La Settimana Santa di Vico del Gargano: il rito immutabile che riempie il paese e muove l'economia

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A Vico del Gargano la Settimana Santa non si racconta, si attraversa. È qualcosa che si vive entrando lentamente nel paese, seguendo un ritmo diverso, fatto di attese, di silenzi e di canti che arrivano dalle chiese anche quando le porte sono chiuse. Non è uno spettacolo costruito, ma un rito che si ripete uguale a sé stesso da secoli, e che proprio in questa immutabilità trova il suo senso. “È una celebrazione che è rimasta immutata nei secoli -  spiega a l’Attacco Francesco del Conte, addetto stampa del Comune -  ed è proprio questo il suo valore. È lo specchio della nostra tradizione, qualcosa che si tramanda di generazione in generazione senza cambiare”. Undici chiese, undici congreghe, ognuna con la propria tunica, i propri canti, il proprio modo di partecipare. Il Giovedì Santo si aprono i sepolcri, il Venerdì si snoda la lunga processione che attraversa il paese e ne tocca i punti simbolici. Ma è nel dettaglio che la Settimana Santa di Vico diventa qualcosa di diverso. “Non è solo la processione -  continua del Conte - ma tutto quello che succede attorno. Alla fine, per esempio, si formano gruppi spontanei di persone che cantano il Miserere. È un momento fortissimo, fatto di fede ma anche di condivisione. È lì che si capisce davvero cosa rappresenta per i vichesi”. È un rito collettivo che tiene insieme chi resta e chi torna. Perché uno degli aspetti più evidenti è proprio questo: il ritorno. “Arrivano tanti vichesi che vivono fuori, anche all’estero - sottolinea del Conte - e che scelgono questi giorni per tornare. È un momento in cui la comunità si ricompone”. Un richiamo che negli anni ha iniziato a superare i confini locali: “C’è un afflusso notevole - aggiunge -non solo dai paesi del Gargano ma anche da fuori regione. E poi ci sono momenti di confronto con altre realtà, come l’incontro con le confraternite della Grecia Salentina. Tradizioni diverse che si ritrovano sotto lo stesso senso di devozione”.

Accanto alla dimensione identitaria, però, si muove anche un’altra lettura, quella economica. Perché se è vero che la Settimana Santa resta prima di tutto un rito, è altrettanto evidente che per il paese rappresenta una delle importanti occasioni di turismo fuori stagione.
“Quando c’è gente in giro, si lavora di più, è inevitabile”, racconta a l’Attacco Edoardo Tomaiuoli, del ristorante Il Trappeto: “Sono eventi che portano movimento. Arrivano persone da tutta la Puglia, dal Molise, dalla Basilicata. Non è turismo di massa, ma si sente”. Tomaiuoli non usa mezzi termini: “Sono delle boccate di ossigeno. Un po’ come San Valentino. In questi periodi il paese si riempie, e questo per chi lavora è importante”.

Ma non è solo una questione di numeri. Cambia anche il tipo di clientela. Ed è qui che emerge uno degli elementi più interessanti.
“È una clientela completamente diversa da quella estiva”, spiega a l’Attacco Martina Russi, titolare del ristorante-enoteca Radici. “Qui non viene chi cerca il mare o il relax. Viene chi cerca un’esperienza, un’atmosfera. È gente che si muove per la cultura, per la spiritualità”.
Una presenza più discreta, ma anche più attenta: “Sono persone che girano per il centro storico, che si fermano ad ascoltare i canti delle confraternite durante le prove. È una cosa bellissima, perché non è turismo superficiale. È gente che vuole capire, vivere il momento”.
Un turismo che, secondo Russi, ha anche un valore diverso: “È una clientela di nicchia, quella che a noi piace di più. Non è quella massa che arriva per il sole o per il divertimento. Qui c’è una ricerca di contenuti, non di forma”.

Eppure, nonostante questo potenziale, il tema resta sempre lo stesso: la stagionalità. Vico, come molti centri dell’entroterra garganico, continua a vivere una forte concentrazione nei mesi estivi, con lunghi periodi di rallentamento.
“Il vero problema è l’inverno - ammette del Conte - ed è un problema comune a tutto il Gargano. Si investe tanto sull’estate, ma poi resta un vuoto”.

In questo contesto, la Settimana Santa assume un ruolo preciso: “Serve anche a riempire quel vuoto, come altre iniziative che abbiamo fatto, penso alla rassegna teatrale che ha coperto i mesi da dicembre a marzo. Sono tentativi di dare continuità”.
Gli operatori confermano, ma con una lettura più diretta: “La stagione qui parte tardi -  spiega Russi - e questi eventi sono fondamentali perché portano gente in periodi in cui altrimenti non ci sarebbe movimento. Però restano momenti isolati”.

Un equilibrio fragile, in cui tradizione e turismo convivono senza ancora fondersi del tutto. Perché la Settimana Santa, per Vico, resta prima di tutto un fatto interno, qualcosa che appartiene alla comunità prima ancora che al mercato.
“È meno commerciale rispetto ad altri eventi -  osserva ancora Russi - ed è anche giusto così. Qui c’è più rispetto, più silenzio. È qualcosa di più profondo”.

E forse è proprio questa la chiave. In un tempo in cui molti eventi vengono costruiti per attrarre, Vico continua a custodire qualcosa che esiste a prescindere dal turismo. Un rito che non cambia per piacere a chi viene da fuori, ma che proprio per questo continua ad attirare. Tra fede, identità e un’economia che prova a trovare spazio, la Settimana Santa resta così: immutabile e, proprio per questo, ancora capace di parlare anche a chi arriva da lontano.

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