E’ morto ieri a 81 anni Giovanni Lodetti. E’ stato un calciatore anche del Foggia Calcio nel biennio 1974-1976 (61 gare e 1 gol), in quest’ultimo anno l’ex rossonero guidò i Satanelli in A.
“Azzurra la maglia della nazionale campione d’Europa nel ’68 e azzurra quella del Novara in serie C, dieci anni dopo, nel giorno dei saluti. Congedato dalla perfida smemoratezza del pallone senza tanti grazie: confinato nell’ anonimato con i suoi scudetti, la Coppa campioni e l’Intercontinentale (nella notte dei lividi con l’Estudiantes), tutto con la maglia del Milan: spalla di Rivera fino al giorno in cui quello gli diede le spalle. 'Mi hanno dimenticato molto presto. Mi sarebbe piaciuto restare nel calcio allenando i ragazzini, lo proposi a Rivera quand’era presidente del Milan o giù di lì: aspettai tre mesi fino a quando presero un altro. Fu la mazzata finale. Da allora basta col calcio e con Rivera. Non ci siamo più visti né sentiti'”, si legge su storiedicalcio.altervista.org.
"350 partite in serie A, 117 di fila, in campo anche ferito con un turbante di garza come gli antenati pedatori. Una dedizione al sacrificio a cuor leggero, che era di una generazione nata povera ('a casa mia, al paese, non avevamo nulla, solo noi stessi'), la guerra come un’eco; il superfluo, uno spreco. Miracolata dal calcio al punto da non smettere più di ringraziarlo. E di giocarlo. Correre per tutti da non avere neppure il tempo per fare tanti gol: in nazionale solo una doppietta, col Galles. E non poteva essere che un 1° maggio: il lavoratore Lodetti s’era preso una vacanza”.
“Partii per la serie A, per il Milan, che avevo già 17 anni. Non costai molto: centomila lire più una muta di maglie. Mi vennero a prendere con la Lambretta. Quando tornai con il primo stipendio vero, 160mila lire, salii sull’autobus con la mano sul cuore e non la tolsi fino a casa: nella tasca interna della giacca tenevo i soldi e non volevo che sparissero all’improvviso. Anche se mia madre Maria diceva una grande verità: el danè el dana, il denaro danna. Guardi la generazione di oggi, anche dei calciatori: i soldi sono diventati l’unico dio. La nostra generazione di genitori ha fatto un disastro. Genitori distratti hanno scoperto il benessere e rovinato tutto senza più educare, con quell’idea malsana che i figli devono avere tutto senza guadagnarsi nulla. Lasciano che ad educare sia la Tv, rinunciano a ogni dovere: no, io non ho mai accettato la Tv accesa mentre la famiglia è a tavola, nel momento in cui ci si può parlare. Oggi conta solo l’egoismo, solo arrivare”.
“A 27 anni il Milan mi brucia definitivamente la carriera, mi cambia la vita. Senza avvertirmi mi cede alla Samp: addio scudetti, nazionale, da allora avrei giocato solo per salvarmi. Di nuovo trasloco, a Genova. Sarebbero stati anni bellissimi ma restava quel benservito senza tatto. Adesso non si potrebbe più, la mia generazione è quella del primo sindacato calciatori: le nostre battaglie hanno cambiato le cose per chi è venuto dopo di noi”.
“Ma sì, alla fine le batoste ti fanno crescere. Allora fu decisiva mia moglie, fu lei a tirarmi su, a ridarmi la carica. A riavviare quel motore inesausto che tra Genova, Foggia e Novara avrebbe scoppiettato per altri 8 campionati; che avrebbe spopolato al parco Trenno; che avrebbe iniziato la sua attività commerciale, manco a dirlo, nella ceramica. Ho avuto tre fortune: la salute, la fede, la famiglia”.
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