Essere creative in una città che non compra arte

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Da anni l’Accademia di Belle Arti della nostra città continua a tirare fuori ragazzi e ragazze che non sempre scelgono di rimanere nel campo della libera espressione. Molti muovono i loro passi in mestieri del tutto differenti da quello che, nella maggior parte dei casi, è stato valutato come il primo amore. Ma chi sono quelli che fanno dell’arte una professione? Quanti resistono e riempiono le loro giornate di colori, pennelli, ricerca e fantasia, per rispondere ad un bisogno a cui non si ha voglia di rinunciare?

l’Attacco ha provato a incontrarne qualcuno, scegliendo le donne come oggetto della propria attenzione. Ne è venuta fuori una piccola panoramica al femminile, in cui le parole d’ordine sono plasticità e studio del corpo, sinergia con arti differenti e aiuto del prossimo.

La prima donna incontrata è Adriana Giannini, 26 anni, di cui tre già trascorsi nei corridoi di quella Accademia presso cui sta completando la magistrale: “Ho una formazione da pittrice”, racconta. “Per molto tempo mi sono concentrata sulla pittura figurativa e il mio studio riguardava l’essere umano: mi piace esprimere emozioni e indagare la psiche attraverso lo studio del corpo. Negli ultimi dipinti ho celato il corpo, per far si che il mio messaggio venisse veicolato dai gesti. Ultimamente, insieme al mio compagno Mariano Paternoster, ho formato un duo artistico che abbiamo chiamato Adma e ci occupiamo di un tipo di arte ibrida.  Il nostro tentativo è quello di fondere i linguaggi. L’arte per me è un bisogno. Chi la fa ha bisogno di realizzare costantemente qualcosa così da poter esprimere se stesso e il mondo che ci circonda”.

Anche Daniela Tzvetkova parla di un bisogno di manifestare se stessi che ha poco a che fare con la parte razionale quando si interroga sui motivi che la spingono a fare arte. “Ho studiato scenografia e graphic designer in Bulgaria e ho lavorato soprattutto a progetti interdisciplinari. Venendo in Italia poi ho dovuto modificare molte cose, perché sia la cultura che il modo di muoversi sono diversi”, racconta. “Lavoro soprattutto con le fibre, i tessuti e la carta. Ho fatto alcune mostre ed ho collaborato con ragazzi di età diverse. In questo momento quello che sto sviluppando è un progetto rivolto alla ricerca dei materiali innovativi. Parto dalla esplorazione dei pigmenti e delle fibre delle piante e quindi sempre dalle piante inizio anche nell’esplorazione di materiali nuovi. In fondo la scenografia è un po’ come cucinare. Si ricerca, anche se non sempre con un buonissimo risultato”. E sul panorama artistico femminile della città: “Negli ultimi anni ho conosciuto persone che si occupano di tanti tipi di arte. E’ stato bello, con tutte le difficoltà di una città come Foggia, in cui si vende poco o niente di arte”.

Soddisfatta della sua carriera artistica Concetta Russo, che ricorda: “Ho iniziato a dipingere a 15 anni e mi sento un’autodidatta, anche se ho frequentato alcune botteghe d’arte. Quando mi è servito fermarmi per trovare la mia cifra stilistica l’ho fatto. Tutto nasce da uno straccio che è stato il mio primo straccio, quando ho iniziato ad usare colori e pennelli a 14 anni. Per me è una reliquia e rappresenta il mio autoritratto. La mia ricerca nasce da qui. Lo straccio è un elemento importante della mia produzione artistica. Ho inaugurato una mostra nel 2016 nel Palazzetto dell’Arte, dopo di che ho dedicato più tempo alla ricerca, sempre con committenze di ritrattistica, perché io nasco come ritrattista. Sono innamorata del Rinascimento, anche se oggi mi sento in periodo espressionista, perché è questo lo stile che cattura la mia attenzione, tra manierismo e pittura espressionista di tipo materica lasciata incompleta. Dipingo da tutta la vita, tra alti e bassi. E devo dire che sono stimata, partecipo a collezioni anche all’estero e sono soddisfatta”.

Di amore per la salute psichica dell’altro parla invece il lavoro di Stefania Piccirilli, che nel suo laboratorio si impegna a creare un clima felice per coloro che scelgono di trascorrere con lei alcune ore del loro tempo: “Sono cresciuta a Motta Montecorvino, un luogo piccolo e limitato che mi ha dato tanto dal punto di vista creativo. Mi ha regalato molto tempo per osservare la natura e l’arte. Tutto nasce da mio padre, persona creativa, che mi ha stimolata molto da questo punto di vista. In Accademia poi ho affinato le mie tecniche e conosciuto persone che hanno creduto in me, un fatto che è stato importante per il mio percorso. Mi sono sempre dedicata allo studio della storia dell’arte e all’arte terapia, tanto che ho conseguito un master in questo campo, perché ho sempre creduto che l’arte fosse un ottimo modo per aiutare gli altri oltre che se stessi. Sono concentrata sulla possibilità di dare serenità e conforto a chi ne ha bisogno. Lo scopo dei miei laboratori è proprio quello di creare un ambiente sereno in cui le persone possano sentirsi libere di essere sé stesse. Mi è cara l’idea di sostenere gli altri. Il mio scopo è quindi altamente terapeutico”.

Quattro donne. Quattro modi diversi di intendere la creatività.

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