Caritas e Diocesi: "Solo Cerignola potrà  salvare Cerignola!". Comunità  spaccata dopo il servizio tv Avamposti

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Cerignola si interroga e si divide dopo l'approfondimento giornalistico andato in onda ieri nella trasmissione tv Avamposti, un servizio focalizzato sulla pericolosità  del tessuto criminale della città  ofantina, noto anche a livello nazionale con le sue specializzazioni ed alleanze.
Non mancano, come al solito, i cittadini offesi per il danno di immagine che sarebbe stato arrecato al paese.
Una comunità  già  fortemente avvelenata dalle polemiche seguite allo scioglimento a ottobre 2019 del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose, quarto Comune in Capitanata dopo Monte Sant'Angelo, Mattinata e Cerignola. Importante l'intervento odierno della Caritas Diocesana e dell'Ufficio Diocesano di Pastorale Sociale, per i quali "solo Cerignola potrà  salvare Cerignola!". "Anche noi, così come tanti cittadini cerignolani e non, abbiamo visto la trasmissione Avamposti", affermano don Pasquale Cotugno, direttore della Caritas diocesana, e l'avvocato Gaetano Panunzio, direttore dell'Ufficio Diocesano
per la Pastorale Sociale.
"Non sarà  stato certamente facile preparare e girare un servizio del genere e ai giornalisti va dato atto di aver avuto il coraggio per aver messo in luce i mali del nostro territorio. Un "Grazie!" ai carabinieri che "ci mettono sempre la faccia": perchè appartenere alle Forze dell'Ordine, a Cerignola, è un lavoro molto complesso e complicato.
Non è facile esprimere un giudizio oggettivo perchè tanti sono gli stati d'animo che scaturiscono dalla visione e dall'ascolto di certe dichiarazioni. Istintivamente, un po' tutti abbiamo provato rabbia e indignazione dinanzi ad alcuni dati: su tutti spicca che 37.000 sono i cittadini di Cerignola che hanno fatto i conti con la giustizia.
Questa, però, non è una novità . Già  negli anni passati, la relazione della DIA parlava di un «contesto ambientale omertoso e violento», dovuto al legame dei gruppi criminali con il territorio, ai rapporti familistici dei clan e alla «massiccia presenza di armi ed esplosivi».
Non dobbiamo, tuttavia, correre il rischio di fermarci emotivamente alle prime sensazioni ed emozioni e reagire istintivamente. La consapevolezza dell'esistenza di un problema, di un fenomeno come quello mafioso e criminale, ci deve aiutare a mettere in atto strategie e avviare processi per interrompere e isolare la mafia e ogni forma di illegalità  diffusa nel nostro territorio, così come anche il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha evidenziato durante la sua recente visita a Cerignola.
«C'è una linfa della malavita cerignolana "’ scrive il nostro vescovo Luigi nella sua più recente lettera pastorale "’ che nutre i comportamenti mafiosi con la sua struttura, le sue regole, le sue scuole, che sono la strada e il carcere. La sua potenza "’ è stato accertato da studi e da relazioni "’ è notevole, e in questi anni l'ha portata ad avere una sua identità  che la lega con le grandi organizzazioni di altre regioni. Questa linfa drena droghe, stupefacenti, armi. Poi c'è il tronco di questo albero che, a cerchi concentrici, è composto da chi seduce i socialmente deboli, da chi li ingaggia, da chi assicura loro un reddito e fa crescere, tra furti, arresti ai domiciliari, carcere e processi, il numero di famiglie, ragazzi e ragazze madri. C'è poi la corteccia della malavita, che sembra lontana dalla linfa, ma in qualche modo la protegge: il professionista che si droga in segreto, colui che compie truffe e false dichiarazioni sul posto di lavoro, chi compra merce rubata, chi viene ingaggiato per ricevere uno stipendio ma non per lavorare (una modalità  molto astuta di chiedere il pizzo!), chi divide per imperare, chi dice che non si può cambiare».
Cosa possiamo fare? Questa è la domanda che molti di noi si pongono. Come Chiesa e come comunità  civile sicuramente possiamo partire e incrementare alcune buone prassi già  presenti nel nostro territorio a sostegno di «tanta gente che non si piega a queste logiche - continua il Vescovo nella lettera pastorale - che "si spezza la schiena onestamente", che si sa divertire senza "sballarsi" con le droghe, che lotta per la giustizia e la legalità Â».
Spostando un po' la telecamera sugli stessi luoghi del servizio andato in onda, si sarebbero potuti vedere gli "avamposti" della Speranza che quotidianamente cercano di contrastare non soltanto la cultura mafiosa, ma di proporre un sistema educativo e lavorativo altro rispetto a quello malavitoso e criminale. Come le comunità  parrocchiali con i loro oratori, il Centro Sociale "Don Antonio Palladino" nel quartiere San Samuele, il Centro "Santa Giuseppina Bakhita" in località  Tre Titoli; il lavoro che la scuola giornalmente compie attraverso il suo valore educativo; l'attività  silenziosa che giornalmente associazioni e cooperative, come l'AVE, Pietra di Scarto, Altereco, svolgono su beni confiscati alla criminalità  e divenuti ora luoghi d'incontro e di generatività .
Con il nostro Vescovo, concludiamo affermando che, per risolvere un problema non basta vederlo, nè solo giudicarlo, ma anche agire. C'è un'azione che è propria dello Stato ed una della società  civile, della quale la comunità  cristiana fa parte e nella quale porta il suo contributo di pensiero e di azione, soprattutto attraverso l'impegno dei laici. C'è poi un'azione propriamente ecclesiale, di denuncia e dell'annuncio di un Vangelo che libera e che salva. Il nostro compito più grande, in un territorio segnato da così grandi emergenze, è proprio l'educazione", concludono don Pasquale Cotugno, direttore della Caritas diocesana, e l'avvocato Gaetano Panunzio, direttore dell'Ufficio Diocesano
per la Pastorale Sociale.

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