Quando si parla di Siponto, è diventato ormai immediato pensare agli scavi archeologici che le Università di Foggia e Bari stanno conducendo dal 2021. L’anfiteatro romano in primis, come anche la chiesetta di età medievale costruita all’interno del suo perimetro, le sepolture nell’area circostante, gli edifici dell’ultimo periodo di vita a Siponto costruiti “cannibalizzando” quelli di età precedente. Splendide vestigia che stanno emergendo grazie al prezioso lavoro dei professori Giuliano Volpe, Roberto Goffredo, Maria Turchiano e – da quest’anno – di Giovanni De Venuto. Ma non si è ancora parlato di Villa di Mascherone e l’occasione la offre la recente pubblicazione – sul Journal of Field Archaeology - di un’interessante analisi condotta proprio dal professor Goffredo, insieme ai colleghi Roberto Ragno e Luciano Piepoli. Villa di Mascherone era stata oggetto di studi approfonditi da parte di archeologi e storici, tra cui spiccano Giuseppe Ceraudo - ordinario di Topografia Antica presso l’Università del Salento - e Catherine Delano Smith, che evidenziarono come rappresenti un esempio significativo di villa marittima romana, paragonabile per importanza ad altre ville dell’Italia centrale e meridionale. Le indagini hanno utilizzato tecniche moderne di rilievo, inclusi droni e rilievi aerofotografici, che hanno permesso di mappare con precisione la struttura e di identificare parti ancora sepolte o coperte da vegetazione. I resti della Villa di Mascherone si trovano a circa 1,5 chilometri a sud-ovest della città romana di Siponto, in prossimità del possibile incrocio di due importanti strade. La prima, la via Beneventum-Aecae-Siponto, collegava l’entroterra appenninico al porto principale lungo la costa pugliese settentrionale. La seconda strada è la via Litoranea, che correva lungo l’intera costa adriatica della Puglia e si collegava alle rotte costiere dell’Italia centrale e settentrionale. È una villa marittima romana che si ergeva dove un tempo sorgeva il golfo di Manfredonia e, nonostante l’importanza architettonica e storica, è poco conosciuta al grande pubblico. L’analisi preliminare dei reperti rinvenuti indica che fu realizzata verso la fine del I secolo a.C. e rimase in uso almeno fino al VI secolo d.C. Oggigiorno, i processi di bonifica e le modifiche paesaggistiche hanno coperto di terreno quell’area, comunque è noto che la villa fosse di forma pressoché quadrangolare (86 metri per 70 metri) e si estendeva su una superficie di circa 4 ettari. Appariva delimitata a nord, a est e in parte anche a ovest da un imponente muro in opera reticolata – cioè simile a quello dell’anfiteatro - che fungeva da barriera protettiva contro le acque. Probabilmente era usata come dimora estiva di famiglie patrizie romane che, da quell’invidiabile posizione, godevano dello splendido affaccio sul mare e del clima mite dei luoghi. Dispone di ambienti residenziali, aree di servizio e di un affascinante “viridarium”, ovvero un giardino lussureggiante interno alla proprietà.
Le prime indagini furono eseguite già alla fine dell’Ottocento, ma studi più sistematici sono stati condotti a partire dalla metà del Novecento, con rilievi aerofotografici e scavi mirati. Attraverso il confronto con antiche carte e analisi aerotopografiche è stato possibile ricostruire la configurazione originaria della villa e la linea di costa dell’epoca romana.
La struttura della villa segue lo schema tipico delle residenze romane di lusso, con una disposizione a peristilio e atrio, spazi ampi e luminosi progettati per offrire comfort e bellezza agli abitanti. Tra gli ambienti di rilievo ci sono le due esedre semicircolari, che probabilmente facevano da terrazze panoramiche sul golfo, offrendo vedute mozzafiato.
Un ulteriore elemento di grande interesse è l’ampio “viridarium”, cioè un giardino interno rettangolare attorno al quale si sviluppavano stanze di rappresentanza e di vita quotidiana. La villa si estendeva anche su terreni agricoli, su cui si coltivavano vigneti e oliveti, fondamentali per l’economia delle ville romane. Foto aeree e fotografie storiche documentano la presenza di file di alberi coltivati che delimitavano il fondo della proprietà.
