La realizzazione del primo lotto dei Campi Diomedei, finalmente, dopo anni, consegnati almeno in parte alla fruizione della città, sta dividendo l’opinione pubblica tra chi si dice entusiasta di questo nuovo, enorme, polmone verde nel cuore di Foggia, dimostrando di volerlo vivere per attività sportive, passeggiate a spasso col cane, quando non estemporanei pic nic con amici e famiglia, e chi invece, supportato da pareri di tecnici di professionisti del settore, vede nel sito, così come è stato concepito, un’immensa e scialba aiuola assolata, tra l’altro poco funzionale al trascorrimento del tempo libero, destinata nel giro di breve tempo ad incuria, degrado e abbandono.
Il concorso internazionale di idee per la valorizzazione dei Campi Diomedei fu concepito nel 2008 dall’amministrazione Ciliberti e poi lanciato dalla successiva giunta Mongelli nonché, in seguito - dopo una serie di intoppi burocratici, diffide da parte del direttore regionale del Sabap Martinez (causa assenza, nel bando, della competenza archeologica dell’area), prescrizioni del Cnapcc e richieste di sospensione e ridefinizione dell’avviso pubblico da parte dell’Antialp - venne vinto nel 2012, sotto l’assessorato di Augusto Marasco (già presidente dell’Ordine degli Architetti di Foggia), da un gruppo di professionisti guidati da Efisio Pitzalis, tra cui l’architetto Gaetano Centra, all’epoca vicepresidente dell’Ordine degli Architetti di Foggia. Quel progetto fu ripreso e reso esecutivo durante l’era Landella.
E se, tra i professionisti dauni del settore, c’è chi ricorda che il concorso internazionale, per come fu concepito il bando, fu una sorta di flop, perché chiamò a sé, in termini di partecipazione, soltanto una ventina di gruppi locali, registrando il vuoto assoluto di architetti e archistar dall’estero; le cose non andarono meglio al progetto vincitore, costretto a fare marcia indietro su alcuni versanti a causa delle imposizioni del Sabap, che vietò lavori inizialmente autorizzati dalla stessa Soprintendenza in termini di dune artificiali, ampia copertura di consistente altezza, alte alberature e via discorrendo perché comportavano rilevanti modifiche, anche altimetriche, sull’area esterna di pertinenza del complesso architettonico (ora diviso tra l’Unifg, che ne usufruisce con comodato gratuito regionale, e l’Iriip), modificandone da più punti di vista la percezione visiva originaria.
Nel 2019 si chiuse la controversia tra Comune e Sabap, per il quale, dopo aver stravolto il progetto vincitore della gara del 2015, l’idea a base di Campi Diomedei era comunque sbagliata.
Una cronistoria intricata, i cui strascichi si notano nelle polemiche presenti oggi, all’esito della parziale realizzazione. Realizzazione cui è seguita una consegna “naturale”, senza che, per l’occasione, da parte del Comune ci siano stati annunci, proclami e indicazioni sul futuro, sul resto dell’intervento, per un’opera co-finanziata dalle casse municipali, così attesa e importante, che, alla fine della fiera, potrebbe arrivare a costare sotto i 10 milioni di euro. Per alcuni, evidentemente spesi male.
Segue con interesse, studio e analisi storiche le sorti dei Campi Diomedei da ormai tanti anni e, ora che il primo lotto è stato consegnato alla fruizione della cittadinanza, osservando il risultato della pur parziale realizzazione progettuale non ha potuto esimersi dall’esternare considerazioni molto critiche. L’architetto Giorgio Buccarella – nonostante sia amareggiato da tempo per il progressivo smantellamento, occorso negli ultimi decenni, di un caposaldo della memoria storica della città di Foggia, ovvero l’Istituto regionale incremento ippico, l’ex Deposito Cavalli Stalloni il quale, all’apice del suo splendore, nel cuore del Novecento, era definito tra i più importanti, vasti e meglio attrezzati d’Europa – sarebbe stato comunque disposto ad apprezzare l’attuale destinazione d’uso di quei 22 ettari di terreno, e cioè il parco archeologico urbano che si estende tra la Villa comunale, la Fiera e via Guglielmi, se fosse stato realizzato in modo differente.
