Perché ora questi sedicenti sacerdoti dell’etica pubblica si stracciano le vesti e gridano allo scandalo?

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La primissima immagine dantesca che mi viene alla mente, dopo aver letto la ridda degli interventi velenosi (e calunniosi) di questi ultimi giorni, apparsi sulla stampa regionale (tanto cartacea quanto digitale), intorno alla così detta «questione Paciello», direttore del quotidiano «l’Attacco» di Foggia che, in un recente convegno universitario, avrebbe affermato, con grande scandalo dei tanti farisei presenti (e di quelli assenti), l’inesistenza della «mafia» a Foggia, è quella della canea che Filippo Argenti, l’iracondo Filippo Argenti, scatenò nella «morta gora» della palude Stigia infernale. Foggia come la palude Stigia, dunque, popolata da iracondi, che dinanzi al ragionamento di un intellettuale, Piero Paciello, che, cioè, dinanzi alla sua contro-narrazione sul «grande storytelling» della mafiosità foggiana, preferiscono rispondere non con un ragionamento opposto, e capace di smontarne le argomentazioni, ma con il ricorso alle calunnie, agli insulti e alle insinuazioni, nella speranza (questa, sì, tutta mafiosa) di colpire il malcapitato, di intimidirlo, di insultarlo e di isolarlo. Dicesi, questo, comportamento, codice di comportamento perfettamente mafioso, così come abbiamo imparato a riconoscerlo, attraverso le narrazioni di Falcone e di Borsellino, e di tanti altri martiri della vera anti-mafia.

Le tesi di Paciello, intorno alla degradazione sociale, culturale, politica, economica, etica, di Foggia, non sono affatto nuove, né sono il frutto di una sua uscita balzana, o estemporanea. Nient’affatto. La sua voce “fuori dal coro” intorno alla facile narrazione di «Foggia città di mafia» è arcinota. Basta seguire «l’Attacco», è sufficiente leggere le pagine del quotidiano che Paciello dirige, per ritrovarla. Basta ascoltarlo nelle tante occasioni pubbliche (e non solo foggiane), nelle quali Piero interviene e sviluppa con pacatezza, ma anche con fermezza, il suo ragionamento, per ritrovarle tutte le sue tesi. Dov’è allora lo scandalo? Perché proprio adesso questi sedicenti sacerdoti dell’etica pubblica si stracciano le vesti e gridano allo scandalo?

Per carità si può certissimamente essere in disaccordo con Paciello; si può legittimamente dissentire da lui. Ciò che Paciello sostiene (da tempo), come lettura e come interpretazione della realtà foggiana, e che, lo ripeto, egli argomenta mai con violenza, ma sempre con stile lieve e deciso, può apparire non fondato, non convincente, ma resta, pur sempre, un ragionamento fatto esercitando il ben dell’intelletto, spinto dal desiderio di vedere la sua città e la sua terra avviarsi, con il concorso di tutti, specie dei più giovani, verso un cammino di rinascita. Da circa un anno, ho l’onore (e l’onere) di scrivere con regolarità su «l’Attacco», con interventi che riguardano il mio specifico professionale, di docente e di intellettuale. Sono stato più di vent’anni in via Arpi, a Foggia, presso il Dipartimento di Studi Umanistici, come docente esterno (professore a contratto). Conosco bene quella realtà, sotto tutti i profili (umani e professionali), e sotto tutti i versanti (docenti, studenti, apparati). E ancora oggi vivo Foggia e la sua terra, con interventi pubblici nelle scuole e nelle piazze nelle quali mi invitano a tenere lezioni e conferenze (da San Marco La Catola, a Rodi Garganico, da Cerignola a San Severo, da Stornara, a Trinitapoli, a Manfredonia, a Stornarella, a San Marco in Lamis, a San Giovanni Rotondo, a Ordona, ad Ascoli Satriano, tanto per fare qualche nome).

Posso, quindi, vantare una antica e diffusa, capillare conoscenza di questa (bella ma martoriata) terra. Ho raccolto e raccolgo, spesso, la disperazione, lo sconcerto e la delusione, ma anche la speranza e la diffusa voglia di riscatto. Come intellettuale e come educatore mi sono reso conto, purtroppo, molte volte, di essere non solo impotente, ma anche colpevole, dinanzi a tante situazioni, e dinanzi a tante ipocrisie istituzionali, che, magari anche senza volerlo, hanno contribuito a dar vita a quel degrado multiforme cui facevo riferimento prima. Tutto ciò, di settimana in settimana, provo a raccontarlo su «l’Attacco», con grande sforzo, e, credo, anche con grande rigore. Tutto ciò provo a raccontarlo andando in giro, nei miei tanti incontri pubblici, nelle mie lezioni spettacolo, tenute a Foggia e nel foggiano, con la speranza di offrire ai presenti non solo contenuti, ma anche chiavi metodologiche per modificare l’esistente.

Per chiudere, torno all’immagine dantesca di apertura di questo mio intervento. Nel canto VIII dell’Inferno, Dante annota che gli apparve dinanzi uno «pien di fango» (v. 32), che gli si scagliò contro, calunniandolo e riempendolo di «fango». È un canto violento, questo, tra i più violenti di tutto il poema dantesco, nel quale ricorrono parolacce ed espressioni forti, nel quale finanche Virgilio, generalmente bonario e pacioso, approva il comportamento stizzito di Dante, approvando finanche le sue durissime parole di risposta, pronunciate all’indirizzo di quello «spirito maladetto» (v. 38), cacciandolo via, intimandogli di restare «con li altri cani» come lui.

Trifone Gargano

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