Non serviva il pari. Men che meno la sconfitta. E invece il Foggia si è fatto sorprendere dalla Fidelis Andria ed ha detto bye-bye alla Coppa.
E così nella notte che doveva servire a cancellare gli impacci di Picerno e a ritrovare il sorriso, i rossoneri si sono concessi un’altra pausa (di riflessione) ed hanno incassato una eliminazione che brucia.
Perché i quarti di finale erano un traguardo alla portata e potevano rappresentare il passepartout per i play-off.
E perché adesso Curcio e compagni sono attesi al varco domenica prossima: contro la Paganese vietato sbagliare, guai a segnare il passo anche nella sfida che nel mirino deve mettere solo e soltanto i tre punti.
Già, seppure all’intermezzo di Coppa il Foggia sia arrivato con gli uomini contati e con il morale sotto i tacchi, non può passare inosservata una battuta di arresto che è maturata contro una formazione che poco più di un mese fa era stata messa sotto sul piano del gioco e del risultato al Degli Ulivi: c’è qualcosa che non torna nel recente cammino di una squadra che dopo aver imposto il pari al Bari aveva inorgoglito la sua tifoseria. E che adesso incredibilmente si ritrova al centro di una contestazione latente che cova sotto la cenere.
Il Foggia visto all’opera mercoledì sera, per quanto incerottato e a tratti svagato, è sembrato una squadra che, si vede lontano un miglio, si sente sotto esame.
Zeman, che ha fatto ricorso ad un ampio turnover per fronteggiare l’emergenza, adesso ha il quadro chiaro e sa quanto può aspettarsi dalle seconde linee: poco, stando a vedere quello che sono stati capaci di produrre negli ultimi 90’ i cosiddetti rincalzi, ce n’erano sette tutti in campo contemporaneamente. E, fatte rare eccezioni (Volpe, Maselli e Girasole), tutti gli altri sono semplice contorno.
Nulla di più. Un dato quest’ultimo sul quale il boemo dovrà riflettere con attenzione in chiave mercato di riparazione.
Perché così com’è il Foggia appare incompleto numericamente in un paio di reparti, ed il ds Pavone di concerto con la proprietà farebbe bene fin da questo momento a mettersi sulle tracce di almeno due-tre pedine che diano maggiore spessore ad un organico che, dovesse restare così, faticherebbe a centrare l’obiettivo finale dei play-off ed un piazzamento migliore del nono posto della scorsa stagione.
Certo, non è il caso di fare drammi e di creare inutili allarmismi, le oggettive difficoltà del momento sono fisiologiche, e probabilmente anche amplificate dalle contemporanee assenze di alcune pedine-cardine che finiscono col mettere a nudo quelle che sono le pecche di un organico che in estate è stato assemblato da Pavone con un budget risicato.
Inutile allora appellarsi a quelli che sarebbero i limiti del gioco di Zeman.
Che non ha la bacchetta magica, e che non può certo fare miracoli: le concomitanti defezioni di Nicoletti, Petermann, Rocca, Merola e Di Grazia oltre che privare la squadra di alcuni precisi punti di riferimento, stanno frenando quel processo di crescita che sembrava a buon punto, e che nelle ultime settimane ha subìto invece un brusco rallentamento.
Inutili e controproducenti anche i rimbrotti che arrivano dall’ambiente, segnali di insofferenza che non aiutano in questo frangente un gruppo che è in affanno, ma non al punto da dover essere messo in discussione.
Nel bene come nel male Zdenek Zeman era e rimane al centro del villaggio: e non possono essere di certo gli ultimi risultati in chiaroscuro a mettere in dubbio il suo progetto tecnico.
Il ko di Coppa non deve essere fuorviante sotto questo punto di vista, perdere fa sempre male, anche se non mancano le attenuanti.
Gli assenti hanno sempre ragione, chissà che gara sarebbe venuta fuori con qualcuno dei titolarissimi regolarmente al suo posto, e se gli episodi avessero dato una mano ad una squadra che sotto il profilo dell’impegno e dell’applicazione resta sempre encomiabile.
Ci vuole dell’altro però per venire fuori da un momento che non fa fare salti di gioia, e che ha fatto suonare un primo preoccupante campanello di allarme in casa rossonera: serve ritrovare l’autostima, prima ancora che recuperare le pedine nello scacchiere.
Resta un mistero perché il Foggia sia caduto in catalessi proprio all’indomani della migliore prestazione di questo primo scorcio di stagione: dopo Bari il buio, o quasi, sempre in apnea i rossoneri ad inseguire il risultato per uno strafalcione difensivo che mette in discesa la partita per l’avversario.
Smaltite le tossine post-Andria, il Foggia adesso è però chiamato in tutta fretta a rialzarsi.
A cominciare dal match di domenica prossima con la Paganese dell’ex Gianluca Grassadonia, che insegue ad una sola lunghezza di ritardo a quota 17 Curcio e soci.
E che rappresenta l’avversario ideale per capire fino a che punto quella del Foggia possa considerarsi solo una crisetta passeggera.
Formazione fin troppo arrendevole quella campana lontano dal Torre, e che finora in trasferta ha racimolato solo un punticino a Bari, infilando poi una serie consecutiva di quattro sconfitte contro Latina (2-0), Campobasso (2-0), Monterosi (1-0) e Avellino (3-0).
Un Foggia sufficientemente spigliato dovrebbe fare un sol boccone di un avversario che in trasferta si lascia quasi sempre sopraffare.
Ma... c’è un ma da mettere in preventivo quando di mezzo c’è una formazione di Zeman.
Come reagirà il gruppo alle avversità del momento? Troverà dentro di sè la forza per risollevarsi e ripartire di slancio con una prestazione finalmente convincente?
Tutti interrogativi ai quali domenica pomeriggio bisognerà dare una risposta in campo attraverso una prova che dissolva le nubi che cominciano ad addensarsi minacciose.
Cento per cento Zeman. A prescindere. Nel bene come nel male.
Perché alle dabbenaggini o ai limiti tecnici non c’è purtroppo boemo che tenga.
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