Foggia, fiumi di droga rivenduta anche altrove: in carcere Raffaele Tolonese, il figlio Leonardo c’era già

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I nove arresti resi noti ieri mattina dalla Compagnia carabinieri di Foggia sono solo la seconda tranche di un pacchetto molto più numeroso di provvedimenti emessi dal gip del tribunale del capoluogo, perché fanno seguito agli altri ventiquattro eseguiti una quarantina di giorni fa, sempre e comunque basati su accuse a vario titolo di concorso in traffico, detenzione illecita e spaccio di sostanze stupefacenti. Dopo l’interrogatorio preventivo da parte del pubblico ministero Alessio Marangelli, svolto per l’ultimo gruppo per il quale non era stata ravvisata la necessità di intervenire subito a causa dell’aggravante del cosiddetto “ingente quantitativo”, sono finiti in carcere Raffaele Tolonese di 67 anni, detto “Rafanill”, ritenuto il boss a capo dell’omonimo clan di cui fanno parte pure esponenti della famiglia Trisciuoglio, il figlio Leonardo di 39 anni, già detenuto ai domiciliari per un’altra storia di droga risalente al 2024 e per la quale era stato condannato a quattro anni, e il genero Rocco Soldo 46 anni. Ai domiciliari sono stati invece posti Ciro Spinelli di 40 anni, Stefano Mucciarone di 55, Lucio Mucciarone di 50, Mario Mucciarone di 61 e infine Nicola Lepore di 62 anni e Michele Bozza, 50 anni, residente a Grottaminarda. Il 15 dicembre scorso, il primo blitz dei militari aveva riguardato altri presunti sodali, con 19 accompagnamenti in cella e i restanti 5 sempre ai domiciliari. Si trattava di quattro foggiani, tre di San Giovanni Rotondo, uno di Cerignola, e poi un marchigiano, dieci albanesi, tre rumeni, un georgiano e una cittadina moldava. Le indagini erano durante circa dodici mesi, fino ad aprile dell’anno scorso, e oggi la procura ritiene di aver adeguatamente documentato una florida attività di spaccio di cocaina e hashish sul territorio di Foggia, ricostruito i canali di approvvigionamento degli stupefacenti, acquistati da un “referente” albanese presente in città per il tramite di connazionali residenti nel nord Italia. Si tratta di Shaban Shima, 36 anni, già detenuto in carcere perché venne arrestato in flagranza a marzo dell’anno scorso per il possesso di oltre 2 chili di cocaina e 500 grammi di hashish.

Gli investigatori ritengono di aver quindi accertato le modalità di distribuzione delle sostanze illecite, puntualmente scaricate all’interno di un autodemolitore operante nella periferia e poi stoccate in diversi box auto e consegnate a domicilio agli acquirenti. Per un indagato di Orta Nova è stata pure accertata la frequente violazione della misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel suo Comune. Le attività condotte dal pubblico ministero Alessio Marangelli erano partite da un giro di usura attribuito ad Anna Tolonese, estranea all’indagine sugli stupefacenti. La sorella di Raffaele era stata arrestata a settembre 2024 e condannata dopo tre mesi a 6 anni proprio per usura aggravata dalla mafiosità, ma proprio nel corso delle intercettazioni a suo carico sarebbero venuti fuori gli elementi che hanno portato alla nuova inchiesta incentrata solo sulla droga. Il giudice per le indagini preliminari, Marialuisa Bencivenga, nelle 473 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare ha asserito che durante le conversazioni vi fossero “esplicite espressioni che non lasciano adito a dubbi interpretativi”, accogliendo le tesi della procura che hanno indicato perfino situazioni di conflitto tra gli indagati. Le contestazioni poggiano anche sugli aspetti economici, poiché si parla di acquisti di cocaina a 22 euro al grammo e poi rivenduta tra i 30 e i 50 euro, in funzione di quanta ne veniva richiesta, mentre l’hashish veniva gestita a stock da almeno 5 chilogrammi, con introiti da 200 mila euro mensili a seguito di 40 mila dosi piazzate anche sul Gargano e perfino in altre località di Molise, Lazio, Toscana ed Emilia Romagna. Una rete parallela, inoltre, si era sviluppata sulla direttrice con Parma, individuata pedinando alcuni corrieri incaricati del trasporto verso il nord Italia, anche loro ricorrendo a doppi fondi nei veicoli e muniti di criptofonini e collaudati accorgimenti per il trasferimento del denaro all’estero. Il sistema poteva contare su luoghi e depositi sorvegliati e personale a disposizione per il confezionamento delle singole dosi, lavorando una materia prima che in un’occasione, è stato accertato, fosse arrivata direttamente dalla Bolivia. I due chili di cocaina sequestrati si sono rivelati di ottima qualità, con una purezza del 96% misurata nel laboratorio dell’Arma.

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