Se il dato nazionale ha trasformato il referendum sulla giustizia in un passaggio politico di prima grandezza, la provincia di Foggia offre una chiave di lettura ancora più interessante, perché consente di osservare come quel risultato si distribuisca dentro un territorio socialmente e politicamente molto differenziato. Partiamo dai numeri complessivi. In Capitanata il No si è imposto con il 55,4% contro il 44,6% del Sì, con un’affluenza definitiva del 48,2% degli aventi diritto. Quindi poco meno di un elettore su due. Si tratta di un dato inferiore alla media nazionale sia a quella regionale pugliese, che ha superato il 52% di partecipazione, confermando la tradizionale difficoltà del territorio a mobilitare pienamente l’elettorato. Eppure il risultato restituisce un messaggio politico abbastanza chiaro. In provincia di Foggia esiste ancora una società civile di centrosinistra forte e strutturata, capace di orientare il voto quando la posta in gioco diventa considerevole. Quando si parla di società civile in questo contesto non ci si riferisce soltanto ai partiti, naturalmente. Ma a un sistema articolato che comprende organismi sindacali, mondo dell’associazionismo diffuso, pezzi dell’imprenditoria locale, stampa territoriale, opinion leader e reti civiche che continuano in qualche modo a esercitare una funzione di orientamento nel dibattito pubblico. Il capoluogo è il primo indicatore di questa dinamica. Foggia città ha respinto la riforma con circa il 60% di voti contrari, con un’affluenza che si colloca intorno al 49%, leggermente sopra la media nazionale. Il capoluogo continua quindi a rappresentare uno dei principali bacini elettorali del campo largo progressista nel territorio. Un discorso simile riguarda alcuni centri del Gargano interno. San Giovanni Rotondo, città con oltre 26mila abitanti e con un forte peso del settore sanitario e dell’occupazione pubblica, ha registrato una partecipazione vicina al 50%, con il No oltre il 54%. Anche San Marco in Lamis ha mostrato una partecipazione relativamente sostenuta, attorno al 46-47%, con il No sopra il 56%. Qui la presenza di sanità, servizi pubblici e pubblica amministrazione continua a incidere nella formazione dell’opinione politica e nella capacità di mobilitazione elettorale. Nei Monti Dauni la dinamica è ancora diversa e dimostra quanto contino le leadership locali.
In piccoli comuni come Accadia, dove gli elettori sono poco più di duemila, la partecipazione ha superato il 50%, con il No oltre il 60%. Ad Alberona, uno dei centri più piccoli dell’area, l’affluenza si avvicina al 52%, con il No attorno al 58%. In realtà come queste il rapporto diretto tra amministrazione e cittadini rimane decisivo. Sindaci con leadership riconosciute riescono ancora a mobilitare comunità ristrette e a orientare il voto. Il caso di Cerignola è invece quello che più colpisce gli osservatori politici locali. La città, storicamente una delle roccaforti della sinistra in Capitanata, registra una partecipazione piuttosto modesta: circa il 45% degli aventi diritto. Il No resta prevalente con circa il 55%, ma il dato dell’affluenza segnala uno scollamento evidente tra elettorato e rappresentanza politica in un centro che conta quasi 60mila abitanti. È uno dei punti su cui il centrosinistra locale dovrà riflettere di più.
Se si guarda invece alla fascia costiera del Gargano, la geografia del voto cambia sensibilmente. Qui il consenso per il Sì cresce rispetto alla media provinciale. A Peschici il Sì supera il 60% dei voti, mentre il No resta sotto il 40%. A Vieste il risultato è più equilibrato ma comunque favorevole al Sì, con percentuali attorno al 52%, mentre l’affluenza si colloca intorno al 45%. In queste realtà pesa la struttura economica del territorio, molto più legata al turismo e all’impresa privata rispetto all’interno della provincia. Fa eccezione Manfredonia, città portuale con una forte tradizione industriale e sindacale. Qui il No resta prevalente con circa il 54%, con un’affluenza attorno al 48%, quindi in linea con la media provinciale. Lungo la costa garganica emerge dunque un elettorato più orientato verso logiche economiche e imprenditoriali, spesso meno legato alle reti organizzative tradizionali del centrosinistra.
Nel Tavoliere e nell’interno della provincia, al contrario, continuano a pesare le reti sociali storiche: sindacati, associazionismo, professioni legate al settore pubblico. Il referendum diventa così una fotografia della geografia sociale e politica della Capitanata. Da un lato i centri urbani, l’area del capoluogo e molte realtà dell’interno dove il tessuto organizzato del centrosinistra continua a esistere e a mobilitarsi. Dall’altro le zone costiere e alcune economie più dinamiche dove il voto appare più fluido e meno prevedibile. Nel complesso il messaggio che arriva dalle urne è duplice.
La partecipazione resta sotto la media nazionale e regionale, confermando una difficoltà strutturale del territorio. Allo stesso tempo però quasi metà dell’elettorato si è recato alle urne e ha espresso un orientamento politico chiaro. Questo significa che, nonostante le trasformazioni economiche e la crisi dei partiti tradizionali, la società civile progressista della provincia di Foggia, a differenza di quella di centrodestra, continua a esistere ed è ancora capace di mobilitarsi quando il confronto assume una dimensione politica sostanziale. Il referendum sulla giustizia lo dimostra con numeri concreti e con una distribuzione territoriale del voto che ricalca in modo sorprendentemente fedele la struttura sociale ed economica della Capitanata.
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