Dice di provare “amarezza e tanta delusione”, il giorno dopo aver annunciato il suo prossimo disimpegno dal timone del Manfredonia Calcio. Con una nota stampa diffusa nel tardo pomeriggio di lunedì scorso, infatti, il patron (e maggiore finanziatore) Gianni Rotice ha dichiarato di assicurare il termine del campionato in corso ma di essere comunque pronto “sin da subito a colloquiare con seri e qualificati acquirenti”. Una volta concluso il deludente campionato in corso, qualunque poi possa essere la categoria in cui la squadra dovrà iscriversi, Rotice non vuole saperne più niente. “Qui si tratta di rispetto della legalità. Sono in atto comportamenti mafiosi – la sua accusa - e invito le forze dell’ordine a svolgere le opportune verifiche”. Erano settimane che, secondo voci di corridoio, il patron biancoceleste si stava interrogando se proseguire la sua conduzione societaria e in quali termini. Come è noto, ha subìto un pesantissimo colpo con l’interdittiva antimafia adottata dalla Prefettura di Foggia nei confronti della Gianni Rotice srl. La sospensiva ottenuta al TAR regionale ha soltanto rinviato i termini, ma quello spettro continua a incombere sul futuro dell’imprenditore sipontino. Che non ci pensa più nemmeno a tentare la candidatura alle prossime elezioni regionali, preso com’è dalle aule dei tribunali. La goccia che ha fatto traboccare il suo vaso è la squalifica con sanzione attribuite dal giudice sportivo a seguito di alcuni episodi avvenuti domenica scorsa, durante la gara disputata e persa al Miramare contro il Francavilla in Sinni. “Ci sono sempre stato con il Manfredonia Calcio e, anzi, sono stato uno dei fautori della risalita dalla Prima Categoria in cui eravamo precipitati fino alla Serie D, eccetto quando sono stato Sindaco”. Durante quel periodo “c’era un’altra persona che guidava la società (Giuseppe Di Benedetto, ndr), che poi non l’ha iscritta. Una cosa che invece ho poi fatto io”.
“Finora ho quindi fatto sacrifici economici importantissimi. Ho speso soldi, per esempio, per omologare una struttura che non era mai stata tale. Tutto nell’ottica della passione per lo sport e per nessun altro interesse”. Lo sport “è un veicolo per messaggi da trasmettere alle famiglie a ai bambini. Quest’anno abbiamo circa 400 di loro che frequentano la Scuola calcio. Abbiamo allestito anche una squadra con ragazzi disabili, insieme al professore Vincenzo Di Staso”.
Le critiche “fanno parte dello sport e vanno quindi accettate. Ognuno può contestare o mettere striscioni di protesta e nessuno può dire niente, però ci sono due eventi che mi hanno fatto capire che la cosa ha preso una brutta piega”.
Il primo è “la strumentalizzazione della vicenda che ha riguardato il ricordo di Pasquale Cotugno”. Due versioni dei fatti molto diverse, quella societaria e quella della tifoseria organizzata. Uno scontro sorto a seguito del diniego opposto agli ultras della Gradinata Est di poter accedere nella Curva Sud intitolata appunto a Cotugno per celebrarne il ricordo. “Una manifestazione per cui non era mai stata chiesta l’autorizzazione, se non la notte del giorno prima – ribadisce Rotice -. Invece in una struttura in gestione, se gli eventi non sono autorizzati si rischia la chiusura e la denuncia penale”. Ripete più e più volte la parola “strumentalizzazione” e la usa ancora un’ultima per ribadire che “si è trattato di una strumentalizzazione che, però, non ha portato a nulla. La gente ha capito che era tutto pretestuoso”.
Il secondo episodio è occorso domenica scorsa. “Gravissimo e sotto gli occhi di tutti. Se uno vuole contestare restandosene fuori dallo stadio, nessuno può dirgli niente. Però alcuni personaggi della Gradinata Est hanno messo il nastro per non far sedere nessuno. Che cos’è questa arroganza? È una cosa gravissima”.
Rotice riprende il contenuto del referto arbitrale che ha poi portato alla squalifica del campo - con partita da giocare in campo neutro a porte chiuse e multa di 5.000 euro - e spiega perché ritiene che fosse stato tutto organizzato. “È scritto che hanno sputato sull’assistente arbitrale dall’inizio della partita. Inoltre, hanno lanciato un petardo volutamente per creare danno alla società. Quello è un atto delinquenziale, un vero e proprio ricatto”. Si tratta “di un’azione studiata a tavolino – ripete -, visto che non è nato tutto a seguito del gol che ci è stato annullato. Non era una reazione a un presunto torto, se poteva spiegare ma non giustificare. Dobbiamo andare a fare la guerra la domenica?”.
Non c’è foga nella voce ma le sue parole sono autentici macigni. “Questo non è più sport, è invece un ricatto vero e proprio perché è un’azione voluta. Qui si tratta di pura delinquenza – l’accusa - e, come tale, va condannata. Io non ci sto più. E se le forze dell’ordine e la parte sana della città non intervengono, non si va da nessuna parte. Questi balordi devono essere isolati”.
“Nella mia vita non ho mai accettato ricatti - continua -, come si è visto anche in politica. Questi episodi si potrebbero ripetere anche nelle prossime partite e, quindi, prendo le distanze da questi comportamenti, perché domenica è stata scritta una bruttissima pagina”.
Un campionato in Serie D “costa un sacco di soldi”. Gli incassi della domenica “non ci bastano nemmeno per pagare le spese per la sicurezza, con l’impiego di una quarantina di steward” e gli abbonamenti “sono stati 100, compresi 85 ridotti”. Mentre mantenere la squadra del Manfredonia Calcio costa complessivamente “100.000 euro al mese, per dodici mesi. Più un altro milione di euro investiti sulla struttura dello stadio Miramare. E avevo comprato anche il pullman con le personalizzazioni del Manfredonia perché volevo fare qualcosa di speciale”.
“L’unico impegno che ho preso è arrivare alla fine di questo campionato. Non posso rovinarmi la vita. Se viene qualcuno, si guarda tutte le carte e vede quando costa la squadra e tutto quello che serve per la categoria”. E se non viene? “Non investirò più, una volta terminato questo campionato – la sua risposta finale -. Vorrà dire che andrà a finire come quando Di Benedetto se n’è andato e ha lasciato tutto. Che altro posso fare?”.
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