Monti Dauni, Restanza o Accoglienza? Territori e uomini al centro discussione, reinventarsi per sopravvivere

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Durante la settimana, Accadia ha ospitato studiosi, amministratori e giovani ricercatori in una Summer School dedicata al tema della Restanza. L’iniziativa, promossa dal Comune di Accadia insieme ad altri enti e università, ha posto l’attenzione sui Monti Dauni, area interna caratterizzata da spopolamento e fragilità strutturali ma anche da prospettive di rilancio. La scelta di organizzare un percorso di formazione e confronto in questo territorio ha risposto all’esigenza di analizzare con rigore le condizioni che segnano la vita dei piccoli centri e di individuare strumenti operativi in grado di affrontare le trasformazioni in corso. La giornata di giovedì ha rappresentato il nucleo centrale dei lavori. Il tema affrontato, Territori e uomini, ha proposto un confronto sulle condizioni attuali dell’entroterra pugliese e sulle possibili strategie di intervento. Gli esperti hanno sottolineato l’urgenza di politiche pubbliche mirate e la necessità di strumenti innovativi capaci di incidere su dinamiche demografiche, servizi e opportunità di sviluppo. Nicola Faccilongo ha aperto la sessione con un’analisi delle disuguaglianze che segnano lo sviluppo dei Monti Dauni, evidenziando come i divari territoriali condizionino le possibilità di crescita e di coesione sociale. La mattinata si è conclusa con una discussione collettiva che ha permesso di mettere in relazione i diversi contributi e di approfondire le questioni emerse. Nel pomeriggio i lavori si sono concentrati sui temi ambientali e sulle relazioni con le politiche europee, due elementi centrali per valutare le prospettive future dei territori interni. In seguito, si sono svolti i gruppi di lavoro, che hanno raccolto e sistematizzato le proposte emerse, trasformandole in tracce operative destinate a proseguire nei giorni successivi. La giornata di giovedì si è così configurata come momento di sintesi, con un quadro aggiornato delle principali criticità e con ipotesi di azione condivise. La Restanza è stata declinata come prospettiva di ricerca e campo di applicazione concreta, con l’obiettivo di fornire strumenti utili ad amministratori, attori locali e comunità. Il metodo adottato, basato sull’alternanza di relazioni accademiche e discussioni collettive, ha favorito la costruzione di un confronto aperto, capace di unire analisi teorica e casi pratici. La Summer School ha permesso di osservare i Monti Dauni in una chiave analitica, mettendo in evidenza i dati e le problematiche di un territorio che continua a confrontarsi con lo spopolamento e con le difficoltà di sviluppo. Allo stesso tempo, il percorso ha offerto uno spazio di elaborazione utile a definire nuovi approcci di ricerca e di programmazione. In questo modo Accadia si è trasformata per alcuni giorni in un laboratorio a cielo aperto, in cui i temi delle aree interne sono stati indagati con attenzione scientifica e con uno sguardo orientato alla pianificazione delle politiche future. 

La giornata di giovedì della Summer School sulla Restanza, ospitata ad Accadia, ha visto al centro il tema Territori e uomini. Tra i contributi più seguiti, quello di Nicola Faccilongo, che ha offerto una lettura critica del concetto di Restanza, portando la discussione su un piano concreto. Nel suo intervento, Faccilongo ha messo in evidenza i limiti delle politiche finora adottate per le aree interne e ha avanzato una proposta alternativa, centrata sull’idea di attrattività dei territori. 

“Noi siamo abituati a leggere le variabili territoriali come qualcosa che comporta degli svantaggi per il nostro territorio. In realtà, secondo me, dovremmo riuscire a leggere queste variabili con un taglio e in un’ottica di opportunità”. Con queste parole, l’economista ha introdotto la sua posizione, spiegando come i fattori che oggi penalizzano i Monti Dauni possano essere interpretati in modo diverso. Non una condanna, ma l’occasione per sperimentare soluzioni nuove. “Personalmente, rispetto al tema di questa Summer School, la Restanza, sono un po’ eretico. Nel senso che lo vedo in maniera critica, perché preferirei parlare piuttosto di come i nostri territori possano diventare attrattivi per energie e intelligenze che non sono le nostre”. 