Per Buccarella, però, ancor più funzionale (anche in termini di manutenzione di un’area verde vastissima) avrebbe potuto essere la riqualificazione del sito attraverso un campus universitario.
Per andare con ordine bisogna partire dal recente intervento social in cui l’architetto foggiano (con formazione accademica presso la Facoltà di Architettura di Napoli) esprime un giudizio impietoso sui Campi Diomedei all’esito di un iter di realizzazione durato anni. "Campi Diomedei, ore 18, a destra una fila di alberi, che son lì da decenni, gettano ombra – ha scritto pochi giorni fa su fb - mentre a sinistra il deserto, dove la totale assenza di zone ombreggiate scoraggia la frequentazione, anche di pomeriggio avanzato. A sera una decina di famiglie occuperà giustamente le poche panchine presenti trasformandole in tavoli da pranzo. Il giorno dopo i rifiuti sono ancora sparsi sul prato. Leggo commenti esultanti – prosegue Buccarella - fino ad apparire perfino comici; mi domando se chi scrive conosce tutta la storia di questo luogo e di quanta fatica, impegno e studio molti ‘foggiani’ abbiano speso per contrastare quello che con tutta evidenza appare un progetto mediocre, banale, di un giardinetto ‘sconfinato’ senza protezione, privo di ombre (con alberature ‘bonsai’) e di ‘acqua’ che invece doveva attraversare il villaggio neolitico che giace sotto tutta l'area. Questo giardinetto gigante costerà, quando la processione si ritirerà, una vagonata di milioni di euro, molti dei quali sono pagati da noi foggiani. Ultima precisazione – chiosa nel post - rivolta a coloro che dicono sia comunque meglio un parco (che poi parco non è) alla cementificazione dell'area: l'intero complesso, edifici e tutta l'area intorno, è sottoposto sin dagli anni ‘90 a tre vincoli, pesantissimi. Su quell'area sono decenni che il rischio edificazione non esiste più, a meno di deroghe giustificatissime, ad oggi del tutto improbabili”.
l’Attacco ha contatto Buccarella - secondo il quale “i Campi Diomedei rappresentano l’ennesima occasione persa da Foggia, anche se proprio ora è il momento, l’ultimo utile, per affrontare la questione, una volta per tutte” - che è entrato nel merito della sua visione, di come quell’area avrebbe potuto essere per acquisire una migliore caratterizzazione, funzionalità e fruibilità, per non incorrere, tra l’altro, nel pericolo di abbandono e degrado (che l’architetto, con gli attuali presupposti, vede purtroppo dietro l’angolo).
E, a proposito dei veti assoluti imposti sui Campi Diomedei dalla Soprintendenza Acrheologica, Belle arti e Paesaggio, Buccarella sostiene quanto segue: “Il Sabap fa il suo mestiere, certo, ma con una classe politica e professionale capace, consapevole e risoluta, evidentemente assente negli ultimi 30 anni sul territorio, i vincoli si possono scavalcare, superare. In tal senso, dunque, sarebbe stata plausibile e più auspicabile la realizzazione di un campus universitario sul modello anglosassone, in cui insediare, nel complesso edilizio già presente, un polo di facoltà tra cui, per esempio, Agraria, chiaramente dotandolo di adeguati servizi e infrastrutture: facoltà, cioè, più attinenti all’identità del sito rispetto ad Economia, attualmente presente nell’area. Come si poteva fare tutto ciò? Andando a Roma e interpellando la Presidenza del Consiglio, che, dotata di strutture tecniche con fior fior di ingegneri e architetti, avrebbe potuto accogliere, o quantomeno mediare con la Soprintendenza, istanze dettate da forte interesse pubblico. Così come, d’altronde, è stato fatto nella Capitale per la costruzione di nuove infrastrutture in funzione del Giubileo. Nei Campi Diomedei – chiosa sul punto Buccarella - è stata vincolata l’intera area quando si sarebbe potuto mediare, in funzione di un progetto più sostenibile, virando su vincoli limitati ai ‘compound’ archeologici oggetto di studio”.
