Nero a metà. Primi tre punti inaspettatamente volatilizzati, ma non è proprio tutta da buttar via la prima senza sorriso del Foggia in campionato.
Che, curiosa coincidenza, contro il Latina domenica sera ha ripetuto copione e risultato del match dello scorso gennaio. Anche allora finì 1-3, quello era il Foggia di Zeman che si presentava in campo nel peggior momento della sua stagione dimezzato dagli infortuni e dal Covid-19, e che si arrese senza nemmeno combattere ai pontini.
Provocando l’inevitabile ira di patron Nicola Canonico, che nell’infuocato post-gara licenziò il ds Peppino Pavone, prima di richiamarlo in tutta fretta per scongiurare il probabilissimo abbandono anche del boemo.
Otto mesi dopo la storia si è ripetuta, e pare che l’inatteso stop all’esordio abbia fatto nuovamente andare su tutte le furie il numero uno di Via Gramsci.
Che a fine gara non si è visto nè nei corridoi, nè in sala-stampa, ma che fra il primo ed il secondo tempo, e subito dopo il fischio finale, pare si sia sfogato con la squadra nel chiuso dello spogliatoio.
Corsi e ricorsi che questa volta si sono ripetuti sotto gli occhi di Roberto Boscaglia, contrariato per la sconfitta quanto il suo presidente, ma più lucido nell’analizzare uno stop che sicuramente fa male.
Ma che, chissà, forse aveva anche messo in preventivo, alla luce di quelli che sono stati i suoi primi mesi in rossonero all’insegna di una rivoluzione a tutto tondo.
Il tecnico di Gela non ha cercato alibi per un ko sotto certi versi fisiologico vista l’attuale consistenza del suo Foggia, ma ha ammesso che ad inficiare il risultato oltre che agli errori commessi è stata anche la mancata confidenza che i suoi non hanno ancora con il terreno di gioco dello Zaccheria. Già, proprio così, perché a sentire il tecnico rossonero la squadra avverte il bisogno di allenarsi sul manto erboso dello Zac. Ed esserne stata finora privata ha avuto inevitabili riflessi negativi sulla prestazione.
Un problema in più, dunque, per patron Canonico, che è già in combutta con i commissari per via del mancato accordo per la convenzione legata all’utilizzo dello stadio, e che adesso dovrà cercare di mediare per mettere nella condizione il suo allenatore di lavorare serenamente e senza ulteriori incidenti di percorso.
Intoppi a parte, resta la prestazione sottotono con il Latina. Inattesa, ma fino ad un certo punto. Perché assemblare un gruppo profondamente rinnovato che presenta 18 volti nuovi non è per nulla semplice. Serviranno tempo. Ma soprattutto pazienza. Quella che troppe volte, Nicola Canonico non ha mostrato di avere.
Il Foggia visto all’opera domenica sera non ha ancora i tratti distintivi del suo allenatore: non è squadra e per diventarlo, senza possibilmente accusare fin dall’inizio un ritardo dalle battistrada tale poi difficile da colmare, dovrà ora accelerare il suo processo di crescita.
Tutti rimandati i rossoneri, vecchi e nuovi hanno steccato la prima e, impegno a parte, hanno evidenziato limiti evidenti sui quali il Latina ha costruito la sua vittoria.
Fra i singoli incerto Dalmasso, che su due dei tre gol incassati ha responsabilità precise; Garattoni è sembrato un pesce fuor d’acqua spesso fuori posizione, mentre Nicolao è parso solo la brutta copia del giocatore ammirato a tratti la scorsa stagione con Zeman.
Benino la coppia centrale, anche se Di Pasquale e Malomo si sono lasciato cogliere impreparati sulla spizzata di Rosseti che ha sbloccato il match sul finire del primo tempo. Sulla mediana trottolino Odjer ha corso e lottato per due prima di uscire di scena alla distanza, Di Noia (preferito inizialmente a Petermann nel tentativo di contrastare le ripartenze del Latina) si è fatto notare per la sua fisicità, ma è risultato spesso impreciso nella misura dei passaggi. Sterile e prevedibile la trequarti: Peralta sull’out di destra non affonda i colpi e paga il fatto di aver giocato ad intermittenza nelle due ultime stagioni con la Ternana; Schenetti da sottopunta deve trovare ancora la sua giusta collocazione in campo ed essere più puntuale in zona-gol, mentre D’Ursi spesso si accentra per tentare la conclusione, ma si vede lontano un miglio che è non è ancora al meglio della condizione, e cincischia troppo spesso con il pallone fra i piedi. Rivedibile anche l’ariete Ogunseye, che si è fatto apprezzare soprattutto in fase di ripiegamento fino ai limiti della sua area di rigore, ma che ha confermato di non avere confidenza con il gol.
Paradossalmente qualcosina in più si è vista nella ripresa dai subentranti: Peschetola, a dispetto dei suoi 19 anni, sembra aver personalità da vendere, e dai suoi piedi sono scaturire un paio di conclusioni che avrebbero meritato migliore fortuna; Costa, appena troverà il ritmo partita, diventerà il detentore della fascia sinistra di difesa, mentre Sciacca (quando ha preso il posto del claudicante Malomo) è sembrato essere sulla strada giusta per il pieno recupero. Discorso a parte merita, invece, Vuthaj: il bomber albanese, all’esordio si è presentato subito con un gol (ed un palo) che pareva rimettere in corsa il Foggia sul finire del match, dando così ragione a quanti sostengono che chi sa segnare lo fa in tutte le categorie.
Nel quarto d’ora finale in cui Boscaglia lo ha gettato nella mischia, Vuthaj ha mostrato di saperci fare negli ultimi sedici metri, di avere il fiuto del gol e di poter rappresentare la piacevole novità in casa rossonera. Unico spiraglio di luce in una notte, per il resto, tutta da dimenticare.
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