‘Professionisti dell’antimafia’ (pochi) gridano al negazionismo contro l’Attacco. Curtotti: “Chi attenta alla verità uccide di più”

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Il botta e risposta a distanza tra il direttore de l’Attacco Paciello e il procuratore capo Vaccaro sulla “mafiosità del capoluogo dauno e del suo Comune sciolto per infiltrazioni” ha scatenato un ampio dibattito pubblico tra chi si è schierato, da un lato, a favore dell’autonomia di stampa e delle ricostruzioni, pur “eterodosse” di Paciello (come lo stesso le ha definite) sul “caso Foggia”, sulle dinamiche che hanno portato al suo scioglimento e sulla natura della criminalità organizzata foggiana e, dall’altra parte, i “professionisti dell’antimafia sociale” (così li ha ribattezzati qualcuno) nelle persone di Pippo Cavaliere (presidente onorario della Fondazione Buon Samaritano), Tommaso Camagna (amministrativo Unifg) e Donatella Curtotti (direttrice del dipartimento di Giurisprudenza dell’ateneo dauno), che, insieme a pochi altri, hanno gridato pubblicamente allo scandalo rispetto alle affermazioni di Paciello, evidentemente riprendendo la stumentalizzazione veicolata sulla questione da certa stampa locale.

Il casus belli nasce da un seminario tenuto da Paciello presso il Demet dell’Unifg, in cui il direttore de l’Attacco ha sostenuto: “Foggia non è una città mafiosa. La mafiosità attribuita a questo territorio è un grande ‘storytelling’. E lo scioglimento del consiglio comunale è frutto di una decisione tutta politica presa da Roma. Il declino di questa città – aveva ribadito in quest’occasione Paciello – è invece da individuarsi non soltanto nella più scadente classe politica che questo territorio ha annoverato, ma soprattutto nella rottura di quel patto sociale in cui per 30 anni lo Stato ci ha detto che bisognava tenere tutto dentro, anche le aree grigie della società”. Pur non negando affatto l’esistenza nella città capoluogo di una criminalità organizzata “efferata e con capacità camaleontiche”, il direttore ha argomentato il suo corollario di tesi sostenendo che “quella foggiana non può definirsi ‘mafia’ nel verso tratteggiato dai saggi di storia contemporanea, non sussistendo i tre elementi che hanno fatto fare il salto di qualità a organizzazioni criminali come, per esempio, ‘ndrangheta’ e ‘cosa nostra’.

Elementi quali: traiettorie di capitali e finanze criminali che prendono illecitamente possesso di pezzi di economia di una comunità; costruzione di un progetto politico funzionale ad appropriarsi della gestione delle risorse pubbliche, un esempio storico su tutti Ciancimino in Sicilia; costruzione sul territorio di codici simbolici e di un universo ‘valoriale’ tipico mafioso. Esiste tutto ciò in nella terra di quella che chiamano ‘quarta mafia’? In una città con un tessuto economico molto fragile ormai da tempo, svuotata del potere forte del ‘mattone’ e del sistema delle rappresentanze di interessi, quale economia possono essersi presa i clan foggiani? Ecco perché bisogna parlare di una criminalità ‘stracciona e primordiale’, che fonda ancora parte importante del suo core business sulle estorsioni”, aveva concluso Paciello sul punto durante quel seminario universitario all’interno del corso di Diritto amministrativo della criminalità di cui è titolare la prof. Francesca Cangelli.

