in definitiva, guarda al declino della città intrecciandolo con “la rottura di quel patto sociale garantito per 30 anni dalle istituzioni centrali in questo pezzo di Mezzogiorno: un patto sociale – ha spiegato - in cui lo Stato si adoperava affinché, a Foggia, si tenesse tutto dentro: le aree grigie della società nei circuiti della democrazia rappresentativa, del gioco economico e nel sistema legale degli interessi organizzati. Sul declino della città – ha aggiunto Paciello – pesa come un macigno anche la più scadente classe politica insieme ad un’opinione pubblica indifferente, anestetizzata”.
Quel “patto sociale” raccontato dal direttore si sarebbe interrotto “con il taglio dei trasferimenti economici centrali sui territori e con la conseguente liberazione – le tesi sostenuta - dell’aggressività criminale una volta decaduta la condizione di tipo assimilatorio dapprima dettata dallo Stato”. Successivamente la data spartiacque della strage di San Marco (agosto 2017) “a seguito della quale – ha ricordato Paciello - fu inviata sul nostro territorio la migliore Squadra Stato possibile, di cui ci eravamo fidati. E che, però, restò per soli due anni in Capitanata. Ora, dunque, occorre essere più esigenti, perché qualcosa di molto più profondo è cambiato all’interno di pezzi delle istituzioni centrali, cosa confermatami anche da alcuni vertici di quella prima Squadra Stato che operò, post strage, in provincia di Foggia: nuove forme gelatinose del potere hanno preso piede, uno spaccato tratteggiato, in tempi non sospetti, anche nelle inchieste di Carofiglio, Vela 1 e Vela 2. Politica, economia, finanza e governo sociale – ha dettagliato Paciello – hanno iniziato a intersecarsi e ad oggi la Capitanata è attraversata da una contesa tra ‘Stato visibile’ e ‘deep State’ per la spartizione di incarichi e promozioni. Così, nella narrazione comune il concetto di ‘mafia’ è stato trasformato in ‘mafie’ ed equiparato alla corruzione, in uno scenario quanto mai confuso”. Da qui alla creazione ad arte dell’emergenza, per il direttore de l’Attacco, il passo è breve. Ecco, dunque, giustificata la massiccia applicazione delle interdittive alle imprese e degli scioglimenti dei consigli comunali (ben 6) in provincia di Foggia. “Una legislazione antimafia la cui efficacia – ha ricordato il direttore – è stata fortemente messa in discussione dalla relazione della Commissione parlamentare presieduta da Nicola Morra, ma che è funzionale a interessi privati che giocano di sponda con pezzi di apparati dello Stato. Probabilmente gli interessi degli stessi autori del declino della città che ora, però, si ergono a teorici e paladini di legalità: la fase finale del nuovo ‘Gattopardo’”, come la chiama Paciello. Il quale (dopo aver ricordato il caso eclatante - di recente trattato su queste colonne - del sindaco di Carovigno prima sciolto per mafia e poi assolto a processo con formula piena), ha utilizzato le parole scritte da Alessandro Barbano (ex direttore de Il Mattino) nel libro “L’inganno – Antimafia. Usi e soprusi dei professionisti del bene” per inquadrare il cosiddetto “diritto dei cattivi”. “Nella prevenzione giudiziaria antimafia non occorre la prova oltre ogni ragionevole dubbio e neanche la fondatezza del quadro indiziario ma si insiste su una mera valutazione di probabilità del rischio mafioso. La prevenzione dei prefetti – scrive Barbano - si fa con gli scarti del processo penale”.
Per Paciello, allora, si tratta di “una torsione autoritaria della cultura del sospetto, di un’avanzata dell’‘eccezionalismo’ nello stato di diritto. La stessa che ultimamentre ha colpito, per esempio, anche una delle cooperative d’impresa più rilevanti della provincia. Provvedimenti che incattiviscono il territorio e riducono lo spazio pubblico di discussione, già penalizzato da un’informazione locale debolissima, al netto degli approfondimenti che l’Attacco ha sviluppato, anche attraverso eventi pubblici, in questi mesi”.
Non tutto, però, è perduto: “La ripresa è possibile – ha detto Paciello, citando il caso scuola di Mesagne -. E va individuata nelle postazioni che possono ancora produrre cambiamento e ricostituire quel ceto medio riflessivo di cui la città ha bisogno: penso all’Università di Foggia, che potrebbe iniziare un’attività di ricerca per ricostruire la memoria collettiva, ad oggi assente, su questi temi. Ma penso anche ai giovani e a taluni movimenti culturali locali che continuano a coltivare lo spirito del conflitto”.
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