Faccilongo ha quindi chiarito il suo approccio. A suo avviso, non serve immaginare i giovani vincolati ai paesi d’origine, ma piuttosto aprire questi territori a nuove competenze e a flussi di persone capaci di alimentare sviluppo. “Il tema non è quello di trattenere con le catene i nostri giovani, che dovrebbero avere l’opportunità di andare fuori, fare esperienze e sviluppare carriere anche al di là dei nostri contesti. Il tema è come riuscire a rendere i nostri territori attrattivi anche per intelligenze e competenze che non sono strettamente le nostre”. Le parole dell’economista hanno avuto il merito di spostare l’attenzione dalla difesa dell’esistente alla costruzione di un modello di apertura. Un passaggio che ha colpito i presenti per il tono diretto e l’analisi realistica. “Quindi, più che parlare di Restanza, il focus andrebbe messo sull’attrattività del territorio. Se riusciamo a rendere questi posti attrattivi per persone che non ci sono nate, automaticamente diventeranno attrattivi anche per tutti gli altri”. 

Il ragionamento si lega a un contesto demografico segnato da un calo costante della natalità. Qui Faccilongo ha inserito dati puntuali, richiamando l’attenzione sulle difficoltà strutturali. “La retorica della Restanza mi trova scettico. Io sono più per un approccio positivista: non tratteniamo qui i nostri, portiamoci gli altri. Soprattutto in un periodo storico come questo, in cui il nostro Paese e l’Europa vivono un momento molto complicato dal punto di vista demografico. Noi siamo un Paese che nel 1964 aveva un milione e mezzo di nuovi nati, mentre nel 2023 ne abbiamo avuti appena 390mila. È difficile gestire un Paese che sta diventando strutturalmente un posto di anziani, con sempre meno giovani, concentrati principalmente nelle aree urbane”. 

Il calo demografico è stato presentato come un nodo cruciale. Da qui, l’invito a puntare su politiche di accoglienza e attrazione. “Il lavoro che andrebbe fatto è quello di provare a essere attrattivi soprattutto per quei giovani di Paesi che si trovano in condizioni peggiori delle nostre. La mia idea sarebbe quella di riuscire ad attirare flussi migratori importanti, anche di persone qualificate, da Paesi in via di sviluppo, per ripopolare queste aree”. 

Un tema che tocca da vicino le aree interne e che chiama in causa la capacità delle istituzioni di pensare a lungo termine. La riflessione si è poi spostata sulla disuguaglianza. “La disuguaglianza economica non è una causa, ma una conseguenza di una serie di variabili che comportano il sottosviluppo di alcune aree come la nostra. La disuguaglianza nasce quando un territorio non riesce a creare opportunità di sviluppo, e non riesce a crearle perché le opportunità di crescita nascono dalle persone. Se non ci sono persone, diventa complicato immaginare qualsiasi tipo di attività economica”. 

Anche i servizi sono stati messi al centro del discorso, con un’analisi che ha richiamato i limiti dell’offerta nei territori fragili. “Perché se ne vanno le persone? Principalmente perché il livello dei servizi, soprattutto nelle aree interne – non solo del Meridione d’Italia, ma di tutta Europa – è scadente. In questi territori fragilizzati, però, abbiamo la possibilità di sperimentare. La loro fragilità può essere trasformata in un’opportunità per provare cose nuove. In un territorio dove non c’è niente, qualcosa si riesce sempre a fare”. 

Da qui un ragionamento più ampio sulle cause strutturali dello squilibrio. “Che cosa porta questi territori a essere sottosviluppati? Innanzitutto, la lontananza dai grandi centri economici, che negli ultimi 50 anni si sono fortemente polarizzati. Non solo a livello nazionale, dove si sono spostati verso il Nord-Est del Paese, ma anche a livello europeo e mondiale”. 

