Non solo un volume, ma il risultato di un percorso che negli anni ha messo insieme studiosi e appassionati attorno a un’idea precisa: rileggere il Gargano fuori dagli stereotipi, attraverso strumenti diversi, tra cui il cinema. “Paesaggi cinematografici del Gargano”, pubblicato da Andrea Pacilli Editore, nasce infatti dalle adunanze della Carta di Calenella, incontri che ogni anno riuniscono decine di studiosi per confrontarsi su temi legati al territorio. Il libro sarà presentato il 16 aprile a San Nicandro Garganico, presso la Fondazione Zaccagnino. Ma dietro il volume c’è un lavoro che parte da lontano: “Questo è il quinto testo che pubblichiamo - spiega a l’Attacco Michele Eugenio Di Carlo, tra i curatori dell’opera, insieme a Teresa Maria Rauzino e Claudia Zilletti - un percorso iniziato nel 2021, quando un centinaio di studiosi si incontrò al villaggio Calenella. Da lì è nata l’idea di raccogliere e pubblicare le relazioni”. Un metodo che negli anni si è consolidato: incontri pubblici, confronto tra studiosi e poi la restituzione in forma di libro: “Noi chiamiamo questi momenti adunanze - racconta - e ogni anno cerchiamo di raccogliere i contributi, anche se non sempre riusciamo ad averli tutti. È un lavoro che cresce nel tempo”. Ma il valore dell’iniziativa non è solo editoriale. C’è anche un elemento identitario, quasi di ritorno: “Molti dei partecipanti sono docenti universitari o ricercatori che lavorano fuori - sottolinea Di Carlo - e questi incontri servono anche a riavvicinarli al Gargano, alla Capitanata. È importante creare occasioni di confronto sul territorio”.
Nel suo contributo, lo studioso parte da una ricerca precedente sul mondo contadino e sul brigantaggio: “Io mi occupo da tempo della storia dei contadini e dei braccianti - racconta - di quelle persone che non ebbero le terre promesse e che furono poi etichettate come briganti. In realtà erano persone che vivevano in condizioni di fame e di semi-schiavitù”. Un tema che torna anche nel lavoro sul cinema, come chiave di lettura della realtà sociale. In particolare, Di Carlo sceglie di partire da una figura poco conosciuta ma centrale: Ferruccio Castronuovo, regista, sceneggiatore e aiuto regista di Federico Fellini. Un personaggio che negli ultimi anni della sua vita era tornato a vivere a Vico del Gargano. “L’ho conosciuto diversi anni fa - racconta - e mi ha trasmesso una quantità incredibile di storie, materiali e riflessioni. Era stato anche consulente storico per la Rai e aveva lavorato su vicende legate al brigantaggio e al Risorgimento”. Un incontro che ha lasciato il segno: “Mi raccontò, ad esempio, di un documentario che realizzò su Pontelandolfo - spiega - dove gli fecero aprire una botola in una chiesa e trovò decine di corpi perfettamente conservati. Quel lavoro fu censurato, e lui ne soffrì molto”. Da qui nasce una riflessione più ampia sul rapporto tra storia e narrazione: “C’è una parte della storia italiana che non conviene raccontare - afferma - e questo vale anche per il Sud. Il cinema, però, a volte riesce a restituire queste storie in modo più libero”. Elemento centrale è quello della cosiddetta “narrazione dei vinti”. “La storia - osserva Di Carlo - viene quasi sempre raccontata dal punto di vista dei vincitori. È un’impostazione che giustifica ciò che è accaduto senza interrogarsi sulle conseguenze per chi ha perso”. Un tema che lo studioso lega anche al presente: “Se guardiamo a come funziona oggi l’informazione - dice - ci accorgiamo che spesso è pilotata, orientata. Questo ci aiuta a capire come anche la storia possa essere stata costruita in modo parziale”. Il riferimento è agli studi di Emilio Sereni, che ha analizzato il paesaggio italiano come prodotto di dinamiche sociali ed economiche. “Sereni spiega chiaramente che bisogna guardare anche alla storia dei vinti - aggiunge - cosa che invece non si fa quasi mai”. In questo quadro, il cinema diventa uno strumento privilegiato di lettura. Non solo racconto, ma interpretazione del territorio: “Il paesaggio non è mai neutro - sottolinea - è il risultato di rapporti di forza, di trasformazioni, di conflitti. E il cinema può far emergere tutto questo”. Il Gargano, in particolare, si presta a questa lettura: “Spesso viene raccontato per stereotipi - osserva - come luogo turistico o marginale. In realtà è un territorio complesso, attraversato da storie profonde che meritano di essere indagate”. Il lavoro della Carta di Calenella si muove proprio in questa direzione: costruire una narrazione diversa, più articolata: “Abbiamo attraversato molti centri del Gargano - ricorda Di Carlo - e ci siamo spinti anche fuori, come a Orsara di Puglia, dove abbiamo lavorato sul tema delle aree interne”. “Se riusciremo a raccogliere abbastanza materiali - spiega - pubblicheremo anche gli atti di quell’ultima adunanza”. Non si tratta di eventi di massa, ma di momenti di confronto. “Non c’è mai una partecipazione copiosa - ammette - ma sono incontri importanti, perché mettono insieme competenze diverse”. Alla base resta un’idea precisa: il territorio come luogo di ricerca, ma anche di racconto. E il cinema come chiave per leggere entrambi: “Il Gargano - conclude Di Carlo - non è solo uno spazio geografico, ma un insieme di storie che vanno riportate alla luce. Anche quelle che per troppo tempo sono rimaste ai confini”.
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