Se ne va. E la decisione non è dettata dall’emotività e dall’amarezza del momento: “Anche in caso di B sarebbe stata la stessa cosa”, così visibilmente commosso Delio Rossi nella sala-stampa Fesce dello Zaccheria ieri ha gelato quanti hanno sperato fino alla fine che ci ripensasse.
Il tecnico riminese non è più l’allenatore del Foggia, getta la spugna perché non se la sente più di continuare. “Sono troppo coinvolto emotivamente”, ha ripetuto più volte nei circa 45’ nei quali ha cercato di spiegare le sue ragioni, quasi a volersi convincere lui per primo che non ci sono altri retropensieri dietro il suo addio. E’ da più di un mese che questa idea bislacca continuava a frullargli per la testa, ma ha aspettato l’epilogo della stagione per chiudere la sua breve parentesi-bis in rossonero, avrebbe voluto lasciare con la promozione in tasca, un lascito per la parte sana e positiva di una città troppe volte bistrattata, ma colpevolmente anche troppo spesso silenziosa.
“Sono stati tre mesi durissimi per me e per la squadra. Non potete nemmeno lontanamente immaginare quali e quante difficoltà per strada ci siamo dovuti mettere alle spalle, quando ad aprile accettai l’incarico chiesi di giocarmi le ultime quattro partite di campionato e poi eventualmente di proseguire perché viceversa non avrebbe avuto senso tornare qui. Mi contattò il ds Sapio, non sapevo nemmeno chi fosse, ci siamo incontrati ma già in cuor mio sapevo che avrei detto sì, se chiama il Foggia devi rispondere presente. Chiesi il minimo sindacale al presidente Canonico, vitto e alloggio e ho accettato una proposta economica risibile, in più sono riuscito a spuntarla per Fedele Limone, il mio più stretto collaboratore, in un primo momento non volevano accontentarmi. Mi sento di ringraziare la società perché mi ha messo nella a condizione di lavorare al meglio”.
Per quello che ovviamente il club ha potuto mettergli a disposizione: “Beh i salti mortali li abbiamo dovuti fare, a cominciare dai campi di allenamento che qui sono un problema atavico - ha evidenziato Delio Rossi -, ma per fortuna ho incrociato un gruppo di ragazzi straordinari che non smetterò mai di ringraziare per quello che mi hanno saputo regalare in questi mesi. Si sono sacrificati fin dal primo giorno e si sono messi a totale disposizione, questa esperienza la porterò per sempre con me”.
Eppure lascia Rossi, perché non se la sente più di proseguire: “Fin dal giorno che sono tornato ho spento il telefonino e ho vissuto in full-immersion questa avventura - ha chiarito -. Mi conosco e sapevo a cosa stavo per andare incontro. A Foggia ho gli amici, ho parenti, tantissime conoscenze. Ho sacrificato tutto e tutti per il bene della squadra, non c’è stato un giorno che ho staccato la spina, mai una passeggiata per il centro o una pizza con chicchessia. Non è giusto, ma non avevo alternative”.
Siamo brutti, sporchi e cattivi, dice ad un certo punto l’ormai ex allenatore rossonero che si è acceso a domanda precisa, puntando l’indice accusatorio su quelle che potrebbero essere le reali ragioni che lo hanno spinto all’abbandono: “Che città e che tifoseria ho trovato a distanza di così tanto tempo? Sempre passionale e vicina alla sua squadra, ma anche un tantino sopra le righe - ha attaccato -. Perché ci sono stati alcuni episodi che mi hanno profondamente ferito e che mi aspettavo sollecitassero una levata di scudi”. Il riferimento è all’ultimo episodio che ha coinvolto l’auto del capitano Di Pasquale all’interno dello Zaccheria domenica scorsa, ma anche alla pesante contestazione di cui fu fatto oggetto la squadra al rientro dalla trasferta di Cerignola durante i playoff: “Episodi gravissimi, rispetto ai quali la parte positiva della città, ivi compresa la classe giornalistica locale, non si è spesa come mi sarei aspettato. Fatti di una gravità inaudita che meritavano una presa di posizione da parte di chi dovrebbe garantire la legalità”.
Parole eloquenti, che indirizzano inevitabilmente una scelta che ha le sue ragioni. Condivisibili, perché dietro la rinuncia di un uomo (prima che di un allenatore) c’è la presa di coscienza definitiva di dover forse affrontare una battaglia contro i mulini a vento: “Ripeto, faccio l’allenatore e non posso permettermi di farmi condizionare - ha ammesso Rossi -, la squadra è già a conoscenza della mia decisione, sui miei passi non torno. Lunedì scorso al rientro in sede l’ho anche comunicato alla società. Perché non l’ho fatto un mese fa quando ho maturato di dire basta? Semplicemente perché c’era un obiettivo da perseguire e non volevo alterare determinati equilibri. Lascio per non fare un danno al Foggia, ma resterò sempre suo tifoso”.
L’addio di Rossi apre adesso una falla nel futuro più prossimo del club rossonero, che vive giorni decisivi su più fronti: ad horas si attende la replica della società, che ha già preannunciato che in settimana tornerà a far sentire la sua voce. Toccherà a patron Nicola Canonico commentare l’addio improvviso del sesto allenatore della sua gestione in poco meno di due anni, ma soprattutto di fare luce su quali siano le sue reali intenzioni per la stagione che già bussa alle porte.
Senza un allenatore, senza un direttore sportivo e con una squadra che con ogni probabilità andrà rifondata: è questo il Foggia a poco più di 48 ore dal sogno infranto di una B che fosse arrivata, avrebbe (forse) evitato il patatrac. E invece scappa anche Delio Rossi, prima di lui lo aveva già fatto qualcun altro. Qualcosa vorrà pur dire.
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