Sortita di Vaccaro contro direttore de l’Attacco e quella strana (e inquietante) voglia di sorvegliare le idee

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Sono trascorsi ormai 8 anni da quando, nel 2015, fu sciolto per mafia il primo consiglio comunale di Capitanata, quello di Monte Sant’Angelo. Si cominciò allora, in questo territorio, a capire cosa fosse questo strumento di natura preventiva, slegato dalle prove e privo di natura sanzionatoria, tutto basato sul “più probabile che non”. Stessa logica che permette al potere esecutivo, tramite le Prefetture, anche di intervenire con le interdittive antimafia davanti al solo rischio di condizionamenti sulle imprese. Tutto si basa sul sospetto, tant’è che non seguono procedimenti penali.

Da quel 2015 c’è ancora chi legge la realtà in bianco e nero, in maniera più che semplicistica, limitandosi ad osannare la Squadra Stato. L’Attacco, invece, nel corso degli anni ha iniziato ad approfondire il tema della normativa antimafia. Lo ha fatto rilevando come si ponga ai limiti dello Stato di diritto e dell’incostituzionalità. Lo ha fatto andando a fondo dei singoli casi e sottolineando l’inefficacia delle misure, la mancata bonifica degli enti comunali sciolti, il fallimento di tante imprese. Il dibattito sulla necessità di rivedere tali misure è sempre più diffuso e bipartisan in Italia: dalla Commissione parlamentare antimafia al presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, in tanti hanno rilevato come la mafia non venga sconfitta coi commissariamenti e con le interdittive.

Il direttore de l’Attacco Piero Paciello ha aggiunto un altro elemento, da ultimo parlando in Unifg: ci sono state indagini e prove che documentino che la Società foggiana (che il giornale racconta da sempre così come le altre mafie di Capitanata) abbia dato capitali alla politica, abbia eletto rappresentanti di Palazzo di città, abbia avuto rapporti diretti con l’amministrazione sciolta? No. L’inchiesta giudiziaria più pesante, quella che avrebbe sostanziato l’infiltrazione mafiosa negli organi di governo, era sul voto di scambio ma dopo la chiusura delle indagini non se n’è saputo più nulla e oggi il solo procedimento giudiziario riguardante Landella&Co. riguarda la presunta corruzione.

La mafia a Foggia esiste, eccome. Ma usarla come alibi per ognuno dei problemi della città è privo di senso. La colpa vera de l’Attacco, agli occhi di chi in queste ore sta tuonando contro il direttore Paciello, è di aver sottolineato incongruenze dell’azione dello Stato, normativa da cambiare, inchieste della Procura prive di risultati e quella stantia narrazione dei professionisti dell’antimafia usata per demolire i propri nemici (che siano giornalisti, imprenditori o politici) o fare carriera, politica o professionale. Basterebbe questo, prima ancora dell’invocazione della libertà di stampa, per prendere atto delle reazioni scomposte delle ultime ore.

“Negare la mafia è uno schiaffo a tutti i cittadini, un insulto alle vittime dei clan e ai loro familiari”, ha detto banalmente il procuratore capo di Foggia, Ludovico Vaccaro. “Parla di una realtà inventata. Ma la mafia c’è e i foggiani sono le vittime. Per combatterla occorrono misure antimafia e dobbiamo essere grati a coloro che le adottano. Che ci sia una mafia non lo dico io, è stata riconosciuta con sentenze divenute irrevocabili. Diffidate dai falsi profeti”. E’ ovviamente intervenuta anche la direttrice del dipartimento di Giurisprudenza di Unifg Donatella Curtotti, che non ha perso occasione per tentare di mettere in difficoltà il rettore Lo Muzio e la rivale professoressa Francesca Cangelli: “Gli attentati non sanno solo di polvere da sparo. Colpisce ed uccide molto di più chi attenta al pensiero e alla verità”.

Di ben altra cifra il viceprefetto Andrea Cantadori, che a Monte Sant’Angelo guidò la commissione straordinaria: “Sembra solo a me che il mondo si sia riempito di ayatollah inquisitori che vogliono imporre il loro regime di sorveglianza sulle idee? Queste persone che sono convinte di essere dalla parte del "giusto" vogliono spegnere le opinioni condannando l'umanità a un grigio conformismo e per questo stanno imponendo anche il loro vocabolario. Io penso che le idee si combattono con le idee, non impedendo di esprimerle. Per questi moderni ayatollah invece le cose esistono per come le vedono e le sentono loro e a tutti gli altri non resta che accettare questa forzata unanimità di pensiero”.

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