San Severo, "L'Arena": dove regna l'anarchia. L'omicidio di un giovane gambiano riapre una ferita

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Nella terra di nessuno. La struttura “L’Arena”, sita in contrada Sant’Elia a San Severo, è in bilico tra due fuochi: la politica migratoria e l’inconcludenza amministrativa. L’insediamento informale, dove vivono numerosi lavoratori migranti impiegati come braccianti nelle campagne della zona, è da anni ai margini dell’attenzione istituzionale e comunitaria. Si sa, l’abbandono porta al degrado, e l’imprevisto diventa l’atteso.
Nel pomeriggio di venerdì scorso, nel ghetto “L’Arena”, al termine di una violenta lite, un giovane originario del Gambia è stato ucciso a martellate da un altro ospite della struttura – pare con disagi psichici e non nuovo ad atteggiamenti violenti –. L’intervento dei sanitari del 118, che hanno tentato di soccorrere il giovane, è stato vano: le ferite riportate si sono rivelate mortali. Nella struttura sono sopraggiunte, più tardi, anche le forze dell’ordine, che hanno avviato le indagini per ricostruire l’esatta dinamica fatti. Secondo quanto emerso, sia la vittima sia il presunto autore dell’omicidio sarebbero cittadini regolari sul territorio italiano e lavoravano nelle campagne del foggiano. A poche ore dal delitto, la Sindaca Lydia Colangelo ha pubblicato un messaggio di vicinanza agli affetti della vittima, ribadendo come episodi simili non possano verificarsi nel nostro Paese. “La morte del giovane ospite della struttura “L’Arena” ci lascia sgomenti e profondamente rattristati. In momenti come questi il pensiero va innanzitutto ai genitori di questo ragazzo, ai suoi familiari e ai suoi affetti, travolti da un dolore immenso – ha detto la Sindaca –. Davanti a tragedie come questa le parole sembrano sempre insufficienti. Eventi di tale gravità non dovrebbero mai verificarsi, soprattutto in un Paese civile e accogliente come l’Italia, dove il rispetto della vita e della dignità delle persone deve rappresentare un valore irrinunciabile”. La prima cittadina ha continuato precisando come un primo intervento sia stato già fatto, evidenziando però, a ragion veduta, come non sia stato sufficiente. Infine, ha affermato che avvierà un tavolo istituzionale con gli enti competenti per garantire maggiore sicurezza e la lotta alla clandestinità. “Come Amministrazione comunale siamo già intervenuti nei mesi scorsi, anche grazie a un finanziamento della Regione Puglia, per migliorare i servizi e le condizioni della struttura che ospita i lavoratori stagionali. Tuttavia, quanto accaduto dimostra con evidenza che è necessario fare ancora di più – ha concluso Colangelo –. Per questo motivo attiveremo immediatamente tutte le interlocuzioni istituzionali con il Prefetto, il Governo nazionale e la Regione Puglia, affinché vengano messe in campo azioni concrete e coordinate che possano garantire maggiore sicurezza, contrasto alla clandestinità e a numerosi reati già sanzionati dalle forze dell’ordine locali”.

Eppure, la diligente Sindaca non sembrava essere così interessata all’emergenza ghetti. Esattamente un mese fa, durante l’incontro organizzato dal PD di San Severo e tenutosi nella Sala Conferenze di Palazzo Giancola, il Sindaco di Manfredonia, Domenico La Marca, ammise nel suo intervento di voler sollecitare il Governo nazionale, invitando i Sindaci coinvolti nell’inconclusa operazione “superamento dei ghetti”, per la quale erano stati destinati oltre 100 milioni di fondi PNRR alla Capitanata, a fare lo stesso. In particolare, riferì di aver inviato un messaggio alla stessa Sindaca, aggiungendo però come nessuna risposta fosse giunta dalla diretta interessata.

Sulla morte del giovane gambiano si sono espresse anche la Caritas diocesana e la Fondazione Migrantes, secondo le quali non può essere liquidata come fatto di cronaca tra migranti. “Dietro questa tragedia c’è una realtà che da troppo tempo conosciamo e denunciamo: il ghetto. Il luogo in cui questo giovane viveva non è semplicemente un insediamento informale. È uno spazio di marginalità estrema, fatto di baracche, sporcizia, isolamento, precarietà e invisibilità. Un luogo lontano dagli occhi della città e spesso anche dal cuore della società. Lì vivono centinaia di giovani africani, arrivati in Italia con speranze e sogni, e finiti invece in un limbo di fragilità sociale, giuridica e umana – aggiungono –. Come Migrantes e Caritas, quel luogo lo conosciamo bene. Da tempo lo frequentiamo per offrire ascolto, orientamento per i permessi di soggiorno, aiuti materiali e soprattutto prossimità umana e spirituale. Non raramente incontriamo storie di grande sofferenza, ma anche di dignità e desiderio di futuro. Per questo la morte di questo ragazzo non è solo una tragedia individuale. È anche il segno di un sistema che produce invisibilità. Quando le persone vengono confinate ai margini, quando vivono in condizioni disumane e senza reali prospettive, il rischio che la disperazione sfoci in violenza cresce. Come Chiesa sentiamo il dovere di dire che i ghetti non possono essere una risposta. Non possiamo accettare che esistano luoghi dove uomini e donne restano invisibili, tollerati finché lavorano nei campi e dimenticati nel resto del tempo. – concludono –. Le risorse del PNRR destinate al superamento dei ghetti nella nostra provincia rappresentano, purtroppo, un’occasione mancata non solo per cancellare questa vergogna e ridare dignità a quanti vi abitano ma anche per garantire sviluppo al nostro territorio, sostenendone un pezzo importante della nostra economia. Chiediamo alle istituzioni, alla società civile e a tutto il territorio di non voltarsi dall’altra parte. Questa morte ci interpella tutti. Il modo più vero per onorare la vita di questo giovane è non lasciarlo cadere nel silenzio, ma trasformare questa tragedia in una nuova responsabilità verso tutti coloro che continuano a vivere nei ghetti”.

La residenza “L’Arena” ha una storia particolare. Nata in seno ad un ambizioso progetto per le politiche giovanili – avrebbe infatti dovuto essere un opificio rivolto alle fasce della popolazione giovanile – è stato poi pilotato verso una destinazione d’uso più semplice da condannare all’inerzia amministrativa: un ghetto. La struttura, in compenso, era occupata abusivamente da una famiglia assegnataria di casa popolare che nessuna amministrazione si era mai premurata di sgomberare. Circa nove anni fa, quello che avrebbe dovuto essere un cambio di passo, oggi ha disatteso le promesse. Le parole facevano ben sperare, si preannunciava come una “sperimentazione innovativa in tema di immigrazione” e un “avviato percorso di legalità”. Ma la realtà è ben diversa. Se anni fa si parlava di 72 migranti sgomberati dall’insediamento informale di Torretta Antonacci e “accolti” in questa struttura, oggi il numero esatto è sconosciuto, pare sia dimezzato. Inoltre, non avrebbe alcun ente gestore. Inizialmente, era gestita dall’associazione “Ghetto Out” di Casa Sankara, ma ora sembrerebbe non esserlo più. Una Repubblica anarchica.

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