Quello che sta accadendo al Foggia calcio è aberrante ma ha, purtroppo, radici profonde. Radici che interessano il piano di gioco del calcio nazionale e locale.
Già quando nacque Zemanlandia, Zeman e Pavone erano fuori dal loro tempo, ovvero non erano in sintonia con l’andamento che stava prendendo la gestione dei calciatori con l’avvento dei procuratori. Parcelle sempre più alte, transazioni con le società e tra le società, una trasformazione violenta e senza regole che, inevitabilmente, cambiò per sempre il calcio italiano.
Il primo anno di serie A per Zeman e Pavone fu ricco di soddisfazioni: il frutto di un lavoro lungo e lontano dai riflettori. Tanti calciatori valorizzati e soddisfazioni sportive per una città intera, Foggia, e tutto il suo territorio, la Daunia. Grandi titoli sui quotidiani sportivi e non solo, Zemanlandia divenne un modo di essere e di giocare al calcio unico non solo in Italia. Zeman non fu più considerato solo un bravo allenatore, ma un maestro. Un uomo in grado di plasmare e trasformare quindici/sedici calciatori in una macchina da gol, un gruppo in cui ognuno sapeva bene cosa fare. Quegli schemi d’attacco divennero il suo marchio di fabbrica e ancora oggi sono studiati a Coverciano, una delle migliori scuole di calcio di tutto il mondo.
Il secondo anno di serie A, un vero capolavoro sportivo e manageriale, portò sugli scudi il lavoro di Peppino Pavone, ovvero la sua capacità di saper scegliere calciatori nelle serie inferiori e farli debuttare in serie A. Pagati pochissimo, e rivenduti a peso d’oro a tutto vantaggio della società. Quest’ultimo aspetto creò non pochi problemi alla coppia Zeman-Pavone, perché dimostrarono a tutto il mondo del calcio che, soprattutto per una piccola società di calcio, si poteva ridimensionare il ruolo dei procuratori, limitare le spese e lavorare sulla valorizzazione dei calciatori.
Tutto questo cozzava contro ciò che il sistema calcio stava costruendo, ovvero un grandissimo movimento di denaro che interessava tante nuove figure professionali e che faceva perno sulle società di calcio.
Sono passati tanti anni da allora e il calcio è in continuo movimento, continua a cambiare: aumenta il ruolo del denaro e diminuiscono i valori etici. Si perde sempre più il senso di gioco, di divertimento, di bellezza del gesto tecnico, a tutto vantaggio di un contratto migliore e più redditizio per tutti.
Tutto è cambiato tranne loro due: Zeman e Pavone. Loro sono rimasti identici a sé stessi, ancorati a valori etici che vengono prima di tutto, prima anche del 4-3-3.
Per Zeman vale sempre la regola che si deve segnare un gol in più dell’avversario, che i suoi calciatori non devono essere fallosi e devono rispettare l’avversario e il pubblico. Per Pavone viene sempre prima la società di appartenenza e la regola che i calciatori buoni esistono in tutte le categorie, basta saperli individuare.
Sono due aziendalisti, due uomini fuori dal tempo, oggi come ieri. Per queste ragioni ciò che sta succedendo al Foggia Calcio è aberrante. Il rapporto professionale tra Zeman, Pavone e il Foggia può ovviamente finire, così come realmente è finito, ma non in questo modo e con questa coda.
Il diverbio pubblico tra il presidente Canonico e Peppino Pavone apre un capitolo nuovo del quale tutti avrebbero fatto volentieri a meno. Mentre il direttore sportivo sosteneva di non aver nessun contratto in essere con il Foggia, il presidente continuava a dire, in diretta televisiva, che non poteva parlare senza l’autorizzazione della società. Pur nelle difficoltà di collegamento, le accuse che il direttore sportivo ha rivolto nei confronti del presidente sono gravi, sia in relazione al suo contratto sia al costo complessivo della gestione sportiva e più in generale ad un rapporto professionale che non è mai stato soddisfacente per entrambi.
Due versioni differenti, una di Pavone e una del presidente.
Sulla stessa lunghezza d’onda sembra essere Zeman se si pensa alla replica che fu costretto a fare dopo la conferenza stampa del presidente che aveva sostenuto: “Dopo sette ore di colloquio con mister Zeman che non se la sente di continuare, ho provato a trattenerlo ma non ci sono riuscito. Ringrazio il mister per quello che ha fatto in questa stagione calcistica. Non è un problema di presupposti ma di stimoli che ha perso e non vuole continuare. Devo prendere atto e rispettare la sua decisione”.
Zeman rispose il giorno successivo, “A me dispiace tanto perché sono legato alla città, che ha fatto di tutto per farmi stare bene, ma quando due persone non si trovano è meglio che si dividano. Io vorrei continuare a fare calcio con chi me lo permette, ma qui ogni giorno c’era un problema e non si riusciva a cambiare. Io non cambio e non cambia il presidente, non c’erano le condizioni per poter lavorare insieme. Dal primo giorno eravamo in sofferenza, quello che si chiedeva non si riusciva ad ottenere. Per me non si può lavorare, io immagino un calcio diverso e una dirigenza diversa […] Io di stimoli ne ho tanti».
Anche in questo caso due versioni differenti. Una del presidente e una di Zeman.
Senza entrare nel merito delle considerazioni tecniche sul rendimento della squadra, anche perché se la discussione dovesse virare sulle conoscenze tecniche di Zeman e Pavone da un lato, e del presidente dall’altra, non ci sarebbe partita, siamo di fronte a versioni opposte e a interrogativi che non meritano di restare senza risposta.
Non è in ballo la storia del Foggia Calcio, quella l’hanno già fatta Zeman e Pavone tra gli altri, è in ballo il presente e il futuro della squadra rossonera.
C’è bisogno che il presidente chiarisca e che lo faccia pubblicamente e presto, altrimenti diventa difficile, se non impossibile, dare credito alle future affermazioni.
È vero che il Calcio Foggia 1920 è una società privata, ma ha una valenza pubblica e sociale che non possono essere sottovalutate o, tantomeno, ignorate. Ce lo hanno insegnato gli antichi romani, non si governa senza il consenso della popolazione locale. Si governa insieme e per farlo c’è bisogno di chiarezza e verità.
Oscar Buonamano
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