Largo alle polemiche mafiologiche come da facile previsione, ora chi è causa del suo mal pianga sé stesso

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Il lettore di buona memoria forse ricorderà che già anni fa (l’Attacco del 23 settembre 2022) pronosticammo che nella futura campagna elettorale per le amministrative sarebbero volati gli stracci fra i candidati nella gara a dichiarare chi ce l’avesse più duro e antimafioso dell’altro e a pretendere di fare l’analisi del sangue a destra e a manca per rilasciare o per negare certificati di buona condotta attraverso polemiche “mafiologiche”. Adesso che finalmente è arrivato il periodo delle elezioni e quel pronostico si sta puntualmente avverando, desideriamo tornare sul tema. Tuttavia cogliamo l’occasione per allargare un po’ il discorso sulla rappresentazione pubblica del problema della mafia a Foggia.

V’è una intera filiera di attori istituzionali (i Procuratori della Repubblica di Bari e di Foggia ed esponenti delle forze di polizia), attori paraistituzionali (l’associazione magistrati della sezione di Bari) e attori collaterali (le associazioni antimafia) che da molto tempo sostengono che nella città di Foggia “ci sono sempre più connessioni con parti non sane del mondo economico e politico... (e il) coinvolgimento in attività economiche per ricercare sempre più di denaro”, come per ultimo ha sintetizzato il concetto essenziale il direttore della Sezione della DIA di Foggia in una recentissima dichiarazione del 13 settembre.

Ebbene, se le parole sono impiegate secondo il loro significato corretto ciò vuol dire che a Foggia vi sono gruppi malavitosi di stampo mafioso che non si limitano alle tradizionali attività violente e di traffici di droga ma, essendosi evolute in attività più raffinate, reinvestono i propri capitali illeciti infiltrandosi in imprese altrui per gestirle dall’interno a guisa di prestanomi ovvero “connettendosi” e “coinvolgendosi” con imprese altrui attraverso finanziamenti mascherati. Inoltre, tali organizzazioni criminali avrebbero anche creato collusioni con funzionari degli apparati pubblici locali (“parti non sane del mondo politico”). In sostanza, qui a Foggia sarebbe ormai esistente cioè quella tipologia criminale che convenzionalmente viene definita “mafia degli affari”.

Ora, uno legge e ascolta questi allarmi pubblici e ritiene - ingenuo - che di fronte a sfracelli di questa portata gli armadi della Procura della Repubblica di Foggia e gli armadi della Procura di Bari (competente in generale per reati di mafia) fossero carichi di tanti faldoni processuali da sfondare i ripiani, e cioè, fuor di metafora, che vi fosse un significativo numero di indagini e di processi già avviati a giudizio che coinvolgessero amministratori per reati non soltanto e semplicemente connessi alla loro funzione pubblica (peculati, concussioni, corruzioni, traffico di influenze) ma che allo stesso tempo fossero anche caratterizzati da collegamenti con soggetti mafiosi. Come pure, sull’altro versante della imprenditoria locale, dovrebbe aversi notizia di un numero significativo di indagini e processi nei quali fossero stati contestati collegamenti tra delinquenti mafiosi ed imprenditori, e cioè - tanto per essere espliciti - la commissione di reati quali il riciclaggio di denaro “sporco” attraverso reinvestimenti in imprese locali ovvero attraverso compartecipazioni usurarie in imprese locali in difficoltà: se ciò fosse, avrebbe legittimazione la tesi che qui sia in atto una penetrazione, una infiltrazione, un condizionamento della mafia nel sistema imprenditoriale locale e nei confronti di pubblici funzionari locali.

Ma si ricreda il lettore, perché da quel punto di vista giudiziario le evidenze sono presto dette: zero o minime. Per spiegare l’arcano - per cui un certo blocco giudiziario-poliziesco-giornalistico-politico va forte a convegni, interviste e dichiarazioni “mafiologiche” di quel tipo ma senza che a Foggia vi siano reati di quel tipo, la rappresentazione di una mafia imprenditrice ma senza imprese - è necessario decrittare il linguaggio impiegato: in fondo è sempre questione di parole quando si effettua una operazione di confusione dei concetti.

