Amministrare la cosa pubblica ai tempi della quarta mafia, Miglio: “A Foggia non c’è stata reazione sociale”

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Amministrare nei territori di mafia”: è stato il tema del convegno di grande attualità, in terra di Quarta mafia, organizzato dal Comune di San Severo, che ha avuto luogo presso il Teatro comunale Giuseppe Verdi della città dei campanili.
I lavori, moderati dalla professoressa Donatella Curtotti, docente ordinario di Diritto processuale penale dell’Università di Foggia, hanno annoverato la partecipazione, in qualità di relatori, del sindaco di San Severo, Francesco Miglio, che ha aperto il convegno portando i saluti istituzionali della sua amministrazione; dell’onorevole Carla Giuliano, componente della Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei Deputati; di Ludovico Vaccaro, procuratore capo della Repubblica di Foggia; dell’avvocato Luigi D’Ambrosio, presidente della Camera amministrativa distrettuale degli avvocati di Bari; di Vittorio Raeli, procuratore regionale della Corte dei Conti della Basilicata; dell’onorevole Federico Cafiero De Raho, già procuratore nazionale antimafia.

Recuperare l’etica della politica nel suo ruolo amministrativo e l’unità della società civile contro le mafie, al cospetto di organizzazioni criminali, comprese quelle presenti in provincia di Foggia, “che sparano di meno e corrompono di più, che oggi puntano al profitto infiltrando le imprese e gli enti locali”, è stato detto a più riprese durante l’incontro. Queste le direttrici sulle quali ha corso il dibattito istituzionale.
“Ma la reazione sociale verificatasi qualche anno fa a San Severo, in un momento di grande difficoltà per la città, io non l’ho vista in altri centri della provincia di Foggia, non l’ho vista neppure nella città capoluogo – ha evidenziato il primo cittadino Miglio -. Questo non perché voglia ascrivere meriti all’amministrazione comunale di San Severo, che probabilmente ha una percentuale pari al 30% del merito in tale processo sociale, ma perché va dato atto alla comunità sanseverese di essersi sollevata e di essere scesa in piazza con 20mila persone. Poi, dall’agosto del 2017 (riferendosi alla strage di San Marco il Lamis, ndr) si è registrata una partecipazione e una risposta dello Stato che è stata sicuramente superiore rispetto al passato. Dico ciò – ha concluso sul punto Miglio - per sostenere che amministrare in terra di mafia o in un territorio caratterizzato da una presenza criminosa importante è possibile. Anche se non è certo semplice, perché nel momento in cui ci sovraespone bisogna essere consapevoli anche del dissenso cui si può andare incontro, che è molto più rumoroso del sostegno che un amministratore può ricevere dalla sua comunità”.

Successivamente, il sindaco della città dell’Alto Tavoliere ha rimarcato, facendo appello anche ai parlamentari presenti in sala, la necessità di rivedere la geografia giudiziaria di Capitanata, “tema su cui la voce del procuratore Vaccaro è stata forte in tal senso”. 
Di natura tecnica la seconda parte dell’intervento dell’onorevole Giuliano, che ha sviscerato funzioni e dati dell’attività della Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei Deputati, di cui è componente. “Quest’organo – ha spiegato la deputata del Movimento 5 Stelle – ha il compito di vagliare le richieste dell’autorità giudiziaria rispetto a provvedimenti quali l’acquisizione di tabulati telefonici, intercettazioni, misure cautelari per i parlamentari. Ebbene, le tipiche contestazioni mosse, in tali dinamiche, riguardano la corruzione, che, talvolta, si è configura nell’articolo 416 bis, riguardante l’associazione di stampo mafioso. Perché ad oggi – ha sottolineato Giuliano – il fenomeno corruttivo è il grimaldello che le organizzazioni criminali utilizzano per infiltrarsi nella pubblica amministrazione”. Giuliano, però, sul tema non ha mancato neppure di raccontare una sorta di ambiguità del Parlamento, con provvedimenti diametralmente  opposti tra Montecitorio e Palazzo Madama.