In quella seda il direttore de l’Attacco aveva sottolineato anche l’inefficacia (“ratificata dalla relazione della Commissione parlamentare antimafia presieduta da Nicola Morra”) di strumenti quali gli scioglimenti dei consigli comunali per infiltrazioni e le interdittive alle imprese. “Si tratta di una legislazione antimafia, quella applicata dai prefetti, fondata sugli scarti del processo penale – aveva aggiunto citando un volume di Alessandro Barbano - e funzionale a interessi privati che giocano di sponda con pezzi d’apparati dello Stato. Una torsione autoritaria della cultura del sospetto, un’avanzata dell’‘eccezionalismo’ nello stato di diritto, in cui nuove forme gelatinose del potere hanno preso piede negli ultimi 3-4 anni. Ad oggi – aveva evidenziato ancora Paciello - la Capitanata è attraversata da una contesa tra lo ‘Stato visibile’ e ‘il deep State’ per la spartizione di incarichi e promozioni”.

Le dichiarazioni di Paciello, come detto, sono state strumentalizzate e rilanciate da una testata locale quali “negazioniste della mafia” e riprese in tal senso anche dal procuratore Vaccaro che, ad un evento pubblico tenutosi sabato scorso a Palazzo Dogana, ha bollato, con atteggiamento veemente e risentito, lontano dal suo tipico aplomb istituzionale, la posizione di Paciello secondo quanto segue: “Negare la mafia  -ha detto Vaccaro - è uno schiaffo a tutti i cittadini, un insulto alle vittime dei clan e ai loro familiari. La mafia c’è e i foggiani sono le vittime. Per combatterla occorrono misure antimafia e dobbiamo essere grati a coloro che le adottano. Che ci sia una mafia non lo dico io, è stata riconosciuta con sentenze divenute irrevocabili. Oggi Foggia è sporca, povera, buia e pericolosa per colpa delle organizzazioni mafiose che si sono infiltrate nell’economia, nel mondo dei rifiuti e nella pubblica amministrazione”.

Sulla questione è ovviamente intervenuta anche la prof. Curtotti, che non ha perso occasione per tentare di mettere in difficoltà il rettore Lo Muzio e la rivale prof. Cangelli. “Gli attentati non sanno solo di polvere da sparo – ha scritto un paio di giorni fa la sanseverese, nel primo di due post social sull’argomento -. Colpisce ed uccide molto di più chi attenta al pensiero e alla verità. La libertà di insegnamento è un diritto individuale ma è anche un dovere pubblico. All'università chi insegna sa che i contenuti di ciò che trasmette in aula devono sempre essere il frutto di una ricerca terza e neutrale e, soprattutto, sa che il limite invalicabile di ogni suo diritto o sua libertà è la incontrattabile tutela dello studente”. E poi, ancora, in un altro post pubblicato nelle scorse ore: “Non può essere considerata ‘opposizione’ alla mafia l’iniziativa didattica assunta nel nostro Ateneo invitando a dialogare con degli studenti un giornalista le cui posizioni negazioniste erano già note. Un episodio molto pericoloso – dice Curtotti -. Un fatto, successo di fronte a un centinaio di nostri ragazzi, che considero gravissimo”.

Per la cronaca, al “contestato” seminario online hanno partecipato una decina di studenti. E poi, chi, in ambiente universitario, conosce da vicino il lavoro della prof. Cangelli afferma a l’Attacco: “E’ sbagliato sostenere che in quella lezione si siano sviluppate tesi negazioniste. Paciello ha sostenuto che la mafia foggiana ha carattere primordiale. Curtotti - continua la fonte - parla degli studenti Unifg in maniera offensiva, come fossero bambini delle elementari. Sono invece universitari ai quali si deve offrire una pluralità di prospettive. Durante quel corso di Diritto amministrativo hanno avuto tutte le nozioni per comprendere il discorso del direttore de l’Attacco, sono stati avvisati dalla prof. Cangelli che la lettura di Paciello era provocatoria, frutto di una personale analisi di studio. E poi gli studenti, nell’alveo dell’attività accademica, hanno letto le carte, come ad esempio le interdittive comminate, su cui, in questi giorni, stanno facendo esercitazioni dopo che durante il corso la docente ha dato loro tutti gli strumenti per leggere questi provvedimenti”. 

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testatina dillo al direttore WEB

 



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