Il corpo principale della villa appare nettamente suddiviso in due settori contigui. Il primo “corrisponde alla metà settentrionale dell'edificio e, supponendo che l’ingresso fosse situato nell’angolo nord-occidentale, sembra essere stato organizzato attorno a una sequenza di cortile d’ingresso-peristilio-atrio. Tutti e tre questi cortili erano presumibilmente porticati e circondati da ambienti di piccole e medie dimensioni, verosimilmente destinati a scopi residenziali e/o di ricevimento. “Quest’area costituiva molto probabilmente la pars urbana (casa principale) della villa”.
Nel secondo settore, come del resto anche nel primo, risultano “evidenti” almeno un ampio cortile e una fitta disposizione di ambienti, “sebbene la natura frammentaria delle evidenze aeree renda difficile discernere ulteriori dettagli o proporre affidabili interpretazioni funzionali di questi spazi”. Si presume che quest’area “potesse ospitare gli ambienti di servizio della villa o il balneum (bagno) privato. Un lungo ambulacro, diviso in due ali, correva lungo i lati settentrionale e orientale dell’intero complesso architettonico. Su ciascuna ala si apriva un’ampia esedra semicircolare, che forse fungeva da terrazza panoramica con vista sul golfo di Manfredonia. A sud, si trovava il “viridarium” di 42 metri per 57 metri, che era “potenzialmente delimitato da un portico con esedra sul lato meridionale”.
Il carattere monumentale del sito è sottolineato dal rinvenimento, durante i lavori di ricognizione, di una consistente quantità di lastre marmoree (263), tessere di mosaico (867), frammenti di intonaco dipinto (157), una porzione di labrum (bacinella) e, in prossimità della Masseria Mascherone, una colonna in marmo cipollino rimaneggiata (105 × 29 × 50 cm). Inoltre, altri manufatti marmorei erano stati precedentemente recuperati nella stessa area, tra cui una base di colonna, parte di una statua e un capitello di pilastro.
“Tutte le evidenze finora considerate convergono quindi nell’identificare l’insediamento di Mascherone come una villa marittima, molto simile alle lussuose residenze delle élite romane e locali che, a partire dal II secolo a.C. - ma soprattutto tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. - cominciarono a punteggiare le coste della penisola italiana”. Erano ville che “condividevano soluzioni architettoniche volte a enfatizzare, se non addirittura a celebrare, l’intima interazione tra gli spazi creati dall’uomo e la naturalezza dei paesaggi costieri, le loro forme, i loro colori, la loro vegetazione e la loro fauna”.
A 750 metri a sud-ovest, sono stati individuati i resti di un piccolo insediamento rurale - “forse una fattoria” a detta degli archeologi Goffredo, Ragno e Piepoli -, che era attivo a partire dall’età augustea e fu abbandonato in età tardo imperiale. “Non si può escludere che anche questo insediamento fosse localizzato all’interno del “fundus” della villa del Mascherone”. L’estensione della proprietà terriera di quest’ultimo sito – in attesa del proseguimento delle indagini di campo nel compartimento a ovest del diverticolo della via Litoranea in direzione di Siponto – può essere quantificata in circa 190 ettari, secondo una stima preliminare.
In conclusione, la Villa di Mascherone non è solo un sito archeologico ma una memoria tangibile del legame tra Manfredonia e il passato romano: un patrimonio che racconta delle antiche dimore, delle coltivazioni e del rapporto con il mare. La sua riscoperta e valorizzazione rappresenterebbe una nuova grande opportunità per Manfredonia, rilanciando la sua identità storica e culturale e offrendo una nuova linfa al turismo culturale locale.
Le istituzioni lavorino in sinergia con gli archeologi e li supportino. Solo così la villa potrà diventare un simbolo di orgoglio locale e un punto di riferimento per la conoscenza e la valorizzazione della storia romana in Puglia.
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