Nel contesto della valorizzazione e rigenerazione territoriale in Puglia, il progetto Living Lab rappresenta un modello innovativo di partecipazione e sperimentazione territoriale, particolarmente significativo nel caso di Manfredonia e della sua frazione storica di Siponto. Tra i casi pilota individuati spiccano i territori di Margherita di Savoia, Taranto e, appunto, Manfredonia, che si pone al centro di un importante processo di recupero e rilancio territoriale per valorizzare i paesaggi del lavoro e della produzione. La realtà produttiva di Manfredonia è stata storicamente legata a settori importanti come la pesca, l’agricoltura e anche l’industria estrattiva. Il territorio, infatti, è storicamente legato all’estrazione e alla lavorazione di materiali lapidei, quali il tufo e il calcare, che hanno segnato non solo la fisionomia urbana delle due realtà, ma anche la loro identità sociale e culturale. Le cave di Manfredonia e Siponto sono state per secoli luoghi di lavoro essenziali che hanno fornito materiali per l’edilizia locale, inclusa la città nuova di Manfredonia rinata dopo il Medioevo. Questo intreccio tra paesaggio produttivo e stratificazioni storiche è evidente nella presenza degli ipogei paleocristiani di Siponto, un sito archeologico che testimonia sovrapposizioni di epoche che vanno dall’età del Bronzo all’epoca medievale. Gli ipogei - antiche necropoli - divennero cave di tufo con un duplice destino che ha lasciato tracce nel tessuto urbano e nella memoria collettiva locale. Oggi le cave, pur dismesse, rappresentano un patrimonio materiale e immateriale da valorizzare. Il progetto ColLABORare - una piattaforma digitale di mappatura partecipativa sviluppata con il contributo di enti come Cityopensource, l’Università di Foggia e l’Università degli Studi della Basilicata - si inserisce nell’ambito del più ampio progetto CHANGES, finanziato dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che promuove la tutela e l'innovazione sostenibile del patrimonio culturale. Per Manfredonia, questa iniziativa si traduce in un laboratorio territoriale aperto (Living Lab) che vede cittadini, associazioni, istituzioni e mondo imprenditoriale collaborare attivamente nella mappatura, conoscenza e co-progettazione di nuove strategie di rigenerazione. Il Living Lab rappresenta, dunque, un metodo sperimentale di coinvolgimento diretto della comunità e degli stakeholder locali, in cui la tecnica della mappatura collaborativa svolge un ruolo fondamentale.
Il proposito è riconnettere la comunità con questi paesaggi di produzione, stimolando nuovi usi culturali e turistici che possano ridare dignità e centralità a queste aree. L’obiettivo non è solo documentare la storia del territorio, ma sviluppare un metodo di ricerca collaborativa per attivare pratiche quotidiane di cura e rigenerazione.
“Con ColLABORare vogliamo mettere al centro la conoscenza e la ricerca sui patrimoni culturali legati alla produzione – il commento dei professori Roberto Goffredo e Maria Turchiano del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Foggia -, con l’idea che studiare e raccontare i paesaggi del lavoro possa contribuire a creare occasioni di crescita per i territori e le comunità che li abitano”.
La piattaforma digitale permette il coinvolgimento di studenti e cittadini mappatori, che possono inserire contenuti specifici relativi a luoghi di cave, edifici di servizio, antiche e nuove attività, riti e tradizioni, oltre a testimonianze sonore e visive. Un approccio che andrà a generare un archivio digitale dinamico, capace di far emergere un paesaggio del lavoro che non è più solo un residuo del passato, ma un elemento vivo e riattivabile attraverso progetti di comunità e sviluppo locale sostenibile.
Ma il digitale si fonda pur sempre sulla realtà, che è quella che vede già impegnati i ricercatori dell’Università di Foggia nei sopralluoghi in alcune zone della città, anche nell’abitato urbano, che ospitavano cave ormai dismesse. In questa prima fase, la mappatura è ancora in pieno divenire e, quindi, “attingiamo informazioni direttamente con le ricerche dalle fonti d’archivio – spiega Francesca Giannetti, borsista impegnata in prima persona, sul campo -, e vi aggiungiamo quelle provenienti dalle testimonianze che stiamo raccogliendo con le interviste ai famigliari dei cavatori”. Ai patrimoni materiali rappresentati da alcune cave, infatti, si aggiunge il patrimonio immateriale delle storie di chi ci lavorava.
Il progetto mette in evidenza, quindi, la necessità di superare approcci frammentati e autoreferenziali alla rigenerazione territoriale, per costruire una sinergia tra tutela del patrimonio storico, economia circolare, innovazione sociale e valore ambientale. La città può così rilanciare la propria immagine e le sue potenzialità, offrendo modelli replicabili di co-progettazione per altre aree simili in Puglia e nel sud Italia. In questo contesto, le cave dismesse diventano laboratori di trasformazione: si esplorano nuove funzioni culturali e ricreative, si favorisce la riqualificazione ambientale e si cerca di integrare il patrimonio archeologico con iniziative di economia verde e turismo sostenibile.
La partecipazione dei giovani, delle imprese culturali e artistiche, delle associazioni civiche e degli studiosi è vista come motore propulsivo, capace di assicurare un futuro resiliente al territorio. E il prossimo appuntamento è fissato alle ore 17 di venerdì 26 settembre, presso l’auditorium Monsignore Vailati, per analizzare i problemi raccolti e costruire un unico ‘Albero degli Obiettivi’.
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