Di Bari, l’ultimo Highlander

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Buono per tutte le stagioni. E le categorie. Beppe Di Bari è l’ultimo Highlander del Foggia. Capace di indossare la casacca rossonera indifferentemente dalla A alla C2 in tutte le serie professionistiche. E poi di riavviare la ripartenza del club dalla D dopo il doloroso fallimento del ‘12.

Occupa il sesto posto nella speciale classifica degli alfieri rossoneri di tutti i tempi con le sue 147 presenze e un gol, il secondo in assoluto fra i foggiani in A con il Foggia con i suoi 58 gettoni di presenza, del Foggia dei foggiani dunque non può che essere uno dei pilastri.

“Auguro ai ragazzi di vivere tutte le emozioni che ho potuto vivere in lungo e largo, perché uno che nasce con la passione per il calcio e poi ha l’opportunità di giocarsi le sue chance di fare i sacrifici ed arrivare a giocare in Serie A si può definire fortunato”, l’auspicio di Di Bari, talento cresciuto in casa che giovanissimo ha vestito la casacca della Polisportiva Salvemini Manfredonia, club che negli anni ’80 e ’90 é stato autentica fucina di campioncini in erba.

A fargli da chioccia suo padre Donatino Di Bari, talent-scout dalle spiccate qualità, una colonna dei biancoazzurri negli anni ’50 e ’60, quando a Manfredonia si giocava su un campo in terra battuta infame. Beppe è figlio di questo calcio romantico tramandato dall’esperienza della sua famiglia, in campo si è sempre distinto per umiltà ed abnegazione, egoismo zero e tanta voglia di essere utile ai compagni e alla squadra.

Stilisticamente perfetto come centrale difensivo, si mette in luce nel Bisceglie del compianto Enzo Cavallaro alla fine degli anni ‘80, per poi approdare in C2 con i nerazzurri, coi quali disputa quattro campionati totalizzando 99 presenze ed 1 rete.

Nell’estate del ‘92, poi, la grande occasione della vita con il salto in Serie A, lo adocchia il ds Peppino Pavone e si trasferisce al Foggia, guidato da Zdeněk Zeman dove sta per vivere una delle più belle favole calcistiche che la provincia abbia mai espresso.

Esordisce nella massima serie a Milano il 5 settembre, nella Scala del Calcio contro il Milan di Capello. E di Van Basten e Gullit. Finisce 1-0 per i rossoneri meneghini grazie ad una autorete di Grandini a pochi minuti dalla fine: “Entrare in quello stadio vuoto prima dell’inizio della gara è stata una emozione grande. Come passare dal Ventura di Bisceglie al Meazza nel giro di pochi mesi. Marcai uno dei miei idoli che era Van Basten, un autentico campione, una emozione che vorrei che tutti provassero”, ricorderà a distanza di anni Di Bari, che di quel Foggia di illustri sconosciuti fu uno degli uomini-simbolo.

In maglia rossonera toccherà l’apice della carriera, in rossonero rimane per cinque stagioni, le prime tre delle quali in Serie A. Quando tramonterà Zemanlandia passa al Treviso, e poi al Savoia. Con i molossi è una delle colonne in Serie B, successivamente resta fermo un anno ed approda nella sua Manfredonia, giocando un discreto campionato in D. In quell’annata sarà uno dei punti di riferimento dei compagni in una formazione poco attrezzata per la categoria.

Ma il suo talento è intatto, e trasmette fiducia in una rosa che per lo più è formata da ragazzini alle prime esperienze. Torna quindi a Foggia, dove si toglie la soddisfazione a 34 anni suonati di contribuire alla promozione in C1, prima di chiudere la carriera a Manfredonia in C1 nel ‘05/06.

Alcune isolate presenze, e poi ultima gara al Renato Curi di Perugia con la fascia di capitano al braccio. Abbandonato il calcio giocato si dedica alla carriera dirigenziale, passa dietro la scrivania e si inventa direttore sportivo.

Ripartendo proprio dal Foggia (con l’ex compagno di squadra Pasquale Padalino che si accomoda in panchina), e che nel giro di pochi anni riporta sul palcoscenico della B. Sarà l’ultimo prodigio di Highlander Di Bari per quella maglia e quei colori per i quali ha avuto sempre un trasporto assai particolare.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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