Gasperi: “In Capitanata la transizione energetica è un’urgenza ma serve una visione, non solo impianti”

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Le rinnovabili saranno tra poco più di un mese al centro della prima edizione di Green Fair – Agorà delle Energie Rinnovabili, la nuova fiera dedicata a Bari ai temi della transizione energetica, in programma dal 14 al 16 maggio nella Fiera del Levante. Ricchissimo il programma, con una quarantina di convegni su eolico offshore, agrivoltaico, sistemi di accumulo, aree idonee, riforma della rete, decarbonizzazione industriale e strategie per ridurre l’onere energetico per imprese e cittadini. Dopo aver ascoltato il professor Umberto Berardi, presidente del comitato scientifico di Green Fair, l’Attacco ha intervistato l’ambientalista foggiano Gianmaria Gasperi, biologo già segretario regionale di Legambiente, patron dell’organizzazione no profit Aforis, esperto di ricerca, consulenza e formazione in campo ambientale, da ultimo fondatore del gruppo Quelli del libro bianco.

Green Fair sarà l’occasione per ragionare di transizione ecologica e rinnovabili in Puglia. Qual è, dal suo punto di vista, l’attuale situazione in Capitanata?

In Capitanata la transizione ecologica non è un’opzione: è un’urgenza. La Capitanata è un territorio che ha già dimostrato di poter guidare la transizione energetica. Coordinai, come esperto Aforis insieme ad Ambiente Italia, la redazione del primo e – ad oggi ancora unico - Piano Energetico Ambientale della Puglia, quello che, per intenderci, aprì la strada allo sviluppo delle rinnovabili nella nostra regione. Quel piano segnò una svolta rispetto a un modello energetico più moderno e sostenibile con il significativo ridimensionamento del polo energetico carbonifero di Brindisi e Taranto. E sarebbe potuto andare molto meglio se il ministro dell’epoca Fitto non avesse impugnato, per ragioni politiche strumentali, i regolamenti varati dalla Regione Puglia sulla pianificazione e le aree idonee che ipotizzammo per lo sviluppo delle F.E.R. Oggi però siamo davanti a una sfida diversa: non basta più installare impianti, serve una visione. E serve il coraggio di dire che la transizione non si fa con i “no” pregiudiziali né con la corsa all’oro di chi vede il territorio solo come un business. Servono programmazione territoriale, integrazione paesaggistica, accumulo e soprattutto benefici equi per le comunità locali. La Capitanata può essere un laboratorio nazionale, ma solo se si passa da una logica di “occupazione del suolo” a una logica di valorizzazione del territorio.

Cosa condivide e in cosa invece non è d’accordo con quanto affermato dal professor Berardi?

Condivido l’impostazione culturale, la necessità di un approccio scientifico fondato su conoscenza, pianificazione e responsabilità. Non condivido l’idea – se mai fosse questa – che si debbano mettere limiti rigidi alle rinnovabili. In un momento di caro carburanti e tensioni geopolitiche, frenare le FER significa fare un favore alle fossili o, peggio, riaprire la porta al nucleare. Sono un ambientalista convinto e le mie battaglie su rifiuti, acqua, emissioni, paesaggio sono ancora attuali, ma non sono un nostalgico del passato. Abbiamo un potenziale enorme, ma anche un ritardo nella pianificazione. La transizione ecologica non è un derby tra ambientalisti e imprese: è un processo che richiede regole chiare, benefici equi e una pubblica amministrazione capace di governare, non di subire. Le rinnovabili sono intermittenti? Certo. Ma la risposta non è rallentarle: è investire seriamente in accumulo, batterie, idrogeno verde, sistemi ibridi. La tecnologia c’è, matura e in rapida evoluzione, basta volerla usare.

L’invasione dell’agrivoltaico la preoccupa? Come si garantisce la continuità delle attività agricole?

Il termine invasione è fuorviante. Non mi preoccupa l’agrivoltaico, mi preoccupa il cattivo agrivoltaico. Il problema non è la tecnologia, ma chi la usa come scorciatoia. Se un impianto sottrae suolo agricolo non è agrivoltaico, punto. Ma se integra produzione agricola ed energetica allora è un’opportunità straordinaria. Il vero rischio non sono i pannelli: sono i contratti capestro, i progetti fotovoltaici camuffati, l’assenza di controlli delle rese agricole e delle pratiche colturali. E anche qui: servono regole, non crociate ideologiche. L’agricoltura pugliese ha bisogno di innovazione, non di protezionismo. L’agrivoltaico può essere una risorsa se diventa un patto tra energia e cibo, non un conflitto.