La tesi della infiltrazione e del condizionamento (peraltro limitata al pur importantissimo comparto della imprenditoria, e perciò comunque non riguardante il diverso ma non meno importante comparto degli apparati pubblici) ricava argomento dai drammatici fenomeni delle estorsioni e dei prestiti usurari praticati agli imprenditori in difficoltà finanziarie. Dopo di che costruisce un quadro in cui carnefici e vittime vengono messi nella stessa fotografia criminologica, tanto che qualcuno non esita a enunciare il concetto, inaccettabile e grottesco, per cui una vittima che non denunci dovrebbe essere considerata come fiancheggiatore dei suoi stessi carnefici (“compiacente” o “contiguo” fa lo stesso, senza trascurare l’improbabile “attiguo” del Procuratore di Bari durante una audizione parlamentare riguardante la mafia in Foggia): con la stessa ottica distorta si potrebbe sostenere che una donna stuprata, se non denunciasse l’aggressione, sarebbe “compiacente” o “contigua” nei confronti dello stupratore. Questo travisamento ideologico consente di definire “infiltrazione/condizionamento” l’azione di sottoporre un imprenditore a una vessazione di carattere delinquenziale basandosi sul fatto che un malcapitato indubbiamente è a suo modo “condizionato” nel prosieguo della sua attività da una richiesta estorsiva o da un prestito usurario, e in tal modo si confonde questa ipotesi con il concetto, completamente diverso, che il mafioso entra nella impresa altrui reinvestendo capitali illeciti suoi e, manovrandola dall’interno, si trasforma in via di fatto egli stesso in un imprenditore dissimulato, o se più piace, in un socio di fatto rispetto all’ altrui attività imprenditoriale .

In sostanza si confondono in un tutt’uno indistinto due scenari del tutto diversi sia sul piano concettuale che sul piano sociogiuridico, e in tal modo ci si rende possibile affermare che i mafiosi trafficano con imprenditori e con politici e funzionari pubblici pur senza aver prodotto evidenze giudiziarie di quel tipo in numero così significativo da autorizzare un allarme pubblico generalizzato, e si è interpretata e propagandata la immagine di Foggia come uno sceneggiato TV in stile Gomorra cioè come un letamaio di corruttele esposto al pubblico ludibrio che ci porteremo addosso per una intera generazione, sebbene non ve ne fossero evidenze giudiziarie. Si può girare attorno al torsolo quanto si vuole, ma la realtà è questa.

Dopo questa lunga escursione sulla immeritata “savianizzazione” della nostra città, torniamo alla campagna elettorale qui in svolgimento e all’impiego di argomentazioni “mafiologiche” di vario genere che già sono state messe in campo e che sicuramente aumenteranno di numero e di intensità nei prossimi giorni: una riflessione ci sentiamo di farla.

Quando fu sciolto il Comune di Foggia oltre due anni fa per supposti condizionamenti e infiltrazioni da parte della delinquenza mafiosa pochissime voci si levarono a contestare quel provvedimento, e soprattutto a contestare l’ideologia tossica sul quale necessariamente esso si fondava che consiste nel “mafiosizzare” tutto il possibile. In particolare, a quell’epoca nessun personaggio politico locale - nessuno - ebbe il coraggio neppure di fiatare (ma più precisamente: qualcuno dalla sponda sinistra applaudì). Solo in un secondo tempo qualche personaggio di pubblica notorietà cominciò a criticare il commissariamento straordinario della città, ma anche così nessun personaggio politico - ripetesi: nessuno - ha mai preso il toro per le corna e ha pubblicamente denunciato che il vero problema stava alla base e consisteva appunto nella ideologia della “mafiosizzazione” in sé stessa e nella fastidiosissima retorica che pure ne derivava ed era esibita in ogni occasione pubblica da tutti coloro che “savianeggiavano” a tutto spiano.

A questo punto, dopo essersi caricati della responsabilità “politica” di non reagire apertamente durante trenta mesi di bombardamento a senso unico - anzi, in non pochi casi dopo aver assecondato quelle rappresentazioni distorte - cosa realisticamente i personaggi politici oggi in competizione elettorale si attendono se non che reciprocamente ci si prenda a pesci in faccia a colpi di mafia e antimafia, anche a sproposito? Infatti, quello è il solo argomento che paradossalmente è a disposizione di tutti a costo zero e senza necessità di particolari competenze, sicché si presta agevolmente a riempire il vuoto dei loro programmi elettoralistici.

Perciò non si lamenti chi, di volta in volta, divenisse bersaglio di quegli argomenti tossici quand’anche sconclusionati: dice l’antico adagio “chi è colpa del suo mal pianga sé stesso!”.

Salvatore Russetti

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testatina dillo al direttore WEB

 



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