Dopo il femminicidio di Stefania Rago, Foggia deve chiedersi come educare al rispetto e alla libertà dell’altro

Carattere
  • Più Piccolo Piccolo Medio Grande Più Grande
  • Predefinito Helvetica Segoe Georgia Times

Ci sono immagini che diventano insostenibili. Non perché prima dicessero qualcosa di diverso. Semplicemente perché la realtà, quando arriva, le trasforma. Le carica di un peso che non avevano, o che forse non eravamo ancora capaci di sentire. Sulla pagina Facebook di Stefania Rago c’era una foto con tante scarpe rosse. Scarpe vuote, lasciate a terra. Il simbolo internazionale della lotta contro la violenza sulle donne e il femminicidio. Un’immagine di memoria, di denuncia, di consapevolezza. Oggi quella foto colpisce in modo insopportabile. Sarebbe sbagliato trasformarla in un presagio. Sarebbe ingiusto cercare nel passato di una vittima il senso della sua morte. Non dobbiamo leggere quella foto come se contenesse già la risposta a ciò che è accaduto dopo. Dobbiamo trasformarla in una domanda rivolta a noi, adesso. Che cosa facciamo, prima, perché le scarpe rosse non debbano tornare a rappresentare un’assenza? Stefania Rago è stata uccisa a Foggia. Una donna, una casa, una famiglia diventata il luogo della fine. Saranno gli inquirenti e i giudici ad accertare responsabilità, dinamica e movente. Davanti a una donna uccisa dal marito, una comunità non può limitarsi ad aspettare le carte giudiziarie per interrogarsi. La domanda più difficile arriva sempre dopo. Dopo la notizia. Dopo il dolore. Dopo i messaggi di cordoglio. Dopo i minuti di silenzio. Dopo le scarpe rosse esposte nelle piazze. E invece bisognerebbe imparare a chiederselo prima. Prima c’è spesso un linguaggio. Un modo di pensare l’amore. Un modo di nominare il controllo. Un modo di confondere la gelosia con la cura, il possesso con la presenza, la dipendenza con il sentimento, l’ossessione con l’amore. Le parole non sono mai neutre: preparano il modo in cui una società capisce, o non capisce, la violenza. Ogni volta che arriva una notizia come questa, il racconto pubblico inciampa nelle stesse parole: “raptus”, “lite familiare”, “tragedia della coppia”, “troppo amore”, “gelosia”. Sono formule che addomesticano la violenza, la rendono più accettabile, la spostano fuori dal campo del controllo e della responsabilità. Se chiamiamo “lite” una violenza, la riduciamo a conflitto. Se chiamiamo “gelosia” il controllo, lo rendiamo quasi romantico. Se parliamo di “troppo amore”, offendiamo l’amore. Se diciamo “raptus”, facciamo sembrare improvviso ciò che spesso nasce dentro percorsi più lunghi di possesso, controllo, isolamento, paura. L’amore non uccide. Uccide il possesso. Uccide l’idea che l’altra persona non sia libera di scegliere. Uccide l’incapacità di accettare un no, una distanza, una separazione. Uccide una cultura che per anni ha insegnato a molti uomini a trattenere più di quanto abbia insegnato loro a perdere.

È qui che l’educazione sentimentale smette di essere un tema astratto. Non è una materia in più da infilare in un programma scolastico già pieno: è prevenzione culturale. Educazione al limite, al rifiuto, alla libertà dell’altro. La psicologia aiuta a dire una cosa semplice e scomoda: nessuno nasce già capace di amare bene. Si impara. Si impara a reggere la distanza. A tollerare il rifiuto senza trasformarlo in umiliazione. Ad attraversare la rabbia senza farla diventare controllo. A vivere la fine di una relazione come una perdita da elaborare, non come un annientamento. Educare ai sentimenti non significa insegnare ai ragazzi come amare. Significa dare loro parole e strumenti per riconoscere ciò che amore non è: controllo, isolamento, sorveglianza, possesso. Non è amore pensare che una moglie, una compagna, una fidanzata sia qualcosa che si possiede. Il punto più difficile è forse questo: bisogna imparare a soffrire senza distruggere chi se ne va. Perché la fine di un legame può fare male. Può ferire, disorientare, far crollare certezze. Ma nessun dolore dà diritto al dominio. Nessuna gelosia autorizza la sorveglianza. Nessuna umiliazione percepita può trasformarsi in condanna per l’altro.

