Omicidio Perillo, ascoltato teste della parte civile. Curtotti Non si aspettava tale gesto

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Si è tenuta ieri mattina in Corte d'Assise al Tribunale di Foggia una nuova udienza del processo a carico di Francesco d'Angelo, reo confesso dell'omicidio di Roberta Perillo, avvenuto a San Severo l'11 luglio del 2019
Si è tenuta ieri mattina in Corte d'Assise al Tribunale di Foggia una nuova udienza del processo a carico di Francesco d'Angelo, reo confesso dell'omicidio di Roberta Perillo, avvenuto a San Severo l'11 luglio del 2019.
E' stato escusso un nostro teste, la prossima udienza sarà a fine maggio, è stata la laconica risposta a l'Attacco del collegio di avvocati della famiglia della giovane donna, i legali Guido de Rossi, Roberto de Rossi e Consiglia Sponsano.
Abbiamo ascoltato un solo teste della parte civile che aveva rapporti di amicizia con la vittima e che aveva conosciuto Francesco D'Angelo ha aggiunto a l'Attacco l'avvocato Michele Curtotti, difensore di d'Angelo. Le domande tendevano a chiarire se questa persona ascoltata avesse visto mai eccessi violenti da parte dell'imputato e il soggetto ha detto che l'uomo si è sempre comportato in maniera affettuosa e che non si aspettava un gesto del genere.
Durante la prossima udienza verrà ascoltato il consulente nominato dalla parte civile, il noto psichiatra e criminologo Alessandro Meluzzi. Il 30 giugno, invece, sarà la volta degli ultimi testi della parte civile. Il processo a carico di d'Angelo è iniziato il 25 settembre del 2020. In quell'occasione furono costituite le parti civili.
Secondo la ricostruzione degli eventi, dopo qualche settimana di relazione, la giovane 32enne di San Severo si era resa conto di non voler più frequentare d'Angelo. Solo che lui non avrebbe accettato la rottura, tanto che nell'ultimo incontro tra i due, come la letteratura sui femminicidi insegna, l'avrebbe uccisa. Quel giorno l'uomo si era recato a casa di Roberta, che viveva da sola da qualche mese, e, si presume, dopo una discussione, ha provato prima a strangolarla per poi annegarla nella vasca. Lasciata l'abitazione della ragazza, d'Angelo era rientrato a casa sua e avrebbe raccontato ai genitori in modo confuso quanto accaduto.
Il padre Tonino d'Angelo, noto per essere un dirigente Asl in pensione, avrebbe chiamato la Questura di Foggia, non quella della sua città, per anticipare alla polizia che il figlio si sarebbe costituito.Quando le forze dell'ordine giunsero a casa della ragazza per lei non c'era più niente da fare. d'Angelo, dopo un lungo interrogatorio, fu trasferito in carcere. Secondo quanto trapelato, il ragazzo avrebbe riferito di non ricordare molto dell'accaduto, di aver sentito solo un gran male alle braccia. Una volta in cella, pare che abbia manifestato la volontà di togliersi la vita ed è stato trasferito presso la casa circondariale di Lecce.
Oggi è accusato di omicidio aggravato. Nel corso del processo verrà accertato anche se l'uomo abbia agito con premeditazione.Gli esiti dell'esame autoptico hanno confermato che Roberta non è morta per strozzamento ma annegata, come testimonierebbe la presenza dell'acqua nei polmoni. Nei giorni immediatamente successivi al delitto, circolava la voce che d'Angelo provò a spiegare il perché avesse messo Roberta nella vasca piena d'acqua: era un tentativo di rianimarla, avrebbe detto, pentito per aver cercato di strangolarla. Ci potrebbe essere dolo se invece si dimostrerà che Roberta, dopo aver perso i sensi, sia stata tenuta immersa nell'acqua, privata della possibilità di respirare.
Una delle vicende più oscure di questa storia riguarda anche i soccorsi. La ragazza poteva essere salvata, nell'ipotesi che fosse ancora viva quando d'Angelo ha lasciato la sua abitazione? Ancora una volta, il processo potrebbe rispondere a questo interrogativo. L'elemento cruciale sarà dimostrare la capacità di intendere e di volere dell'uomo al momento del gesto.
Pietro Capuano

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