Nei prossimi anni si vedranno le 50 torri dell’eolico offshore di Barium Bay, al largo del mare da Vieste in giù. Qual è la sua opinione al riguardo?

L’offshore è una delle tecnologie più promettenti che abbiamo. Capisco le sensibilità paesaggistiche, ma dobbiamo essere onesti: l’Adriatico è già un’infrastruttura energetica, con gasdotti e piattaforme. L’eolico offshore, se ben progettato, ha un impatto infinitamente minore e produce energia pulita e stabile. Dire no a priori significa condannarsi alla dipendenza energetica. Io dico sì, ma con valutazioni serie, coinvolgimento delle comunità costiere e compensazioni trasparenti. L’eolico offshore rappresenta una delle tecnologie più promettenti per superare la stagionalità delle FER. È una scelta industriale strategica, non solo energetica.

Nell’attuale fase di caro carburanti e tensioni geopolitiche ed economiche, quale secondo lei dovrebbe essere la politica da seguire rispetto alle rinnovabili? E come si garantisce la produzione di energia tutto l’anno, evitando la stagionalità insita nel solo eolico o nel solo fotovoltaico?

La politica da seguire è una sola: accelerare sulle rinnovabili. Non esiste un’altra strada. E per garantire energia tutto l’anno serve un mix intelligente: eolico, fotovoltaico, biomasse (biogas - biometano), geotermia a bassa entalpia, accumuli, reti intelligenti, idrogeno verde. La stagionalità non è un problema tecnico: è un problema di volontà politica, un problema di mancata integrazione: l’integrazione si fa con accumulo e pianificazione, con le Comunità Energetiche Rinnovabili, non con nuove centrali fossili.

C’è stato di recente un duro botta e risposta tra Confindustria Foggia e Lipu. Cosa ne pensa? Il territorio ha dato troppo alle rinnovabili, come detto da Cripezzi? O è una questione di misure di compensazione inesistenti?

Il territorio ha dato molto, questo è vero. Ma non ha dato troppo: ha dato senza ricevere abbastanza. Il problema non sono gli impianti ma le compensazioni inesistenti, la scarsa redistribuzione dei benefici, la mancanza di governance. Gli ambientalisti pregiudiziali sbagliano quando dicono “basta rinnovabili”, gli imprenditori spregiudicati sbagliano quando pensano che il territorio sia terra di conquista. La Lipu solleva questioni legittime sulla tutela della biodiversità. Confindustria richiama la necessità di investimenti. La verità è che hanno ragione entrambi su un punto: servono regole chiare e controlli, non tifoserie, tenendo insieme tutela e sviluppo.

Lei ha partecipato di recente, come DI.P.A.R. all'audizione della 4 e 5 commissione regionale sulle aree idonee in Puglia per le FER. A che punto si è? La strada è quella giusta o, come lamentano alcuni ambientalisti, si rischia che le imprese influiscano sulle scelte degli amministratori pubblici?

Come rappresentante del DI.P.A.R. – Distretto Produttivo Regionale per l’Ambiente ed il Riutilizzo posso dire, al momento, che ci sono “lavori in corso”. Ma serve più coraggio. Il rischio che le imprese influenzino le scelte pubbliche esiste sempre, in ogni settore.  L’indirizzo scelto dalla giunta Decaro sembra ragionevolmente ispirato al doppio binario: reperimento di ulteriori aree idonee in zone vocate, oltre a quelle fissate dalla norma nazionale, in un quadro di compatibilità con le aree ad alto pregio ambientale ed agricolo, uniche ed ineludibili, che esistono in Puglia e non nella Pianura Padana. La soluzione non è bloccare le FER: è rafforzare la capacità tecnica della Regione e degli enti locali, dotarli di strumenti e competenze. Le aree idonee devono essere scientificamente fondate, coerenti con gli obiettivi europei, blindate contro pressioni improprie: trasparenti e inattaccabili. Solo così si governa davvero la transizione energetica. La strada è quella giusta, ma va percorsa con più decisione e più trasparenza. La Puglia non può permettersi di tornare indietro. Chi oggi mette limiti alle rinnovabili, consapevolmente o no, sta lavorando per le lobbies del gas e del nucleare. Sta difendendo il passato. Io no. Io lavoro per un futuro pulito, moderno e libero da ricatti energetici.

 

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