La morte di due migranti, il primo ucciso lo scorso 13 marzo da un residente del ghetto “L’Arena” di San Severo e il secondo morto suicida lo scorso 4 aprile al ghetto di Torretta Antonacci, ha fatto rimbalzare ai disonori della cronaca, ancora una volta, l’emergenza insediamenti informali in Capitanata. “È un problema che c’è e molte volte facciamo finta, come comunità, che non ci sia. Non a caso, chiamiamo queste persone invisibili”, ha detto a l’Attacco don Andrea Pupilla, direttore della Caritas diocesana di San Severo. “I ghetti sono delle realtà lontane dal contesto urbano, luoghi di segregazione, di degrado – ha aggiunto –. Quando accadono questi eventi eclatanti è chiaro come emerga questo fenomeno”. Nel pomeriggio di mercoledì scorso, presso il ghetto “L’Arena”, si è tenuta una preghiera interreligiosa, durante la quale si sono letti testi cristiani e islamici, per ricordare Mamina Nyassy e Aladji Singath. Al momento di raccoglimento hanno partecipato anche i vescovi mons. Giuseppe Mengoli della diocesi di San Severo e mons. Franco Moscone della diocesi di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo. “Siamo qui per un momento di preghiera, per non far scivolare nell’oblio quanto successo, non soltanto a questi due nostri fratelli, ma a tanti altri in questi anni, e per ribadire il nostro impegno come comunità a lottare contro l’indifferenza”, ha spiegato don Andrea. Se la Caritas, insieme a Migrantes con don Nazareno Galullo, direttore dell’Ufficio della diocesi di San Severo, hanno fatto quanto nelle proprie possibilità offrendo ascolto, orientamento per i permessi di soggiorno, aiuti materiali e soprattutto prossimità umana e spirituale, le istituzioni hanno mancato l’appuntamento con il superamento dei ghetti per restituire dignità a queste persone. “Le istituzioni in questi anni hanno fatto alcuni tentativi, ma non è bastato. La cosa che più ci preme dire è che c’era un’opportunità, con i fondi del PNRR che ormai possiamo considerare persi, che non è stata sfruttata, non solo per superare questo problema, ma anche come opportunità di sviluppo di questo territorio – ha concluso il direttore della Caritas di San Severo –. Ma non dobbiamo rassegnarci, possiamo insieme alle istituzioni rivendicare altre opportunità”.
Ancora una volta, però, si è constatata l’assenza delle istituzioni politiche. Nessun consigliere, di opposizione o di maggioranza, nessun assessore, men che meno la Sindaca Lydia Colangelo hanno partecipato, neppure con un messaggio di vicinanza, al momento in ricordo di due vittime della stessa politica.
Alla lettura delle preghiere è seguito uno scambio di pace. Abbracci e strette di mano hanno accompagnato il toccante gesto. Il vescovo di San Severo, durante il suo intervento, ha citato la poesia di Totò, A’ livella, che ricorda con ironia e amarezza di come davanti la morte siamo tutti uguali. Eppure, questa uguaglianza, secondo il prelato, dovrebbe valere anche quando si è in vita. Ha poi paragonato il cerchio di persone formato durante la preghiera ad una catena composta da tanti anelli, che hanno bisogno di restare uniti per non spezzarsi. Infine, ai circa quaranta migranti presenti per il momento commemorativo, ha rivolto due parole: grazie e perdono. Grazie per il lavoro che svolgono. Durante i saluti iniziali, infatti, ha appreso come quella di mercoledì fosse stata una giornata molto dura per alcuni di loro, a lavoro nelle campagne sotto il sole cocente per la raccolta degli asparagi. “Offrite la vostra vita per la vostra famiglia. Quando lavorate state pregando, offrite a Dio il vostro sacrificio”, ha detto. Mentre, ha chiesto perdono per tutte le volte che la società li ha messi al margine. “Non sempre vi consideriamo fratelli – ha concluso il vescovo –. Siete forti nel cuore e per amore delle vostre famiglie reggete il peso delle ingiustizie”.
Anche padre Moscone ha voluto ribadire i concetti espressi dal collega ringraziando i residenti del ghetto per l’esempio che danno e il coraggio che mettono, e chiedendo ancora una volta perdono perché “non sempre la società vi considera, ma vi sfrutta”.
Per ultimo, Don Nazareno ha messo in luce gli interventi che negli anni le due associazioni hanno messo in piedi, sottolineando come i migranti non solo sono poveri materialmente, ma sono affetti da ben più gravi sofferenze. “Come Caritas Diocesana e Ufficio Migrantes siamo presenti nei luoghi della marginalità con le unità di strada del progetto Polo Su.Pr.Eme e siamo accanto alle persone per aiutarle a districarsi nelle farraginose procedure burocratiche e legali, nell’accesso ai servizi sanitari e nelle difficoltà quotidiane che la vita nei ghetti comporta – sottolinea –. Incontriamo non solo povertà materiale, ma anche una sofferenza più profonda, spesso invisibile: depressione, isolamento, mancanza di lavoro dignitoso, residenze negate, difficoltà nell’accesso alle cure sanitarie. È qui che riconosciamo il cuore del Vangelo: Cristo che continua a farsi presente nei crocifissi del nostro tempo, nei ghetti di Torretta Antonacci e dell’Arena e nei casolari sparsi nei comuni di Serracapriola, Poggio Imperiale, Lesina, San Paolo di Civitate, Rignano Garganico, Apricena”.
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