La violenza nelle relazioni raramente esplode dal nulla. Spesso segue un andamento che la psicologia conosce bene: controllo crescente, tensione, aggressione, pentimento, promessa di cambiamento, nuova fase di controllo. È proprio questa alternanza - le scuse, il ritorno, l’illusione che sia davvero l’ultima volta - a rendere difficile riconoscere il pericolo e chiedere aiuto. Per questo la prevenzione non può iniziare quando la cronaca è già scritta. L’educazione sentimentale non è una lezione buonista. Non è una predica sul rispetto. Non è una giornata all’anno, magari organizzata dopo l’ennesimo femminicidio. È un lavoro stabile, ordinario, continuo. Significa insegnare ai ragazzi - a tutti i ragazzi, non solo alle ragazze - a dare un nome alle emozioni prima che diventino azioni. La rabbia, la paura, la vergogna, il senso di abbandono sono emozioni reali che non autorizzano nulla. Non autorizzano il controllo, non autorizzano la minaccia, non autorizzano la violenza. I dati nazionali e regionali confermano che non siamo davanti a episodi isolati, ma a un fenomeno strutturale: relazioni che diventano gabbie prima ancora di diventare cronaca nera. I numeri, da soli, non bastano.

Come non bastano le scarpe rosse, i manifesti, i minuti di silenzio, se restano gesti separati da una vera prevenzione. Foggia oggi non deve soltanto piangere. Deve interrogarsi. Non perché sia diversa da altre città. Il femminicidio non è un problema del Sud, né delle città povere o ricche, né delle famiglie con meno istruzione. La violenza sulle donne è trasversale a ogni strato sociale, a ogni livello di reddito, a ogni grado di istruzione. Però, ogni comunità, quando una donna viene uccisa, ha il dovere di guardarsi nel profondo. Foggia educa quando tace, quando minimizza, quando parla del controllo come se fosse una forma di affetto. Quando chiama “cose di coppia” ciò che riguarda la libertà e la sicurezza di una persona. C’è un filo che attraversa molte fragilità di questo territorio: la povertà educativa. La povertà educativa non è soltanto mancanza di libri, competenze, opportunità, lavoro. È anche povertà di parole per nominare le emozioni.

Per riconoscere un confine. Per dire no e sapere che quel no vale. Per capire che la libertà dell'altro non è una minaccia alla propria identità. La psicologia chiama alessitimia la difficoltà a riconoscere e dare un nome a ciò che si sente. Esiste anche una povertà emotiva e sociale che lascia senza parole proprio quando le parole servirebbero di più. È una povertà che non si risolve con un simbolo. Serve la scuola. Servono i servizi. Servono i centri antiviolenza. Servono famiglie capaci di ascoltare. Servono adulti formati. Servono percorsi sul consenso, sul conflitto, sulla gestione del rifiuto, sui segnali che troppo spesso arrivano prima della paura vera: il controllo del telefono, l’isolamento dagli amici, le minacce velate, la dipendenza economica costruita piano piano, la sorveglianza travestita da premura.

Serve prima. Prima che il controllo sembri ancora attenzione. Prima che l'isolamento venga chiamato amore. Prima che una separazione cominci a essere vissuta come una colpa. Prima che una donna debba avere paura di essere libera. Le scarpe rosse restano un simbolo necessario. Rendono visibile un’assenza. Ci costringono a guardare ciò che spesso preferiremmo non vedere. Ma non possono essere l’unico linguaggio con cui una comunità affronta la violenza contro le donne. Dopo il femminicidio di Stefania Rago, Foggia ha il dovere del dolore, ma ha anche quello della prevenzione. La città deve chiedersi che cosa può fare prima: nelle scuole, nei servizi, nelle famiglie, nei quartieri, nei luoghi dove si formano le relazioni e dove troppo spesso si impara anche a confondere il possesso con l'amore. Perché le scarpe rosse ricordano chi non c’è più. Una città civile deve imparare a fare in modo che non restino vuote altre scarpe.

   banner whatsapp canale 700

 

testatina dillo al direttore WEB

 



Migliora la tua esperienza: installa la nostra app ora!

Ottieni accesso immediato alla nostra app installandola sul tuo dispositivo iOS!
È sufficiente toccare il pulsante Share (condividi) in basso allo schermo,
poi selezionare Add to Home Screen (Aggiungi alla schermata Home).
Segui le istruzioni per aggiungere l'icona della nostra app alla schermata Home per un accesso rapido e facile.
Goditi una navigazione senza interruzioni e rimani connesso ovunque tu vada!

× Installa l'app Web
Mobile Phone
Offline: nessuna connessione Internet
Offline: nessuna connessione Internet