Mentre il figlio Raffaele corre come candidato sindaco a Foggia, alla guida della coalizione di centrodestra, l’ex potente segretario generale di Camera di commercio Matteo di Mauro si gode la vittoria in giudizio nell’arcinota vicenda della super retribuzione che lo portò a guadagnare più del segretario generale della CCIAA milanese. E’ arrivata lo scorso 8 settembre la sentenza con cui, il Tribunale del lavoro di Foggia, in persona della giudice Angela Vitarelli - pronunciandosi definitivamente nei due procedimenti riuniti attivati contro CCIAA ed INPS – ha dato ragione a di Mauro, condannando l’ente camerale presieduto oggi dal sipontino Damiano Gelsomino a pagargli 88.667,69 euro, al netto delle ritenute di legge, e revocando il decreto ingiuntivo emesso a novembre 2021 contro l’ex dipendente. Al contempo, CCIAA è stata condannata anche a pagare 6.500 euro a titolo di spese di lite.
La prima causa è quella che a settembre 2021 Matteo di Mauro, assistito dagli avvocati giuslavoristi Vincenzo De Michele e Gabriella Guida, iniziò contro Camera di commercio (difesa dai legali Gianluigi Prencipe e Michele Fatigato) e INPS (con l’avvocato Francesco Velardi).
Fu segretario generale dell’ente di via Protano dal 5 giugno 2003 al 31 dicembre 2017. A ottobre 2008 la giunta camerale gli riconobbe una retribuzione di posizione pari a 220.000 euro; ma a settembre 2013 – a seguito di rilievi mossi, dopo verifica amministrativo/contabile disposta dal MEF e dalla Procura Regionale presso la Corte dei Conti di Bari – la giunta decise di rideterminare l’importo in 150.000 euro, a decorrere da gennaio 2009.
Immediatamente, a ottobre 2013, di Mauro chiese al Tribunale del lavoro di Foggia di dichiarare l’illegittimità e/o invalidità della delibera e il diritto al percepimento della retribuzione di posizione nella misura inizialmente quantificata, ma la sentenza arrivata nel 2015 diede ragione a CCIAA per il recupero delle somme indebitamente. Matteo di Mauro perse, due anni dopo, anche in appello a Bari, mentre risale al 2014 la sentenza con cui la Corte dei Conti barese lo condannò in solido - con l’allora presidente dell'ente camerale, i componenti di giunta, i revisori dei conti e il dirigente dell'Area economico-finanziaria, alla restituzione della somma complessiva di 300.828,67 euro in favore di Camera di Commercio. Una sentenza confermata nel 2019.
Nel frattempo, CCIAA ha recuperato i maggiori importi erogati per gli anni dal 2009 al 2013 con trattenute mensili (al 31/12/2017 fu certificata la restituzione della somma di 174.292,49 euro) e con trattenuta sull’indennità di fine rapporto, con un credito da liquidarsi al gennaio 2021 di 3.974,23 euro. Due anni fa la giunta camerale deliberò di modificare in autotutela la delibera del 2013, attribuendogli, per il periodo decorrente dal 01/01/2009 al 31/12/2017, la retribuzione di posizione nella misura di 118.387,36 euro annui, anziché di 150.000 euro annui.
A maggio 2021 la nuova (ed attuale) segretaria generale Lorella Palladino stabilì in complessivi 284.630,63 euro lordi l'ammontare delle maggiori somme erogate al predecessore a titolo di retribuzione di posizione dal 01/01/2012 al 31/12/2017, rideterminando il trattamento pensionistico.
Palladino, con un successivo atto, stabilì di rideterminare la somma da recuperare in 145.647,23 euro netti, compensando parzialmente tale debito con gli emolumenti spettanti a Matteo di Mauro a titolo di indennità di anzianità, pari a 83.120,18 euro netti e, pertanto, di richiedergli in restituzione la somma di 62.527,05 euro. Infine, il credito spettante all’ente camerale fu definitivamente rideterminato in 61.622,05 euro, somma che gli fu formalmente richiesta con atto di diffida e messa in mora.
Ebbene, di Mauro nel 2021 si rivolse al Tribunale del lavoro lamentando l’illegittimità degli atti di CCIAA e della richiesta restitutoria conseguente, rispetto a cui invece riteneva di aver diritto a percepire, a titolo di residua indennità di anzianità, la somma di 88.667,69 euro (riveniente dalla differenza tra la residua indennità di anzianità determinata in 137.256,76 euro, al netto delle ritenute fiscali e previdenziali, e l’importo netto a debito di di Mauro di 48.589,07 euro. Per tali ragioni chiese di condannare CCIAA al pagamento di 88.667,69 euro, oltre che a versare le spese di lite. Il secondo procedimento, poi riunito al primo, è quello con cui successivamente di Mauro si oppose al decreto ingiuntivo col quale gli veniva ingiunto, su istanza camerale, di pagare 61.622,05 euro.
La scorsa settimana la giudice del lavoro ha ritenuto fondati i due ricorsi del montanaro.
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