L’architetto (che consiglia a tutti di andare a guardarsi il Parco della Biodiversità di Catanzaro, 60 ettari con una scuola agraria, un centro ippico e la possibilità per tutti di praticare natura, cultura e sport) parla di sostenibilità non a caso. Per lui il Comune di Foggia non sarà in grado, per insufficienza di risorse, di manutenere e garantire vigilanza in quella vasta area verde “così aperta e indifesa, con propaggini urbane periferiche”, che si estende a ridosso dei locali dell’Iriip e della Facoltà di Economia. Un campus universitario, invece, avrebbe certamente potuto e dovuto contemplare una recinzione (“necessaria per tutelare il sito”, dice Buccarella). “Laddove – questo il monito - allo stato attuale, a pochi giorni dalla parziale apertura alla cittadinanza dei Campi Diomedei, già si ravvisano atti vandalici impuniti, dai pozzetti scoperchiati o otturati ad alcuni primi piccoli danneggiamenti al sistema di irrigazione”.
Per un ulteriore parere tecnico l’Attacco ha contattato anche Gianfranco Piemontese, architetto, storico dell’arte, docente scolastico e componente del consiglio di amministrazione della Fondazione Monti Uniti. Che, sui Campi Diomedei, esordisce così: “E’ certamente positivo l’aver salvato una vasta area centrale da un’ipotetica speculazione edilizia”. Poi entra nel dettaglio: “Le sedute minimaliste concepite in blocco di pietra viva scimmiottano le panchine della Rambla di Barcellona: una scelta, oltre che stilistica, probabilmente atta a garantirne maggior durevolezza nel particolare contesto socio-ambientale di Foggia”.
Piemontese, però, sul versante paesaggistico dei Campi Diomedei, non risparmia disappunto circa le disposizioni del Sabap occorse nel tempo, ricordando che “la Soprintendenza, per evitare coni visivi sul complesso architettonico in stile eclettico novecentesco dei Cavalli Stalloni, vietò al progetto interventi auspicabili, come l’apposizione di grandi alberature. Un’altra polemica assurda - prosegue - sorse sulle collinette che avrebbero dovuto essere realizzate con terreno di riporto e che sarebbero state l’ideale, sul modello di Parco San Felice, nel paesaggio molto piatto di Foggia. L’architettura – spiega Piemontese – è per definizione la modifica antropica di uno stato ambientale: la sua funzione sta nel modulare simili trasformazioni nella migliore soluzione estetico-funzionale possibile”.
Poi lo sguardo al presente e al futuro di Campi Diomedei: “Per ripopolare tout court un simile luogo, garantendone miglior fruizione, andrebbero acquistati nei vivai, spendendo qualcosa di più, alberi già cresciuti, di 4-5 metri, mettendoli poi a dimora con una serie di tutori per difenderli dall’azione del vento. Ci vorranno in sostanza altre alberature, nonché cortine di siepi, come accade nei Paesi nel nord Europa”.
Infine, un’ultima preoccupazione reale: “La gestione del verde a Foggia è terribile. L’auspicio è che si invera la rotta, assicurando, inoltre, una recinzione ai Campi Diomedei, esattamente come avviene nei parchi pubblici anglosassoni. Perché è fondamentale tutelare questo nuovo polmone verde locale, vicino a quello storico della Villa comunale, purtroppo caduta nel degrado urbano nonostante presentasse giardini all’italiana e all’inglese e un orto botanico”. Una storia, in sostanza, da non ripetere con i Campi Diomedei, affinché, per Piemontese, “non si trasformino da terra di tutti a terra di nessuno”.
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