“Se, infatti - ha dettagliato -, la Camera ha rigettato i ricorsi di quei deputati, che, dopo essere stati condannati per corruzione ed aver visto dunque decaduto il vitalizio, ne chiedevano il ripristino, il Senato, in un caso eclatante noto alle cronache, ha accolto invece il ricorso di un senatore che rientrante in tale casistica”.  Vaccaro, poi, ha spiegato come la mafia, per definizione, “non può non insidiare il sistema delle imprese e della pubblica amministrazione, da cui cerca, dopo aver costituito aziende fintamente legali, di acquisire denaro pubblico attraverso concessioni ed appalti. Prova ne sia proprio questo territorio – ha dimostrato il procuratore capo – che annovera 4 organizzazioni mafiose riconosciute da sentenze passate in giudicato e 6 comuni sciolti per infiltrazioni, compreso il capoluogo, nonché interdittive alle imprese emesse a iosa dagli ultimi 4 prefetti avvicendatisi sul territorio. Certo, lo scioglimento di un consiglio comunale è sempre doloroso – ha ammesso Vaccaro – perché è un po’ come rinnegare la democrazia, ma, proprio come le interdittive in campo economico, talvolta è necessario ed, anzi, rappresenta un’occasione di rilancio per i comuni sciolti”. Il procuratore, sul finire del suo intervento,  ha individuato nel “disordine o nell’eccesso di burocrazia amministrativa gli elementi che aumentano il rischio di infiltrazione mafiosa nella pubblica amministrazione e che alimentano la logica della scorciatoia o del piacere, configgenti con la logica del diritto, laddove spesso il malaffare si nidifica non solo nella politica ma anche nella tecnostruttura”.
E dunque, gli “antidoti” a tutto ciò, rimarcati anche da Vaccaro, “stanno in primis in una comunità sociale sana e nella vicinanza dello Stato ai cittadini”.

Più problematico, sugli strumenti giuridici antimafia, il canovaccio dell’avvocato D’Ambrosio, che ha evidenziato per un verso come da alcuni studiosi l’interdittiva antimafia alle imprese (sempre di natura preventiva, ndr) sia stata definita ‘l’ergastolo imprenditoriale’, per l’altro, come, per ciò che riguarda l’istituto dello scioglimento dei comuni, si debba ravvisare la necessità di meglio “contemperare”, rispetto a quanto accada oggi, “l’esigenza di pubblica sicurezza con ciò che, invece, può essere percepito come un’aggressione dello Stato a diritti costituzionalmente tutelati quale, ad esempio, ‘l’autonomia’ da garantire alle amministrazioni comunali. Se dal ’91 al 2013 – l’analisi fondata sui dati di D’Ambrosio - 56 comuni italiani sono stati sciolti due volte, 19 tre volte e 1 comune addirittura quattro volte, siamo sicuri dell’efficacia di questo strumento?”, si è domandato (probabilmente in via retorica).

Infine le dichiarazioni alla stampa di Cafiero de Raho a margine dell’incontro: “E’ evidente – ha detto - che la mafie condizionano enormemente l’andamento della cosa pubblica. Proprio per questo è necessario portare avanti le amministrazioni nel rispetto dei princìpi di buon andamento ed imparzialità, come, d’altronde, bisogna essere formati ed educati sul tema. Va compreso che l’unico modo per sviluppare benessere in una comunità è di perseguire l’uguaglianza di tutti i cittadini attraverso il rigore e la trasparenza amministrativa. Bisogna impartire regole certe per tutti, e fare in modo che queste regole diventino quasi una barriera invalicabile. L’unico modo per poter amministrare i comuni in territori come questo è assumere in pieno tali roccaforti giuridiche in ogni settore della cosa pubblica, senza mai lasciare spazio a privilegi e preferenze per alcuno”.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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