Il riferimento successivo è andato al Sud Italia e alla desertificazione industriale. “Al Sud, anche quei pochi presidi industriali si sono desertificati. In Campania, Basilicata, Calabria, Puglia e Molise le aree di produzione industriale e manifatturiera sono pochissime. Quando questi centri di produzione si desertificano, si portano dietro tutto l’indotto, che rappresenta la vera ricchezza del territorio, al di là dei posti di lavoro”. Un processo, quello della polarizzazione, che in Puglia ha assunto tratti particolarmente evidenti. “La polarizzazione è avvenuta anche a livello regionale. Nel caso della Puglia, negli ultimi vent’anni le politiche regionali hanno concentrato la produzione di beni e servizi nell’area tra il Nord barese e il capoluogo, tagliando fuori il resto della regione. A un certo punto si è deciso che il Salento dovesse dedicarsi al turismo, che la provincia di Bari fosse il polo di beni e servizi, e il Foggiano è stato lasciato all’agricoltura, peraltro in maniera generica”. 

Questa scelta, ha aggiunto Faccilongo, ha avuto conseguenze pesanti. “Questo ha comportato l’abbandono di altri settori e la perdita di presidi essenziali che sono la precondizione per la vita in un luogo: sanità, istruzione, servizi bancari e assicurativi, logistica. Senza questi, parlare di sviluppo diventa complicato. Anche nei centri più grandi dei Monti Dauni, come Troia o Lucera, restano domande aperte. Se vengo a vivere qui, dove vado se mi sento male? Dove mando i miei figli a scuola? Dove possono lavorare una volta finiti gli studi?”. 

Una carenza che tocca anche i servizi di base. “Se per spedire una raccomandata devo fare trenta chilometri, perché gli uffici postali non ci sono più, la vita diventa complicata. Non pretendo autostrade e aeroporti, ma almeno un’infrastruttura digitale sviluppata. Oggi senza connessione digitale non è possibile immaginare di vivere in un luogo”. Il ragionamento si è poi allargato a livello europeo. “Questi problemi non sono solo italiani. Sono diffusi in tutta Europa, perché esistono aree sorelle che soffrono delle stesse problematiche. La curva demografica europea, meno drammatica di quella italiana, sta comunque portando all’invecchiamento della popolazione e alla riduzione della fascia 15-24 anni”. 

Un fenomeno che non riguarda soltanto le aree marginali del Sud. “Questo ha favorito la polarizzazione dei servizi intorno alle aree urbane, lasciando sguarniti i territori interni. Si tratta quindi di un problema europeo, non solo meridionale. È una narrativa sbagliata dire che è un problema del Sud Italia, perché riguarda tutti i paesi dell’Unione. Anche aree teoricamente sviluppate presentano sacche di marginalità simili. Penso al Nord della Francia o alla dorsale del Reno fino alla Svizzera, una delle zone più urbanizzate d’Europa, che ha numeri simili alla Calabria”. 

Il discorso si è chiuso con un’osservazione sulla programmazione europea. “Il problema non è al centro della discussione dell’Unione Europea, perché si continua a programmare con logiche vecchie. Se un sistema di aiuti per le aree sottosviluppate si basa ancora sul rapporto tra il Pil pro capite medio e la media europea, si perde di vista la realtà. Ci sono regioni come la Lombardia che, pur non risultando bisognose di aiuti, hanno al loro interno aree marginali in forte arretratezza. Il tema è iniziare a ragionare in maniera diversa. L’altro problema  - ha concluso Faccilongo - è l’uso delle macroaree considerate omogenee. La programmazione non è puntuale, si basa su variabili che non colgono le reali disuguaglianze. Ci sono zone del Veneto e della Lombardia che avrebbero necessità di ricevere gli stessi aiuti di cui hanno bisogno i Monti Dauni. Per ridare vitalità ai territori, quindi, non basta richiamarsi al concetto astratto di Restanza, ma occorre creare le condizioni per renderli attrattivi, capaci di ospitare nuove popolazioni e nuove energie”. 

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testatina dillo al direttore WEB

 



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