"Sono nato nel 1969 e appartengo a quella generazione che ha vissuto il 1992 come un anno spartiacque. Un anno che ci ha tolto l’innocenza. In quei mesi capimmo fino in fondo cos’era davvero la mafia e quanto potesse essere violenta, feroce, capace di colpire lo Stato nel suo cuore più nobile. Nel 1992 la mafia non si limitò a uccidere uomini: spense la luce di chi incarnava il volto più nobile della Sicilia. Prima Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, poi Paolo Borsellino e i ragazzi della sua scorta".
"Il 19 luglio è la data che per molti di noi rappresenta il punto di non ritorno. Avevo 23 anni quando appresi della strage di via D’Amelio. Ero a un campo scuola parrocchiale, a Toritto in provincia di Bari, con un gruppo di amici. La notizia ci arrivò via radio, all’improvviso. Ricordo ancora oggi il gelo che calò in quel momento, il silenzio irreale, il brivido che percorse tutti noi. Capimmo che stavamo vivendo qualcosa di troppo grande per essere dimenticato".
"Oggi la mafia non fa più esplodere le auto dei magistrati. Dopo quelle stragi lo Stato ha reagito, trovando – finalmente, dopo anni di inerzia e di connivenze – la forza per combattere. Ma sarebbe un errore pensare che tutto sia finito. La mafia non è scomparsa: ha cambiato volto, si è mimetizzata, si è infiltrata nell’economia e nella politica".
"E soprattutto, su via D’Amelio non è stata ancora detta tutta la verità. I depistaggi seguiti alla strage di via D’Amelio rappresentano uno degli oltraggi più gravi alla storia repubblicana. Chi ha nascosto, manipolato o tradito la verità non ha infangato soltanto la memoria di Paolo Borsellino, ma ha colpito al cuore la coscienza civile di un intero Paese. Per questo il 19 luglio non può essere ridotto a un rito della memoria. La verità sulla strage di via D’Amelio è un dovere nazionale che non può più attendere".
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