L’olio extravergine del Tavoliere intinto nel pane e accompagnato da un calice di vino della Daunia, i salumi, i formaggi, gli appetizer tipici come gli scaldatelli e le olive: la narrazione ufficiale della missione “Apulian Gate – Stupor Mundi”, andata in scena dal 10 al 12 giugno a Monaco di Baviera, si è dipinta con i colori caldi del successo. Un evento definito di respiro culturale dalla Camera di Commercio di Foggia, sostenuto dal Consolato generale italiano, coronato dalla presenza di ben quindici imprese del territorio, dodici delle quali con stand propri, e da una nutrita delegazione di amministratori locali. Eppure, dietro questa facciata istituzionale, si alza un’eco tutt’altro che celebrativa. È la voce, accorata e furente, di un imprenditore foggiano presente all’evento che ha chiesto di rimanere anonimo, ma ha deciso di rompere il silenzio dopo la pubblicazione entusiastica di un post sui social da parte dell’assessora Lusi e i successivi comunicati trionfalistici della Camera di Commercio. Lo sfogo, arrivato via chat a l’Attacco, è un atto d’accusa potente e diretto: “Non c’era alcun importante importatore. C’erano amici degli amici, dipendenti di banca, perfino persone che nulla avevano a che fare con il settore. E abbiamo pure dovuto pagare tutto di tasca nostra”, afferma. “Abbiamo metabolizzato e incassato – scrive ancora l’imprenditore – ma essere usati come strumento propagandistico è davvero troppo”. La delusione nasce dalla discrepanza tra le aspettative alimentate dalle istituzioni e la realtà vissuta dagli operatori economici sul posto. Una tre giorni che avrebbe dovuto rappresentare una concreta opportunità di contatto con il mercato tedesco e si sarebbe invece rivelata, secondo alcune testimonianze, una vetrina autoreferenziale senza reale impatto commerciale. “Mi sento usata – aggiunge la voce fuori dal coro – e non lo permetto a nessuno, dopo 25 anni di sacrifici per costruire e affermare la mia azienda, senza alcun supporto dalla CCIAA, che esiste perché esistiamo noi. Ma noi esistiamo anche senza di lei”.
Parole forti, che trovano eco in altri imprenditori presenti, meno espliciti ma non meno delusi. “Ci siamo prestati a un’iniziativa presentata come incontro con importatori – prosegue il messaggio – ed è finita a tarallucci e vino. Alla fine, ci siamo accorti dell’inganno, ma ormai era troppo tardi. Abbiamo mantenuto l’educazione, ma leggere certe falsità su Facebook è davvero un insulto alla nostra intelligenza”.
La Camera di Commercio di Foggia, per bocca del presidente Giuseppe Di Carlo, ha parlato di progetto ambizioso e di grande respiro culturale, sottolineando la portata storica e simbolica del legame tra la Capitanata e la Baviera nel nome di Federico II. Anche gli amministratori locali – con gli assessori Frattarolo, Emanuele e la presidente del consiglio comunale Lia Azzarone – hanno ribadito la volontà di creare ponti tra territori attraverso turismo ed enogastronomia. E il contesto è stato certamente di livello: dal Consolato generale d’Italia con la presenza del console Sergio Maffettone, fino al coinvolgimento di stakeholder tedeschi selezionati.
Ma qui arriva un altro punto controverso: la lista dei partecipanti. Alcuni dei trentacinque nomi effettivamente presenti al Consolato non risultano essere importatori o operatori del settore agroalimentare, bensì rappresentanti di aziende di tutt’altro tipo, ristoratori locali, addetti al turismo e persino dipendenti di banche o agenzie di viaggio.
A infiammare ulteriormente gli animi degli imprenditori è la questione economica: “Abbiamo speso un monte di soldi per far mangiare quattro persone”, affonda la critica uno degli imprenditori via chat. Non solo le imprese non avrebbero trovato le occasioni promesse, dunque, ma avrebbero anche dovuto sostenere tutte le spese legate alla missione, tra viaggio, ospitalità e campionature, senza alcun sostegno diretto da parte della Camera di Commercio. “Questa gente si vanta di aver organizzato un grande evento – è l’ultimo affondo – ma chi ha davvero permesso che quell’evento avesse senso siamo stati noi, imprenditori, con il nostro lavoro e i nostri prodotti. E ora veniamo insultati da narrazioni autoreferenziali e fasulle. La nostra terra è destinata a restare martoriata se continuerà ad essere governata da chi pensa solo a farsi pubblicità”.
La polemica ha riaperto una vecchia ferita nel tessuto imprenditoriale: la distanza tra il mondo reale delle piccole e medie imprese e quello patinato delle istituzioni locali, spesso più attente alla forma che alla sostanza. L’auspicio, adesso, è che questa voce fuori dal coro non resti isolata o silenziata, ma contribuisca a una riflessione autentica su come organizzare missioni estere realmente utili, senza scadere nella propaganda di facciata.
Se la porta dell’Apulia vuole davvero restare aperta sull’Europa, deve passare prima per la credibilità con i suoi protagonisti economici. E la fiducia, oggi, sembra seriamente incrinata.
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