La vicenda di Giacometta Beccarini si basa su un racconto che Manfredonia tramanda da quattro secoli, sospeso tra il fascino dell’Oriente, la violenza delle incursioni ottomane e la possibilità - remota ma seducente - che una giovane sipontina sia diventata sultana a Costantinopoli. È una storia che - come tutte le leggende che resistono - non ha poi bisogno di essere vera per essere creduta. Basta che sia possibile, o almeno verosimile, e che risponda a un bisogno profondo della comunità che la custodisce. Con “Giacometta rapita dai Turchi. Verità e verosimile di una tradizione leggendaria pugliese” che sarà nelle librerie da sabato, Andrea Pacilli affronta questa storia con un nuovo approccio. Non si limita a ripercorrere la leggenda, né a smontarla con la freddezza dello storico che vuole imporre la verità dei fatti. Il suo, invece, è un lavoro di ricostruzione, di interpretazione, di immersione in un mondo - quello del Mediterraneo nel Seicento - che era un crocevia di culture, di paure, di diplomazie e narrazioni che servivano a dare un senso all’incomprensibile. È un libro che nasce da un’esigenza precisa: capire come e perché una storia così straordinaria abbia potuto attecchire, diffondersi, consolidarsi e sopravvivere fino a oggi. “Ho cercato, innanzitutto, di raccogliere tutte le fonti”, racconta Pacilli a l’Attacco nella lunga conversazione che precede l’uscita del libro. “Ho consultato tutti gli scritti che sono stati fatti sulla Beccarini, su questa leggenda, e ho cercato di metterli in ordine”. È un lavoro che parte da lontano, dalle prime attestazioni settecentesche della storia, in particolare quelle di Pompeo Sarnelli e Marcello Cavalieri, due figure centrali della cultura meridionale che, tra XVII e XVIII secolo, hanno contribuito a fissare su carta la tradizione orale. Sarnelli, vescovo, erudito e autore delle “Memorie de’ Vescovi Sipontini”, è il primo a citare la famosa “lettera del Barberini”: un documento del 1635 inviato dalla Congregazione della Fede all’arcivescovo di Manfredonia. In quella lettera si chiedeva se fosse vero che alla corte ottomana vi fosse una donna cristiana, di nome De Beccarinis, divenuta sultana. Cavalieri, a sua volta, riprende e amplia la narrazione, contribuendo a consolidare la leggenda. Ma Pacilli, con un lavoro di scavo archivistico e interpretativo, ribalta la prospettiva: quella lettera non è la prova dell’esistenza della Beccarini, bensì l’origine stessa del mito. “La Congregazione raccoglie questa specie di pettegolezzo - chiarisce l’autore - e invia una lettera a Manfredonia chiedendo all’arcivescovo dell’epoca se lui sapesse qualcosa di questa storia”. Non è un dettaglio, ma un elemento cruciale che finora era sfuggito a tutti. La richiesta di informazioni viene scambiata, nei secoli successivi, per una conferma. È un meccanismo tipico della tradizione orale: un dubbio diventa un’ipotesi, un’ipotesi diventa un fatto, un fatto diventa un racconto, e il racconto diventa memoria.
Per comprendere come ciò sia stato possibile, Pacilli ricostruisce con precisione il contesto storico del Mediterraneo del Seicento. L’Impero Ottomano, all’epoca, è una potenza che domina il mare e che incute timore alle città costiere italiane. Le incursioni, i rapimenti, le razzie sono eventi reali, che alimentano un immaginario fatto di paura e fascinazione. “Ho cercato di capire come funzionava l’amministrazione ottomana - racconta Pacilli -, e perché ci fosse questa frequenza di tradizioni, perché non è solo a Manfredonia, che parlano di una ragazza rapita e diventata sultana”.
Il cuore della questione è il sistema amministrativo ottomano, fondato su un’élite di schiavi di origine non turca, prelevati da bambini nei territori conquistati, islamizzati e educati a servire lo Stato. “Tutta l’amministrazione ottomana e tutta la corte era costituita dalla casata del sultano, che si trasmetteva in linea maschile. Poi c’erano gli schiavi che gli ottomani avevano preso in giro per il Mediterraneo. Venivano educati, turchizzati, e destinati a carriere militari, amministrative o di servizio alla corte”.
È un sistema che garantisce al sultano un controllo assoluto, perché questi uomini e queste donne non hanno legami familiari che interferiscano con la loro fedeltà. “Era un modo per privatizzare il rapporto con i soldati, con la servitù, con la corte - prosegue Pacilli -. In questo modo, queste persone dovevano dar conto solamente al sultano, non ad altri”. Lo stesso vale per le donne dell’harem, tutte schiave educate e islamizzate, prive di legami familiari che potessero creare dinamiche di nepotismo. È in questo contesto che la leggenda di una giovane cristiana divenuta sultana trova la sua plausibilità narrativa. Non perché sia realmente accaduta, ma perché il sistema ottomano rendeva possibile, almeno in teoria, che una ragazza rapita potesse entrare nell’harem e, in casi rarissimi, acquisire un ruolo di rilievo.
Pacilli, però, è chiaro quando dice di essersi chiesto: “Abbiamo documenti che attestano che esistesse realmente una Giacometta Beccarini e che questa sia diventata sultana?”. E constata che “non li ho trovati, né li hanno trovati quelli che hanno studiato prima di me”. Eppure, il nome De Beccarinis compare nella lettera del 1635. “Se è uscito questo nome, un motivo ci doveva pure essere - ammette l’autore -. Molto probabilmente qualcuna che si chiamava in questo modo viveva realmente alla corte ottomana, ma non era sultana”.
La seconda parte della leggenda, quella che riguarda il figlio Osman, convertito e divenuto fra’ Domenico Ottomano, è per Pacilli ancora più distante dalla realtà. “È una leggenda creata ad arte dai domenicani per giustificare un loro tentativo di interferire con la corte ottomana”, spiega. Una costruzione narrativa funzionale a obiettivi politici e religiosi, non un frammento di storia autentica. È un esempio perfetto di come, nel Seicento, le storie potessero essere modellate per rispondere a esigenze diplomatiche, spirituali o propagandistiche.
Il lavoro di Pacilli, durato un anno intero, è dunque un tentativo di rimettere ordine in un mosaico complesso, dove storia e leggenda si intrecciano fino a diventare indistinguibili. Il risultato è un libro che non si limita a smontare un mito, ma che restituisce dignità storica a un racconto profondamente radicato nell’identità di Manfredonia.
Perché, alla fine, ciò che rende affascinante la storia di Giacometta non è la sua veridicità, ma la sua capacità di parlare alla comunità che l’ha custodita. È una leggenda che racconta la paura del mare e delle incursioni, la distanza culturale che c’era tra Occidente e Oriente, ma anche la speranza che da un trauma possa nascere un destino straordinario. È un racconto che, come spesso accade nelle tradizioni popolari, dice più sulla comunità che lo tramanda che sui fatti reali.
Pacilli lo sa bene, e non vuole cancellare la magia della leggenda. Il suo lavoro non è un atto di demolizione, ma di chiarificazione. “Discerno il vero dal verosimile. ma senza togliere nulla all’incredibile seduzione che questa vicenda emana”. È forse questo il punto più importante: la leggenda resta, ma ora è accompagnata da una consapevolezza nuova, da una cornice storica che la rende ancora più affascinante.
How to resolve AdBlock issue?


(condividi) in basso allo schermo,
(Aggiungi alla schermata Home).